THIN WHITE ROPE – In the Spanish Cave (Frontier)

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Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophan la musica della band californiana, nonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia.

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola. 

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Taste (What Goes On)

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Assieme a Psychocandy e Sound of Confusion, Taste servì a costituire la Sacra Trimurti del feedback pop inglese degli anni Ottanta.

Un rumore da officina siderurgica che soffoca ogni cosa.

Taste nasce sotto effetto delle droghe. Triptizol, per l’esattezza. Un antidepressivo triciclico al cui abuso Stephen Lawrie sopravvive a stento, quando è appena diciottenne. La crisi di astinenza che ne segue mette in circolo tossine e scorie che Stephen cerca di eliminare in ogni modo. Vomita ed urina ad ogni ora del giorno e della notte. E scrive larve di canzoni spalmate su brandelli di rumore bianco.

Come se non bastasse, il resto della scaletta di Taste viene composta nell’appartamento che Dominic Dillon (diventato nel frattempo batterista “in pianta” stabile, NdLYS) condivide con una serie imprecisata di spettri. Che stavolta, a differenza di quelli di Stephen, non sono presunti. Ma i ragazzi sfruttano la cosa a loro vantaggio: nessuno frequenta il palazzo, a causa dei fantasmi che lo abitano, e così danno fondo alla loro risorsa di rumore. Sempre più forte, sempre più violento, tanto da atterrire pure i fantasmi.

Quando alla fine portano i loro strumenti alla Track Station, Stephen non è ancora sazio. Vuole ancora più rumore, vuole che sia indomabile.  

Suggerisce a Ken MacPherson, uno dei due produttori del disco, di alterare i pedali fuzz fino a renderli ingovernabili. Sempre Stephen suggerisce a Ken e Chris Bell l’idea di piazzare un ventilatore tra l’amplificatore del basso e il microfono per creare l’effetto oscillante dentro il caos di Suicide, il collasso conclusivo che chiude il disco. I Fall, She Screams, Violence, Threadbare, There Is No Floor, Suffercation, Silent Water lungo lo snodarsi del disco sono percorse dalla medesima follia feroce e perversa. Una torrida colata di rumore bianco e purpureo che ustiona la carne, un altoforno dove il pop anoressico della pallida Albione viene forgiato come una lamiera di ferro rovente. Una zecca abusiva dove viene coniata la nuova moneta del rock psichedelico dell’era post-atomica.

Non chiedetevi che “sapore” abbia, chiedetevi piuttosto se riuscirete a sopportarlo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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IKE & TINA TURNER – Nutbush City Limits (United Artists)

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Nel 1973, dopo aver piazzato in Top Ten la loro versione di Proud Mary, aver fatto strabuzzare gli occhi a Ed Sullivan, aver vinto il Grammy Award come miglior gruppo R&B, aver aperto per tutte le date americane dei Rolling Stones per i loro tour del ’66 e del ’67, dopo 14 anni di sesso, legnate e cocaina, la storia artistica e privata di Ike e Tina Turner sta per chiudersi.

Dignitosamente la prima, molto meno la seconda: Tina ha tanti di quegli ematomi che non si troverebbe lo spazio per darle un pizzicotto, la cartilagine nasale forata dalla coca e la sua dignità a pezzi, costretta ad umiliazioni sessuali sempre più pesanti, sia quando Ike si dedica al suo corpo, sia quando la costringe ad assistere alle sue orge con le Ikettes oppure quando le impone di fare una fellatio alla sua chitarra mentre lui posa le sue mani sudice sulle più belle curve femminili della soul music.

È arrivata al limite, non solo quello geografico della sua città alla quale dedica Nutbush City Limits: bellissima, con una chitarra sporca e glam (pare, anche se nessuno lo ha mai accertato, suonata da Marc Bolan) e un’altra morbidamente annegata nel wah wah. E poi fiati, campanelli, un assolo di synth spaziale e un giro di basso che contiene tutti i Red Hot Chili Peppers. Quelli con i calzini sul pisello, si capisce. Non quelli con il pisello nei calzini.

