CUT – Annihilation Road (Go Down)

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Alcuni perdono il pelo, come Bisio. Ma non il vizio.

Soprattutto se hanno il vizio di menare le mani, come i Cut.

Che c’erano prima dei White Stripes e continuano ad esserci anche dopo.

E che dal 1996 a oggi di legnate ne hanno date, per Dio.

Cinque album in cui hanno messo in scena uno spettacolo debosciato e soprattutto moderno dove punk, noise, blues, post-punk collidono facendosi male l’un l’altro.

I Cut sono dei figli di puttana che credono di poter suonare tutto, con arroganza e impudicizia. E spesso ci riescono. Soprattutto, lo fanno a modo loro.

Senza correre il rischio di attaccarsi così tanto alle radici da rimanerne strangolati.

Escapisti del rock ‘n roll, i Cut. Che con Annihilation Road tornano a pestare dopo quattro anni dall’ultimo delitto senza aver smaltito un’oncia di rabbia.

Stavolta la scena del crimine si sposta a New York, negli studi di Matt Verta-Ray e con un testimone oculare come Ivan Julian dei Voidoids.

Ne esce fuori il solito disco malsano e frontale, con una forte impronta ritmica (awesome quella di Awesome), i consueti assalti garage e le rasoiate chirurgiche di chitarra che ti tagliano lo stomaco senza anestesia.

Il solito disco che ci ascolteremo in quattro, insomma, mentre tutto il mondo sborra per James Blake.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE GALILEO 7 – Are We Having Fun Yet? (Teen Sound)

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Nessuno potrà mai saperlo ma credo che se gli Oasis fossero stati ossessionati dai Who invece che dai Beatles, probabilmente avrebbero suonato così.

O in maniera molto, molto simile.

Galileo 7 sono la nuova band guidata dall’infaticabile Allan Crockford.

Prego aprire alla lettera C il libro sulla storia della musica neo-mod inglese.

Al suo fianco c’è Paul Moss, pregiatissimo session-man e tutor del quattro corde che recentemente ha suonato pure sul fantastico disco di Groovy Uncle (sempre accanto ad Allan, NdLYS).

Viv Bonsels è l’organista chiamata a indossare le vesti che già furono di Fay Hallam nei Prime Movers, altra vecchia misconosciuta band di Allan.  

Russ Baxter, alla batteria, è un’altra vecchia volpe del “giro” avendo prestato pelli e bacchette, tra gli altri, a Secret Affair e Phaze.

Suggestionati dal titolo e dalla caratura dei personaggi coinvolti si insinua il sospetto si tratti di un’operazione con tanto stile e poca voglia di divertirsi.

Insomma, una cosa messa su per sistemare un po’ le finanze dissestate degli autori.

Ascoltando il disco, il dubbio rimane. Nel senso che tra tutti i dischi pubblicati da Allan questo Are We Having Fun Yet? è quello dove l’appeal melodico ha la meglio sull’irruenza e l’energia. In realtà si tratta solo dell’affinamento di un senso della melodia che Allan ha elaborato sui suoi decennali ascolti dei dischi di Who (Never Go Back, Running Through Our Hands), Kinks (Some Big Boys Did It), Pink Floyd (Feet On the Ground) e Buzzcocks (Go Home) e che ora trova una forma che, svincolata dalla “prigionia” dei Prisoners così come dalle urgenti e focose fiorettate punk degli Stabilisers, si avvicina a quella modellata dalle band che proprio al suono dei Prisoners si rifecero durante gli anni Novanta.

Canzoni morbidamente psichedeliche come Orangery Lane o The Sandman Turns Away gettano dunque un ponte tra il giardino delle meraviglie freakbeat inglese adornato dai petali di Creation e Tomorrow e il brit-pop della generazione successiva, facendo salva la lezione di band come Sun Dial o Ride mentre pezzi come la title track, Something Else o The Best Way Is Our Way nella loro immediatezza pop potrebbero davvero garantire alla band inglese un po’ di visibilità fuori dai circuiti carbonari in cui verranno relegati, soprattutto fuori dai patri confini.  

Resta un po’ il sapore di lacca, che non aiuta a fugare del tutto i dubbi se il divertimento sia artificiale o meno.

Lo scopriremo nel prossimo episodio del Galileo 7, se ce ne sarà dato modo.  

 

                                                         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RADIOHEAD – OK Computer (Parlophone)

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Dopo due dischi banalotti come Pablo Honey e The Bends i Radiohead cominciano ad averne le palle piene di essere una band comune. E pure noi.

Vogliono scongiurare il rischio, sfiorato con The Creep, di diventare l’ennesima one-hit wonder. Odiano l’idea che qualcuno, dopo cinque/sei anni possa dire “i Radio… chi?”. Cominciano ad essere una band con delle ambizioni.

