LES NEGRESSES VERTES – Mlah (Delabel)

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Dentro il Louvre, il museo d’arte parigino, è custodita la Mona Lisa.

Uno dei più alti esempi di perfezione artistica.

Entri e lei ti guarda. E credi stia guardando proprio te.

Poi c’è un’altra Gioconda, molto più esotica e kitsch.

La dipinge nel 1950 Vladimir Tretchikoff ispirandosi a una ragazzina cinese che l’artista ha incontrato in un ristorante di San Francisco.

Il pittore russo appronta lo schizzo, poi va torna nel suo studio e dipinge la faccia di verde. Una cinese dalla pelle verde.

L’avrete vista di sicuro appesa alle pareti in qualche puntata dei Monty Python o su Frenzy di Hitchcock.

È un quadro che starebbe bene in una vignetta di Corto Maltese e che a molti sembra ridicolo, compreso un gendarme parigino.

Così che quando sente questo gruppo di cenciosi buskers dalle barbe ispide che suonano le loro canzoni ubriache ai bordi di una strada parigina si avvicina e li apostrofa “Ehi voi, vagabondi! Sembrate delle negrette dalla pelle verde”.

Loro che non sanno cosa sia il razzismo, lo guardano e ridono.

Imbracciano le chitarre, danno fiato alle trombe, comprimono l’aria nei mantici delle fisarmoniche e tirano fuori una canzone intitolata La Danse Des Nègresses Vertes.

È quello il battesimo delle Negre Verdi, la miglior band francese degli anni Ottanta.

Hanno le facce da straccioni ma vestono in cravatta e gilet.

Hanno i capelli impomatati ma se aprono la bocca si vede che disertano il dentista da almeno dieci anni. E se la aprono, si sente anche che non bevono solo acqua.

Metà zingari e metà punk.

Emarginati.

Negri con la pelle verde.

Quando finiscono in studio per registrare il primo album si portano dietro le canzoni che hanno imparato a suonare per strada, come avevano fatto le Violent Femmes a Milwaukee. Un altro nome declinato al femminile, guarda caso.

Canzoni che odorano di risacca di mare, di sbronze, di anarchia, di balli zigani e sagre paesane, di valzer ebbri e di banlieue dove l’immondizia vola come aeroplanini di carta e i bambini imparano troppo presto sperando di dimenticare in fretta. Mlah (tutto bene) ci porta in dono questa Francia colorata eppure imbevuta di malinconia, questa Parigi incrostata di ruggine e sprofondata nel muschio di una Senna troppo stanca di portarsi dietro il dolore di tanta gente sperduta sotto la collina di Montmartre.

Un disco dove il dolore e la poesia metropolitana ballano su un carro allegorico sparando coriandoli, confusi tra la pioggia.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REPLACEMENTS – Stink (Twin/Tone)

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Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce al secondo disco dei Replacements, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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OBLIVIANS – Desperation (In the Red)

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È il 28 Giugno.

Prima di partire per le vacanze, col cofano già pieno di tanta di quella roba che poi ne userai la metà, mi spettino col nuovo disco degli Oblivians e mi riconcilio col rock ‘n roll e le chitarre.

Roba di cui mi accorgo di aver pieni non solo gli scaffali.

Sono in una fase di rigetto. E non è colpa di nessuno.

Infilo un disco dietro l’altro e non me ne va bene manco uno.

Poi magari sento Sammy Davis Jr cantare Mr. Bojangles e mi commuovo, come è successo ieri l’altro.

Sto invecchiando.

Ma non credo di essere l’unico.

Non trovo quello che cerco.

Anzi, peggio, non mi va nemmeno più di cercare.

Mi sono impigrito, sto mettendo pancia, alle sette del mattino guardo Peppa Pig e alle otto ascolto Il Ruggito del Coniglio quando prima non mi svegliavo senza due caffè e una doppia dose di Stooges e Ramones, non compro più riviste di musica, ho eliminato Dangerhouse dalle pagine preferite di Explorer, mi viene duro solo quando è inevitabile.