Erotico e funky, porterà il duo più sexy della storia della musica nera per l’ultima volta in classifica. Tina scapperà dal suo incubo qualche anno dopo, con in tasca pochissimi centesimi, grandi ambizioni e quella canzone che diventerà uno dei primi pezzi del suo repertorio solista e uno dei classici della sua carriera.

Sarà anche il pezzo con cui Brian Johnson convincerà gli ACϟDC a reclutarlo tra le loro fila al posto di Bon Scott, ma questa è un’altra storia, come quella del ballo (il Nutbush, appunto) che dalle mosse feline di Tina prenderà il nome.  

Nutbush City Limits sta dentro l’album omonimo, ancora pieno di quel “sound da terremoto” cui Little Richard ha dichiarato ostilità solo un anno prima, sulla sua The King of Rock ‘n Roll.

Il piccolo Richard perderà la guerra, ovviamente.

Perché Nutbush è un disco dove la black music è cosa viva, sia quando si infila nelle mutande sporche di soul di Sam Cooke (la vibrante That‘s My Purpose scritta sempre da Tina) o di Otis Redding (Drift Away di Dobie Gray), sia quando strapazza il sexy-funk di James Brown (Make Me Over) o quello torbido di Sly Stone (Daily Bread), quando gioca col ritmo serrato del rock ‘n roll sulla nuova versione della spectoriana River Deep, Mountain High o quando, come nella title track o nella conclusiva e gemella Club Manhattan si sporca con il suono urbano della metropoli americana tracciando i confini del R ‘n B moderno.

Dal vivo la Ike & Tina Turner Revue è la cosa più travolgente che pesta il palco.

Otto colonne di carne che si bagnano mentre la band tira fuori il suo soul groove.

Otto colonne di carne turgida. E sono tutte di Ike. 

Nel 2002 quindici chilometri della Route 19 che collega Nutbush a Brownsville saranno battezzati “Tina Turner Highway”: dopo cento metri c’è già la prima curva….

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

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THE CULT – Love (Beggars Banquet)

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Nel 1985, dopo le ossessioni tribali, gotiche ed indiane dei primi anni, i Cult modificano il loro suono aprendolo alle influenze della cultura hippie, al rock acido degli anni Sessanta, ai flash purpurei della chitarra di Hendrix, alla simbologia esoterica. Lo spettro musicale della band inglese si allarga, come il suo pubblico.

Il suono dei Cult si fa iridescente (Hollow Man, She Sells Sanctuary), epico (Rain), psichedelico (Revolution), hendrixiano (Phoenix) o zeppelliniano (Love, Black Angel) ma soprattutto trasforma la coppia Atsbury/Duffy nella reincarnazione new-wave dei gemelli tossici Tylor/Perry. Anche se in questo caso il più tossico di tutti sta seduto dietro la batteria. Si chiama Nigel Preston ed è talmente fatto che scambia il cesso dello studio per lo sgabello del suo strumento. I Cult corrono ai ripari chiamando in aiuto il bravissimo Mark Brzesicki che contribuisce a dare al disco quell’impronta vagamente guerriera che lui ha usato nei dischi dei suoi Big Country.

Love è l’apoteosi chitarristica di tutto il post-punk inglese, un vorticoso sabba psichedelico che riadatta con astuzia il vigore mascolino di Axis: Bold as Love e Disraeli Gears alle nuove piste da ballo alternative popolate dai nipotini efebici di Robert Smith e Andrew Eldritch e dalle piccole principessine nerovestite attratte dalle suppellettili goth che fanno da corredo ai musicisti e alla grafica delle loro uscite discografiche. Un’intuizione che sdogana i Cult verso il grosso mercato: Love vende, e vende tanto. I video entrano in rotazione, Rain, Revolution e She Sells Sanctuary, i tre singoli estratti carichi di chitarre epiche e cori da estate dei fiori, entrano nell’immaginario collettivo di una musica nuovamente rituale e liberatoria, dopo anni di minimalismo concettuale ed estetico.

Love è la celebrazione del rock nella sua forma più istintiva e banale.

Per questo funziona.

È il rito domenicale dell’eucarestia celebrato dentro una cattedrale gotica.

