IKE & TINA TURNER – Nutbush City Limits (United Artists)

Nel 1973, dopo aver piazzato in Top Ten la loro versione di Proud Mary, aver fatto strabuzzare gli occhi a Ed Sullivan, aver vinto il Grammy Award come miglior gruppo R&B, aver aperto per tutte le date americane dei Rolling Stones per i loro tour del ’66 e del ’67, dopo 14 anni di sesso, legnate e cocaina, la storia artistica e privata di Ike e Tina Turner sta per chiudersi.

Dignitosamente la prima, molto meno la seconda: Tina ha tanti di quegli ematomi che non si troverebbe lo spazio per darle un pizzicotto, la cartilagine nasale forata dalla coca e la sua dignità a pezzi, costretta ad umiliazioni sessuali sempre più pesanti, sia quando Ike si dedica al suo corpo, sia quando la costringe ad assistere alle sue orge con le Ikettes oppure quando le impone di fare una fellatio alla sua chitarra mentre lui posa le sue mani sudice sulle più belle curve femminili della soul music.

È arrivata al limite, non solo quello geografico della sua città alla quale dedica Nutbush City Limits: bellissima, con una chitarra sporca e glam (pare, anche se nessuno lo ha mai accertato, suonata da Marc Bolan) e un’altra morbidamente annegata nel wah wah. E poi fiati, campanelli, un assolo di synth spaziale e un giro di basso che contiene tutti i Red Hot Chili Peppers. Quelli con i calzini sul pisello, si capisce. Non quelli con il pisello nei calzini.

Erotico e funky, porterà il duo più sexy della storia della musica nera per l’ultima volta in classifica. Tina scapperà dal suo incubo qualche anno dopo, con in tasca pochissimi centesimi, grandi ambizioni e quella canzone che diventerà uno dei primi pezzi del suo repertorio solista e uno dei classici della sua carriera.

Sarà anche il pezzo con cui Brian Johnson convincerà gli ACϟDC a reclutarlo tra le loro fila al posto di Bon Scott, ma questa è un’altra storia, come quella del ballo (il Nutbush, appunto) che dalle mosse feline di Tina prenderà il nome.  

Nutbush City Limits sta dentro l’album omonimo, ancora pieno di quel “sound da terremoto” cui Little Richard ha dichiarato ostilità solo un anno prima, sulla sua The King of Rock ‘n Roll.

Il piccolo Richard perderà la guerra, ovviamente.

Perché Nutbush è un disco dove la black music è cosa viva, sia quando si infila nelle mutande sporche di soul di Sam Cooke (la vibrante That‘s My Purpose scritta sempre da Tina) o di Otis Redding (Drift Away di Dobie Gray), sia quando strapazza il sexy-funk di James Brown (Make Me Over) o quello torbido di Sly Stone (Daily Bread), quando gioca col ritmo serrato del rock ‘n roll sulla nuova versione della spectoriana River Deep, Mountain High o quando, come nella title track o nella conclusiva e gemella Club Manhattan si sporca con il suono urbano della metropoli americana tracciando i confini del R ‘n B moderno.

Dal vivo la Ike & Tina Turner Revue è la cosa più travolgente che pesta il palco.

Otto colonne di carne che si bagnano mentre la band tira fuori il suo soul groove.

Otto colonne di carne turgida. E sono tutte di Ike. 

Nel 2002 quindici chilometri della Route 19 che collega Nutbush a Brownsville saranno battezzati “Tina Turner Highway”: dopo cento metri c’è già la prima curva….

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

Ike-Tina-Album-Nutbush-city-limits-Vinyl-1

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