E la cosa più brutta è che dopotutto non ci sto neanche tanto male.

Del resto quando tento di ascoltare cosa hanno da dire i miei vecchi eroi (cazzo ne so….David Bowie, Iggy Pop, i Dropkick Murphys, Mark Lanegan, gli Oblivians), li trovo invecchiati quanto me. Forse anche di più.

Desperation, dicevo, mi riappacifica col calore bianco delle chitarre.

Ma il vecchio spirito del rock ‘n roll non abita più ne dentro me, ne’ dentro le canzoni degli Oblivians.

Non fraintendetemi, si tratta di un disco dignitoso.

Che fa sempre il solito rumore di ferraglia, magari stavolta di ferraglia arrugginita.

Dentro c’è tanto, ma tanto Ramones (I‘ll Be Gone, Pinball King, Oblivion, Little War Child, Desperation). Ma ci sono pure i Devo hardcore di Run for Cover, i Wire sfilacciati di Fire Detector e i Gories convulsi di Em. E, ovviamente, c’è il rock ‘n roll lercio degli Oblivians, guardati spesso attraverso la lente dei Reigning Sound. 

Legittimo che alla trentunesima riga vi state chiedendo come sia alla fine, questo atteso ed inaspettato rientro in scena dei signori Oblivians.

Ma è molto più probabile vi siate fermati prima.

Io sono andato fino in fondo invece. E, onestamente, una demo crampsiana come Mama Guitar (un pezzo inciso da Andy Griffith, morto proprio mentre gli Oblivians registravano l’album, NdLYS) me la sarei pure risparmiata. Perché va bene il rock ‘n roll, va bene il chiasso, va bene Cochran beatificato e seduto alla destra del Padre, va bene il punk schiavo di Memphis e va bene pure la mia demenza senile ma se il tentativo era stupirmi, è stato un tentativo fallito.

Ah! Quasi dimenticavo! Com’è?

È come una donna quando non batti chiodo da un mese.

Ti sembra di vedere l’Eden e invece magari era solo l’Abissinia.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE WHEELS – Road Block (Big Beat)

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“I Negrita???” strepita un mio amico prendendo in mano la copertina.

“No, è la band di Isaac Hayes appena uscita dalla lavatrice, molla lì” faccio io.

Però da quella sera, ogni volta che prendo in mano questa raccolta dei Wheels, non posso fare a meno di sorridere.

Il merito, oltre che del mio amico, è della testa calva di Brian Rossi.

Una pelata che, se fa sorridere oggi, pensate un po’ in piena epoca “capellona”.

Nati come band da intrattenimento col nome di Golden Eagles, i Wheels diventeranno una delle più lucide e calde band di R ‘n B bianco dopo aver visto un incandescente concerto dei Downliners Sect nel Marzo del 1964. Sarà lo stesso concerto che darà vita all’altra formazione di punta del R ‘n B irlandese, i Them.

Con il gruppo di Van Morrison i Wheels condivideranno il produttore (e all’occorrenza autore Tommy Scott) e parte del repertorio. Purtroppo non il successo, che per la band guidata da Rob Demick e dal pelatissimo Brian Rossi non varcherà mai i patri confini, almeno finchè la loro Road Block non verrà recuperata da Greg Shaw sul volume 6 delle sue Pebbles (e quindi dai Cynics) e la loro Bad Little Woman sparata a tutto volume durante lo storico primo tour europeo dei Fuzztones. 