Ian Atsbury prende il suo Ostensorio e porge la sua ostia santa.

Tutti ne prendono, credenti e non.

Ma qualcuno, lasciando le navate, non fa il segno della croce.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE VELVET UNDERGROUND – Loaded (Cotillion)

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Scongiurato il rischio di ammutinamento da parte di John Cale con l’arruolamento di Doug Yule, Lou Reed abbassa le sue difese senza rendersi conto che è proprio Doug a voler prendere in mano la ciurma e inabissare la nave dei Velvet Underground tra le onde del più banale rock americano. Se ne rende conto una volta ultimate le registrazioni di Loaded, nell’Agosto del 1970. Quando Steve Sesnick gli consegna in mano le bobine coi provini del nuovo album: è proprio allora che Lou si rende conto che quella che credeva la sua band è diventata la band di Doug Yule.

Reed non è più accreditato come il songwriter principale e l’ego di Yule esplode nel tentativo di oscurare la forza di quello che fino all’anno prima era stato il suo guru.

Doug riesce pure a coinvolgere il fratello Bill nella registrazione del disco approfittando dell’assenza per gravidanza di Moe Tucker.

È a quel punto che Lou Reed decide di abbandonare la nave.

Anni dopo ripudierà in toto quel disco, nonostante è da lì che prenderà in prestito i purosangue del suo repertorio solista: Sweet Jane e Rock & Roll, allungate a otto e dieci minuti faranno brillare l’ordigno di Rock n Roll Animal, pochissimi anni dopo.

Il suono di Loaded, assecondando i desideri di Yule e le ambizioni della Atlantic che li ha accolti nella sua piccola sussidiaria Cotillion assicurandosi i servigi della band per due album ma pretendendo una svolta commerciale che giustifichi la cifra posta in calce al contratto, ha un suono del tutto docile e inoffensivo.

Ogni riferimento alla droga e alla cultura sado/maso è stato spurgato e la musica si dibatte innocua tra l’ottimismo beatlesiano di Who Loves the Sun, il country di Lonesome Cowboy Bill, il rock ‘n’ roll motociclistico di Train Round the Bend, il doo-wop di I Found a Reason, gli echi southern rock di Oh! Sweet Nuthin’, il ballatone stonesiano di Cool It Down e le tristi luci da camerino che illuminano New Age.

Eppure, nonostante faccia di tutto per scontentare l’audience tossica che aveva seguito i primi passi della band newyorkese, nonostante sia stato assemblato e costruito per vendere e per lanciare i Velvet nell’overground con la speranza di lasciare per sempre le anguste, clandestine e fatiscenti strade metropolitane, nonostante suoni disintossicato e allegro come nessuno avrebbe mai potuto immaginare ai tempi di Heroin, Black Angel’s Death Song, The Gift, Sister Ray o Lady Godiva‘s Operation, nonostante si mostri appannato proprio mentre cerca di sfoggiare il suo sorriso migliore, Loaded resta un grande disco, addirittura superiore all’osannato disco omonimo che lo ha preceduto. Un albo che non accampa nessuna pretesa di avanguardia artistica, che non si porta addosso nessuna maledizione, che non vuole ridefinire nessun canone.

Un disco di canzoni. 

Voi invece che tipo di dischi preferite comprare?

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars (RCA)

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Ziggy Stardust è uno dei personaggi chiave nell’iconografia rock.

Uno degli incubi ricorrenti che segnano le notti insonni di quanti di giorno si nutrono al seno della rock music e la sera faticano a staccarsi dai suoi capezzoli.

La sua ascesa e la sua caduta sono il monumento al milite ignoto dall’ingordigia dello starsystem.

The Rise and Fall è il punto in cui convergono compiutamente tutte le esperienze artistiche e personali dei primi trentacinque anni di vita di David Bowie. Mimica, teatro, astronomia, arte glam, cabaret, space rock, travestitismo, pop-art, buddismo, promiscuità sessuale, gay culture. Tutto infilato dentro un concept-album e uno spettacolo che mette in scena l’abbagliante splendore e la fragilità di un eroe del rock. Il supereroe che è venuto a salvare il mondo immolandosi all’altare del rito pagano del rock ‘n’ roll suicide.