Come i Beach Boys e i Beatles. Guarda caso due dei modelli cui si ispirano, soprattutto concettualmente, per la realizzazione del loro primo capolavoro, un disco che dopo l’orgia di Blur, Oasis e Mansun (“i Man… chi???”, NdLYS)  sposta verticalmente il fenomeno del brit-pop affrancandosi dai modelli stereotipati del solenne suono britannico così come dalle unghiate grunge assorbite in heavy rotation della programmazione BBC dei primi anni Novanta.

OK Computer guarda oltre, verso una forma di musica complessa ed ambiziosa, lontana dalle trappole delle charts e costruita attorno al piagnisteo di Thom Yorke, capace di sprofondare in malinconie smisurate come quelle di Exit Music e di cavalcare lunghissime vocali come quelle di The Tourist.

Il suono dei Radiohead si avvolge lentamente di silicio e si intreccia con influenze kraute figlie della matematica tedesca dei Can e dell’elettronica epica degli U2 di Achtung Baby (Subterranean Homesick Alien, Lucky, Climbing Up the Walls che ha pure evidenti analogie melodiche e climatiche con i Cure del doppio Kiss Me Kiss Me Kiss Me anche se nessuno pare averle mai colte, NdLYS) e scopre di avere sempre maggior bisogno di spazio per muoversi, anche a costo di diventare indigesto ai discografici (la Parlophone lo giudicherà dapprima un suicidio commerciale), alle top ten (nessun pezzo rientra nei tre minuti previsti dal canone della pop song perfetta), ad MTV (che si rifiuterà di passare il cartoon di oltre sei minuti realizzato per Paranoid Android) e al pubblico (circuito dal giro beatlesiano dell’estratto Karma Police e indotto con l’inganno a scoprire delizie come Airbag, No Surprises o Let Down) che lo premierà con un prepotente ingresso al primo posto in classifica.

Dopo OK Computer i Radiohead si staccano da terra lasciando al suolo la loro vecchia pelle, diventando gli alieni paranoici del nuovo secolo.

It‘s the end of the Head as we know it (and I feel fine)

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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OASIS – Definitely Maybe (Sony Music)

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Prima che si convincessero veramente di essere la miglior band del mondo, gli Oasis ERANO la miglior band del mondo.

Quel preciso momento va dal Maggio del 1993 all’Agosto del 1994.

Dal loro debutto al King Tut di Glasgow all’esplosione elettrica del loro album di debutto.

Uno di quei dischi dove tutto sembra perfetto, sin dalla copertina.

Un disco definitivo, insomma. Forse.

Ora che nessuno credeva più nella reunion degli Smiths, che Paul Weller potesse riformare i Jam e che gli Stone Roses potessero riuscire a pubblicare il loro secondo album, eccoli arrivare, i nuovi teppisti di classe inglese, incorniciati in una copertina elegante come solo in Gran Bretagna potrebbero concepire.   

Il salotto è quello di Paul Arthurs. Dentro c’è una TV sintonizzata sugli spaghetti. Non quelli del Sig. Pietro Barilla, quelli del Sig. Sergio Leone, una foto di Rodney Marsh davanti al camino e una più distante che ritrae George Best, l’attaccante del Manchester United diventato quinto Beatle senza saper nemmeno imbracciare una chitarra. Appoggiata al divano una gigantografia del genio pop Burt Bacharach, un gigantesco mappamondo in carta di riso, calici di vino e chitarre. Roba in parte portata lì da casa di Mark Coyle e da quella dei fratelli Gallagher appositamente per quello scatto in cui qualcuno vede subito dei rimandi alla posa plastica dei Pink Floyd di Ummagumma ma che invece è un omaggio pop al Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck. Addirittura.

Chi conosceva il temperamento dei fratellini Gallagher giurava fosse già un miracolo farli stare assieme nella stessa foto, figurarsi nella stessa band. E invece gli Oasis mettono su un disco che scardina le porte che imprigionano il rock inglese. Immediato e sbruffone. Fiero e appiccicoso. Stereotipato e ruffiano.

Carico di quella scortesia così gradevole che è tipica dei britannici, soprattutto se di origini irlandesi. E con un padre che picchia tutto ciò che si muove dentro casa, figli e moglie compresa.

Noel e Liam sono quei ragazzini lì che si trovano davanti la solita scelta: diventare dei teppisti o mettere in piedi la miglior band del mondo. Decidono di fare entrambe le cose: scrivere una cosa come Live Forever e il giorno dopo sfasciare una chitarra in testa a un fan. Oppure rubare un pezzo ai Seekers e uno ai T. Rex. e metterci sopra un titolo come Shakermaker o Cigarettes & Alcohol e farla sembrare la cosa più figa del mondo. Erano le prime prove di furto, fino a raggiungere l’abilità e la faccia tosta di penetrare fin dentro la villa dei Beatles e portare via tutto il trasportabile. Però le undici canzoni di questo disco qui le abbiamo cantate tutti.