Era il 1985 e Rudi Protrudi, invitato da Hans Kesteloo a scorrazzare per tre mesi in lungo e in largo per il vecchio continente, era venuto a riportarci quello che ci era stato rubato molto tempo prima. Sei mesi dopo la sua uscita, la Bad Little Woman dei Wheels viene infatti depredata dagli Shadows of Knight, così come avevano fatto con la Gloria dei Them e spinta addirittura in Top 100. Ancora oggi tra gli allocchi che cianciano di musica, qualcuno più allocco degli altri pensa che sia un pezzo delle Ombre, piuttosto che dei Wheels. Al compiacimento iniziale subentra però rapido lo sconforto per non aver percepito nessun diritto sul proprio pezzo e Rossi molla, rimpiazzato da Eric Wrixon dei Them per il terzo e conclusivo singolo del gruppo irlandese con una modesta cover di Kicks sulla prima facciata e la Call My Name di Tommy Scott sul retro. Tutta la loro storia, compresi gli inediti già apparsi sulla raccolta Belfast Beat Maritime Blues del ’97, è ora racchiusa qui, commentata da Jon Mills e con i “Negrita” in copertina. Cospargetevi il capo di cenere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DIMI DERO INC. – Cremation Day in the Court of Miracles (Merenoise)

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Sembra la banda della Magliana.

Del resto i criminali hanno le facce tutte uguali, da qualunque posto provengano. Come la banda di Dimi Dero, le cui imprese delittuose si ispirano a quelle di banditi come Beasts of Bourbon, Crime + The City Solution o Chucky Monroes.

A fare da palo per questo terzo colpo messo a segno dalla gang ci sono pure Rob Younger, Brent Williams e Stuart Wilson, il che spiega le impronte di marca Radio Birdman/New Christs rinvenute sul luogo del delitto (Euterpe, Recipe For Happiness, Withering in Wetlands) e confuse con quelle di Die Haut (The Painter), Botanica (Sinner Saint), Iggy Pop (The Dentist, My Pals) o Bauhaus (Bored, Little Big Baby) messe lì a intralciare le indagini.

La musica dei Dimi Dero Inc. è un kraken aberrante e famelico che si agita e sbatte dentro un mare di pece fino a che non riesce ad inghiottirti.

Cremation Day è qui per questo.

Che siate vegetariani o carnivori, pallidi vegan o cannibali infettati dai prioni, non crucciatevi. Perché adesso voi siete il pasto, non i commensali.

 

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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MAN OR ASTRO-MAN? – Is It…Man or Astro-Man? (Estrus)

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The eternal wonders of space and time, the faraway dreams and mysteries of other worlds, other life, the stars, the planets. Man has been face to face with them for centuries, it is barely able to penetrate the unknown secrets. Sometime, someday the barrier will be pierced, why must we wait why not now?

Già, perché aspettare? I Man or Astro-Man? potevano offrirci un viaggio per le stelle e farcelo sembrare una gara di surf sulla spiaggia di Malibu o uno scontro a fuoco davanti al saloon di Pasadena.  

Così nel 1993 salimmo in groppa ad un missile dal profilo fallico, e ci fiondammo nello spazio, intersecammo l’orbita del Mars Observer smarrita dai radar Nasa, facemmo sosta sull’Hubble Space Telescope perché avevamo fame di altre galassie, incrociammo il Po-SAT 1 al largo di Orione, prima di fare rotta verso Alfa Centauri, scansando la bomba atomica di Sadie Hawkins e pulendo i monitor dell’Aisle #9 dopo l’attacco degli uomini-drago. Non capimmo mai se a guidarci fossero uomini o astro-uomini. Ma il mondo, da lassù, ci sembrava ancora abitabile.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TENEBROUS LIAR – Run Run Run (TV Records)

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Steve Gullick è uno dei migliori fotografi rock moderni.

È suo il Bonnie Prince Billy cisposo di Master and Everyone così come lo J. Spaceman vestito d’amianto sulle falde dell’Etna, sue alcune celebri pose di Grinderman, Cat Power o Jim Jones Revue.

Suoi gli scatti di ogni copertina dei Tenebrous Liar, la sua ultima band.

Se è vero che, come dicono gli indiani, le foto rubano l’anima, Gullick deve averne sottratta qualcuna.