Dietro Ziggy ci sono i gli Spiders, tre aracnidi piovute sulla terra il 25 Settembre del 1971 e ripartite il 3 Luglio del 1973, quando Bowie ammazza Ziggy sul palco dell’ Hammersmith Odeon, cercando di liberarsi da un alter-ego talmente grande da mettere a repentaglio la sua identità artistica e privata.

In realtà però i ragni continueranno a girare per un po’ sul nostro pianeta, alla ricerca della polvere di stelle lasciata da Ziggy il quale invece aveva davvero lasciato il nostro mondo. 

Non lo avrebbero più trovato. E ad un tratto riaffiora alla loro memoria il perché, chiuso in quell’atto finale del testamento di Ziggy Polvere di Stelle… Sei un suicida del rock ‘n’ roll(…)così corri a casa/non lasciare che il sole bruci la tua ombra(…)Tutti i coltelli sembrano lacerarti il cervello/prenderò la mia parte, ti aiuterò col dolore.

La grevità solenne che tinge di arancio e unge di mascara le undici tracce del disco sono la rappresentazione spettacolare dell’alienazione e della sublimazione egocentrica della rockstar. Un tema che era stato toccato in chiave mistica dal Tommy degli Who e che verrà consegnata alla memoria collettiva dal Pink tratteggiato da Roger Waters su The Wall.

Fra i tre però è Ziggy Stardust quello che più di tutti mesce nel lerciume del rock ‘n roll.

Con i guanti di piume di struzzo, si capisce. Elegantemente decadente come un Jellicle Cat. O come le incredibili chitarre di Mick Ronson dentro cui è seppellita la voce di David Bowie. Fisiche eppure evanescenti: lunari. Se ne può distinguere ogni pennata, cogliere la vibrazione di ogni corda, lo scintillio di ogni accordo, la lingua di David Bowie lasciare una scia di bava lungo la cassa glitterata della Les Paul in una fellatio che verrà immortalata e iconizzata da Mick Rock come una delle immagini chiave del rock effeminato e decadente degli anni Settanta, celebrato nella Lady Stardust dedicata clandestinamente ai corpi di Marc Bolan e di Lou Reed presenti entrambi anche in spirito rispettivamente nel boogie pre-punk di Hang On to Yourself e nella ballata al neon di Rock ‘n’ Roll Suicide.

Ziggy Stardust è l’embrione sifilitico di tutto il rock ‘n’ roll malato che verrà e il sarcofago di pailettes che custodisce il cadavere di quello che era stato fino ad allora.

“Ci muoviamo come tigri sulla vaselina
l’amaro viene fuori meglio su una chitarra rubata
Voi siete i prescelti, noi gli Spiders from Mars”

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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NOT MOVING – LIGHT / DARK : Singles, Eps & Early More 1981-1987 (Audioglobe Relics)

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20 Settembre 1981/11 Settembre 1988. Poi, la crisi del settimo anno si porta via la più grande rock ‘n roll band italiana del decennio. Sette anni di tour, alcol, risate, sputi, pelle, ossa, vomito, dischi, lacrime, sperma e botte da orbi. Sette anni in cui il sogno del rock ‘n roll sembra avverarsi (salendo sul palco prima degli stivali di Paul Simonon, Johnny Thunders o Joe Strummer e ottenendo il rispetto di gente come John Peel, Miles Copeland e Jello Biafra) e invece piano piano diventa sempre più lontano, inghiottito da quel buio che ha sempre attratto come un buco nero la band di Piacenza e che tuttavia non le impedì di illuminare di luce sinistra i migliori anni del rock ‘n roll italiano, quello che saliva su dalle mutande, non quello intellettuale che cola giù dal cervello e che oggi ci invade come una condanna a morte.

Luce e Buio, come questa raccolta che inaugura il parco archeologico della Audioglobe Relics dove ci sono tutti i Not Moving “minori”: dalla prima demo registrata quando 3/5 della band non ha ancora raggiunto la maggiore età, fino all’ultimo mini per la Spittle passando attraverso Land of Nothing e Black ‘n’ Wild.