Perché quando Liam canta, con quell’amorevole accento da figlio di puttana “In my mind my dreams are real. Are you concerned about the way I feel? Tonight I’m a rock ‘n’ roll star” lui è Massimo Decimo Meridio e noi i gladiatori.

Definitely Maybe ci vende l’illusione che i nostri cinque minuti di gloria possano durare un’eternità e che la mediocrità sia un affare che non ci riguarda.

Tutti hanno diritto ad una vita fantastica. Forse.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUCK KNIGHTS – Let It Bleed (Boss Hoss)

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La Cooperative Music non mi ha spedito il nuovo disco dei Black Lips.

Il loro distributore italiano gli ha detto che non sono affidabile.

Ovvero, non è detto che, come possono garantire con altri, una volta ricevuto il disco a costo zero, non ne parli male. Non sono una garanzia insomma.

In più scrivo parolacce che non sono traducibili per la rassegna stampa straniera.

Minchiate.

Sono un bravo ragazzo e lecco il culo come tutti.

Ma lecco il resto meglio degli altri.

Sono storie personali che non vi riguardano ma che mi riaffiorano alla mente ascoltando questo primo disco dei Fuck Knights perchè siamo nello stesso terreno dove andavano a pisciare fino a poco tempo fa i quattro georgiani, pure se a mille miglia di distanza. I Fuck Knights (chi è che dice le parolacce, poi?, NdLYS) vengono infatti da Minneapolis.

E fanno caciara.

Let It Bleed rumoreggia infatti come pochi altri dischi quest’anno. C’è molta della ironia beffarda dei Black Lips ma anche della maleducata e sconcia fanfara mariachi dei Raunch Hands (fino a rasentare il plagio sulla torbida Bind Torture Kiss) dentro queste tredici canzoni zotiche e dementi come un rodeo yankee.

Ognuno si diverta come preferisce.

Voi andate pure da GameStop.

 

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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Tu mori, io no.

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Mi lascia sempre attonito il fatto che quando qualcuno muore di tumore, si tenda a tenere nascosto il motivo della morte. “dopo lunga malattia”. “di malattia grave”. “sconfitto da un brutto male”. Quasi se in questo modo tenessimo più lontano il cancro. Se fosse questo strano pudore l’unico mezzo concessoci per batterlo. E invece, non nominandolo, lo rendiamo ancora psicologicamente più schiacciante, più devastante, più abnorme. E invece bisogna dirlo: si muore di TUMORE. È lo scotto che paghiamo per aver devastato il mondo per produrre abbastanza roba per sfamarci, vestirci, gingillarci. E se ne continua a morire perchè probabilmente, anche se questo fa davvero schifo dirlo, fa comodo a molti. All'”indotto”. I tumori, prima, dopo ma soprattutto durante, sono un business. Un grandissimo business che molti non vogliono fermare. Pensateci, la prossima volta che qualcuno al tg vi dice “è morto dopo lunga malattia”.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – The Next Day (ISO)

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Risorgere.

 

È questo l’imperativo dominante sul disco che segna il rientro artistico di David Bowie.

Un album che non rinnega nulla della lunga storia dell’artista fino ad autocelebrarsi nella copertina che lo introduce.

C’è il Bowie notturno e quello illuminato dallo stroboscopio, il Bowie eroico e quello ordinario, il Bowie berlinese e quello americano, il Bowie col trucco e quello nudo, il Bowie sintetico e quello elettrico, il Bowie pel di carota e quello caduto dalla Luna, il Bowie innamorato del soul e quello innamorato solo di se stesso.

The Next Day è un disco di riconciliazione e di misurata bellezza, che evita le sorprese (quelle belle e anche quelle brutte) e si accontenta di tenerci compagnia. Avendo già esplorato le vette, Bowie si limita a passeggiare per i pascoli meno scoscesi riducendo al minimo il rischio di scivolare, ricordandoci che su quell’erba sono ingrassate le mandrie che abbiamo visto sciamare fino al macello, dai Simple Minds (I‘d Rather Be High) ai Morphine (Boss of Me), dai Muse (How Does the Grass Grow?) ai Bauhaus (Heat).

Bowie ha smesso di crescere in verticale, respinto e costretto a ridiscendere la pertica da un Dio impensierito e presuntuoso.

 

Ho ucciso me stesso per riempire la coppa, su questo altare che prometteva pietà.

Ancora e ancora. Perché si abbondasse di sangue e dolore.

Ho tolto le scarpe perché il mio sacrificio non svegliasse chi era intento a sognare di sogni troppo incantevoli per poter venire turbati.

Ora tu ridi del mio dolore chiamandolo vano.

Eppure non dovresti.

Perché nessun dolore è inutile.

Solo la felicità lo è.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

David Bowie's The Next Day