Sicuramente quella di Mark Lanegan (la bellissima e perduta The Sickness), una buona parte di quella di Greg Dulli (Theme Tune), qualche alito dei My Bloody Valentine, un soffio dei Black Mountain (Out). E poi l’ombra di Johnny Cash che incombe su tutto, salvo essere sostituito da un automa bionico lungo i tre minuti e mezzo di Desire. Tenebre e rumore, ancora qualche miglio lontano dal capolavoro che vorrebbero provare a scrivere.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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TAV FALCO‘S PANTHER BURNS – Behind the Magnolia Curtain (Stag-O-Lee)

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Malgrado l’aria ispanica di Tav abbia spinto molti ad associarlo all’immagine zigana di Willy DeVille più che a quella sovversiva dei Cramps, Behind the Magnolia Curtain è, nello spirito, fratello gemello di quel Songs the Lord Taught Us uscito quasi in simultanea. Forse ancora più scompaginato e scomposto anche se meno folle, complice l’improvvisato ruolo di batterista affidato ad Alex Chilton (che, ricordiamolo, dei primi dischi dei Cramps era stato il produttore, NdLYS). 

Dietro la cortina si nasconde tutta l’essenzialità del rock ‘n roll.

Nessuno, qui dentro, sembra voler suonare il proprio strumento o quello altrui oltre la sufficienza. Spesso, non si aspira nemmeno a quella.

Si suona fuori sincrono, fuori accordatura, fuori tono, fuori taratura.

Nessuna sovrincisione, nessuna seconda chance, tutto suonato e registrato una volta sola.

Un’anarchia voluta e tutelata da Tav Falco ancora oggi, a trent’anni di distanza affidando il rimissaggio di questa reissue a Larry Nix, l’ingegnere del suono che registrò il master originale di questo masterpiece del rock ‘n roll scheletrico, mentre Brian Setzer fa il tutor di tecnica rockabilly in Rete.

                                  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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AA. VV. – Salvo of 24 Gunshots – A Tribute to Gun Club (Unrecording Records)

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Folle e disperato. Scavato da una epica noir profonda e sciamanica. Era il rock ‘n roll intriso di magia nera dei Gun Club. Tanto imbevuto di mitologia rurale quanto profondamente sedimentato nella metropoli. Il blues tetro di Robert Johnson e il rigurgito della coscienza urbana, insieme. Come se le palme che solcavano i cieli di Miami e le luci che soffocavano di lampi Las Vegas sulle copertine di due albi essenziali della band servissero solo ad esorcizzare demoni che in realtà tormentavano l’anima di Jeffrey come feticci voodoo. Autostrade che sono luogo di fuga, non mezzo di raccordo tra le giungle urbane. I Gun Club sono un “prodotto” della grande città americana, ci vivono e ne cantano le contraddizione, ma sentono il bisogno di scapparne. Musicalmente sono, assieme ai Cramps, il gruppo capace di fondere le istanze di tutte le “tribù” giovanili di quei primi anni Ottanta: i rockabillies e i dark, i seguaci della new-wave e gli indomiti custodi della tradizione. Una delle cose più tossiche e insieme spurganti in cui vi possa capitare di imbattervi andando a cercare tra le pepite di quegli anni. Il prossimo anno ne saranno passati dieci da quando Jeffrey ha incontrato quella Mother of Earth di cui cantava in chiusura di Miami e questo della neonata Unrecording è l’estremo inchino alla sua dipartita. Doppio vinile, il primo con la riproduzione fedele della scaletta di Fire of Love, il secondo che passa al setaccio il restante repertorio storico della band di L.A. Bellissima la versione sofficemente country di Jack On Fire ad opera dei Blanche, band new-country di Detroit che ultimamente flirta sempre più spesso con i signorini White Stripes così come gli Speedball Baby alle prese con la Cool Drink of Water di Tommy Johnson con la chitarra di Jon Spencer in veste di guest-star a brindare a un incontro che sfocerà poi nella nascita degli Heavy Trash. Lupita Screams dei Dirtbombs è uno dei vertici del disco, con la voce di Mick Collins che si staglia IMMENSA su questo stomp soul-blues da far accaponare la pelle.