Voi tenetevi stretti i “colori degli anni Ottanta”.

A me lasciatemi il nero dei Not Moving.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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DEAD KENNEDYS – Fresh Fruit for Rotting Vegetables (Cherry Red)

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Bakunin aveva messo in guardia gli sbirri che lo stavano conducendo in prigione: una risata vi seppellirà!

Nel 1980, dopo più di cent’anni, quella risata arrivò, ed era quella di Jello Biafra.

Provocazione e sberleffo, ingiuria e irriverenza, derisione e denuncia politica conditi da una voce che sembra proprio voler ridere sarcasticamente sul declino della civiltà occidentale. La musica dei Dead Kennedys arriva a porre fine al punk e dar fuoco alle polveri dell’hardcore. Il messaggio sopra ogni cosa. E le spiagge colorate del beach punk californiano si tingono improvvisamente di rosso sangue.

La California Soprattutto, ma vista come un campo di concentramento nazista, mentre tutt’intorno scoppia la guerra chimica, le menti sono assuefatte dalla televisione di Stato, il Ku Klux Klan annienta la nazione nera, la bomba al neutrone diventa la nuova merce di scambio tra America, Cina e Unione Sovietica e la Cambogia la nuova località balneare per i vitaminizzati marines americani.  

E poi un nome che è un’ombra nera proiettata nella storia dell’America moderna e un leader che si è appena candidato alle elezioni municipali di San Francisco con un programma che prevede una divisa da clown per la Polizia della città e che, malgrado tutto, è arrivato quarto su una lista di dieci candidati. La città è salva per un soffio ma l’America non può perdonarlo, così tra una guerra segreta in Nicaragua e una botta alle chiappe del golfo Persico, gli Stati Uniti trovano pure il tempo per dichiarare guerra a Biafra e ai suoi Kennedy Morti. Prima bloccando la pubblicazione entro i patri confini del loro album, infine trascinando il cantante in tribunale con l’accusa di oscenità, prosciugando le tasche della Alternative Tentacles e decretando di fatto la morte del gruppo.

Un anno dopo il processo i Dead Kennedys sono i Dead Dead Kennedys.

Morti due volte. Uccisi due volte.

Poi resusciteranno, come tutti i cadaveri del rock ‘n’ roll obituary, ma quella è un’altra storia, altrettanto macabra. Fresh Fruit for Rotting Vegetables con la sua copertina scomoda (che documenta gli scontri urbani innescati dalla comunità gay di San Francisco a seguito dell’uccisione del loro leader Harvey Milk e della “morbida” ed omofoba sentenza emessa nei confronti del suo assassino Dan White. Dan sarebbe comunque morto prima dei Dead Kennedys, ucciso dal suo stesso rimorso, NdLYS) e i suoi testi ferocemente sarcastici troverà dunque asilo in Inghilterra, dove verrà stampato dalla Cherry Red e finanziato quasi per intero da Iain McNay che dell’etichetta inglese è il fondatore e il presidente ad interim. Uno dei dischi che cambia il volto del punk americano arriva negli Stati Uniti d’importazione. Non tutti lo trovano, nel negozio della propria città, ma chi lo trova resta bruciato da queste quattordici sciabordate che si trasformano ora in un valzer (Chemical Warfare), ora in una parodia del rock ‘n roll (la cover di Viva Las Vegas che chiude il disco), ora in una truculenta caricatura di un gruppo garage (Let‘s Lynch the Landlord), di una surf band (Funland at the Beach) o di una gang psychobilly (Drug Me), sganciando sul campo i nuovi anthem della generazione hardcore come KIll the Poor, California Über Alles, Holiday in Cambodia tutti bruciati da chitarre sulle soglie dell’epilessia, da un basso prepotente e dalle smorfie di Jello Biafra, il Joker del punk californiano.  

Gridai:
“Chi ha ucciso i Kennedy?”
quando dopo tutto sapevamo
che eravamo stati voi ed io.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Dead Kennedys - Fresh Fruit For Rotting Vegetables