GRANT LEE BUFFALO – Mighty Joe Moon (Slash)

Con appena un po’ di lacca in più, Mighty Joe Moon riesce ad eguagliare, ad appena un anno di distanza, il suo predecessore Fuzzy.

L’attacco mozzafiato di Lone Star Song col il suo gioco di tapis-roulant elettrici è l’ideale passaggio di consegne del morente grunge all’ alternative-country.

Ma già lo stormo di tordi insolenti di Mockingbirds apre le porte al lato più spietatamente amaro e penoso della scrittura del terzetto americano, alla capacità di Lee-Phillips di suggere il dolore fin tanto da farne uscire una goccia di miele.

Come il pezzo che lo precede è un brano partorito durante la vita on the road, permeato dalle suggestioni e dalle esperienze maturate lungo gli Stati che hanno accolto i Grant Lee Buffalo come la più importante rivelazione del rock americano dell’ anno appena trascorso. E se era stato il Texas, l’omicidio di Kennedy e l’assedio di Waco ad inspirare la traccia di apertura, stavolta è il terribile terremoto di Northridge a fare da collante alla sofferenza endemica di Mockingbirds.

It‘s the Life schiude delicati arpeggi byrdsiani, ancora più fragili una volta frustati dalla tempesta elettrica della successiva Sing Along, un’altalena che dondola nel prato sotto un cielo che annuncia burrasca.

La malinconia torna prepotente sulla title-track, lentissima ballata acustica resa fatata (o insopportabile) dall’ uso del falsetto.

La lentezza diventa catalettica in alcune delle tracce successive, come HappinessLady Godiva and MeRock of Ages, nel romanticismo senza corteccia di Honey Don‘t Think e nel pigro incedere di Drag finendo per intorpidire un po’ l’attenzione e diluire la tensione emotiva. A dispetto di ciò i sospiri di Mighty Joe Moon, le cinghie velenose di Demon Called DeceptionLone Star Song, le fusa di Mockingbirds e le lacrime amare di It‘s the Life rimangono tra le ultime cose preziose di tre contadini destinati a smarrirsi nei labirinti urbani di Copperopolis.

Franco “Lys” Dimauro

 grantlee

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