Altro incontro gradito è quello con Candy Del Mar, indimenticata bassista dei Cramps all’epoca di Stay Sick! e ora a fianco del suo Andy G nei Roller Kings. Bad Indian è la cover di turno, gonfiata di fiati come un rockabilly ubriaco. Promise Me dei Come Ons l’avevamo già ascoltata sul loro recente disco su In-Fidelity ma fa piacere imbattircisi nuovamente. 

Altre perle del disco sono la versione-carta carbone di Sex Beat ad opera degli Elvis Corpse Revisited, gli scheletri di DM Bob and The Deficits che ballano sulle note di Mother of Earth, The Rebel (che altri non è che B.R. Wallers dei grandi Country Teasers, NdLYS) che riduce a una giungla metallica di ferro e acciaio Devil In the Woods, la Death Party rivista dai Girl Trouble. Da segnalare anche l’uscita del 45rpm Salvo of 2 Gunshots, con due versioni di Mother of Earth: una criptica e molto Bad Seeds da parte di Lucas Trouble e una quasi liturgica ad opera degli Ultralove. Uno dei più bei dischi tributo mai realizzati, che evita la trappola più comune per operazioni del genere: la disomogeneità. Gunshots è fedele all’epica radicale dei Gun Club così come all’estetica propria di ogni band presente, dai Demolition Doll Rods ai Dead Brothers.

Un disco che pesca nella sacca emotiva dei Gun Club storici, che spacca il petto alla band di L.A. e ne tira fuori il cuore sanguinante per inscenare una macumba all’anima dannata di Pierce. Una parata di anti-eroi da urlo, tutti a loro modo figli di quell’incesto tra sacro e profano, tra recupero delle radici e fuga dal passato, tra i muschi delle paludi e le luci abbacinanti delle metropoli di cui Jeff fu sciamano, tutti intenti a sfogliare gli apocrifi di Pierce. Un tributo feroce e romantico, come era giusto fosse.

Un centro. Anzi, direi proprio uno sparo, in pieno volto.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MODERN LOVERS – The Modern Lovers (Home of The Hits)

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Sfregiare i libri di storia del rock con un disco postumo.

Non un disco qualsiasi ma uno degli album nodali della storia del rock americano.

I Modern Lovers sono quattro ragazzini irrequieti rimasti intrappolati dentro il primo album dei Velvet Underground. È anche per questo che quando si presentano alla Warner Bros. che ha posato gli occhi su di loro, chiedono che sia John Cale a produrre i provini per quello che dovrebbe essere il loro album di debutto.

E sia. Ma Jonathan Richman è furbo, o crede di esserlo.

Perché si presenta pure alla A&M e anche a loro chiede paghino un buon produttore per andare a registrare a Los Angeles. Si accordano per Alan Mason.

Registrano un po’ di roba e il resto lo spendono a donne, droghe e cibo spazzatura. Insomma, le solite cose.

Come se non bastasse, Kim Fowley, in una pausa di lavoro per la colonna sonora di American Graffiti, corteggia la band e la raggiunge a casa loro, a Boston. E lì registrano ancora una volta.

Ma la cosa ha dei risvolti incredibili.

Da un lato la Warner che alla fine ha siglato il contratto, si sente presa per il culo. Quando la band va a chiedere la data di uscita del loro disco, trovano l’ufficio di Stuart Love blindato.

Dall’altro Jonathan Richman ha suonato così tante volte quei pezzi che non vuole più sentirli. Nel Febbraio del 1974 i Modern Lovers non esistono già più: Jerry Harrison si è trasferito nei Talking Heads, David Robinson mette su i Cars, Ernie Brooks sbarca il lunario come session man per la gente che ha conosciuto in tour, David Johansen dei New York Dolls e Elliott Murphy in primis.

E Jonathan? Ah, già.

Jonathan è rimasto molto amico di un tizio della A&M che adesso ha messo su una nuova label chiamata Home of The Hits, presto ribattezzata Beserkley. Così si presenta con dei Lovers non più moderni ma ri-modernati e inizia una lunga carriera di menestrello un po’ burlone e un po’ Peter Pan che dura sino ai giorni nostri. Matthew King Kaufman dà un’altra chance a Richman. Solo che, non potendo ancora contare sui nuovi Modern Lovers, preferisce investire sui vecchi, obbligandolo a firmare la liberatoria per pubblicare il vecchio materiale, quello del 1972.

Jonathan Richman storce la bocca, finge un crampo alla mano destra, poi accetta.

Del resto non gli viene chiesto altro che limitarsi a disconoscerlo per il resto della sua vita. Cosa che farà puntualmente per 35 anni, anche dopo essere stato inserito nella lista dei 500 album più influenti della storia del rock redatta da Rolling Stone.

The Modern Lovers nasce dunque, oltre che dopo parto travagliato, orfano.

Sarà per quello che è più scontroso di tutti quelli che saranno i suo fratellastri.

Pieno di tic e di bile nera.

Un po’ claudicante per via di una leggera deformazione agli arti inferiori.

Con una vistosa scoliosi.

Va in giro scapigliato e preferisce sandali e vestiti trasandati ai bermuda e alle camicie hawaiiane che affollano il guardaroba di famiglia.

Quando passa per strada molti si girano dall’altra parte.

Ma i punk no, i punk lo accolgono nella loro comunità e gli offrono rifugio.

Roadrunner gira ininterrottamente sul juke-box della boutique di Malcolm McLaren e viene adottata dai Sex Pistols.

Negli anni diventerà una delle palestre più frequentate dalle garage bands di ogni dove per questo suono rudimentale, sciatto e svogliato. Più demente dei Ramones e più irrequieto dei Velvet, con un piccolo solo di organo doorsiano suonato da un bimbo down alla recita dell’oratorio.

E con la voce di Jonathan inflessibile e piatta. Noiosa ed annoiata. Non accenna una nota che sia una, non modula, non armonizza. Semplicemente, parla.

Ma la vera canzone proto-punk del disco si intitola She Cracked, altra traccia prodotta da John Cale. Un solo accordo suonato con intento omicida e ripetuto fino all’ossessione maniacale. Come una Venus In Furs sotto anfetamine.

Un’assillante marcia velvetiana come quella che chiude la prima facciata del disco e dedicata a Pablo Picasso, risolta con le analoghe dislessie chitarristiche care a Lou Reed e il ticchettìo alienante del piano di John Cale su un’unica nota di Mi.

Sarà proprio lui ad inciderla per primo e ufficializzarne l’esistenza, su quella meraviglia di Helen Of Troy, nel 1975.

Someone I Care About è l’altra spiritata garage song prodotta da Cale che sta sulla seconda side dell’album, stretta fra il primissimo provino della band (la Hospital registrata a Boston nel 1971 e ceduta da Jerry Harrison per l’occasione, NdLYS) e una piccola canzone d’amore suonata al piano e intitolata Girlfriend.

E sarà con questo titolo, per qualche assurdo motivo che nessuno ha mai spiegato, che finirà sulla bella raccolta vintage 23 Great Recordings della Beserkley.

Un altro piccolo capolavoro dell’epoca è Dignified & Old, risalente alle sessions con Alan Mason ed esclusa dal disco fino alla successiva ristampa del 1989.

Una canzonetta stonata e sgualcita che vale quanto un intero scaffale di indie-rock.

Guided by Voices, Jazz Butcher, Pavement, Sebadoh raccontati in 2 minuti e mezzo.

Per raccontare di tutti gli altri scaffali ci metterà qualche minuto di più.

Ma davvero qui dentro ci stavano praticamente quasi tutti, dalle Violent Femmes a Beck, dai Neutral Milk Hotel ai Television Personalities, dai Feelies agli Half Japanese, dalle Shonen Knife a Ben Lee.

Ricordatevene, quando vi chiederanno i nomi delle dieci band fondamentali degli anni Settanta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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