SOUNDGARDEN – Superunknown (A&M)

Nel 1994 si celebrano i funerali universali del grunge.

Artisticamente e moralmente si è arrivati al punto di non ritorno.

La forza sperimentale del grunge si è spenta di pari passo con la sua canonizzazione che mutila e avvilisce quella volontà di abbattere gli steccati tra i generi che era stata la forza propulsiva del movimento.

Il bisogno primordiale che aveva generato mostri come Tad, Soundgarden, Nirvana, Alice In Chains, Mudhoney o Green River viene soffocato dalla montagna di dollari che piove sulla scena di Seattle.

Le multinazionali vogliono tutto.

Anche a costo di vederli morire, quei cenciosi e pidocchiosi capelloni che credono di essere chissà chi. E infatti li vedranno morire.

Superunknown ad esempio esce esattamente un mese prima che Kurt Cobain si spari in bocca. Ognuno sceglie come uccidere se stesso: Kurt preferisce il piombo, i Soundgarden preferiscono agonizzare per settanta minuti ferendo mortalmente la propria arte visionaria di un hard rock mutante e alterato.

I Led Zeppelin dell’era grunge decidono di diventare i Boston dell’ MTV generation. Tutto viene registrato, inciso, prodotto, arrangiato, mixato e levigato in maniera ultraprofessionale. Anche le sbavature sono messe lì ad arte, perché il sepolcro non sembri troppo spettrale.

E, sapete cosa?

Quasi nessuno si accorge che è una tomba.

Proprio così.

Come quando sei davanti al Vittoriano e spalanchi la bocca di fronte a quella maestosità rivestita di marmo e ti scordi che sei al cospetto di un monumento funebre.

Superunknown è lo specchio davanti al quale i Soundgarden decidono che è giunta l’ora di pettinarsi. E, come un platano dopo la potatura, lascia un manto di foglie morte sull’asfalto rovente. Spenta la forza d’urto devastante di Ultramega Ok e Louder Than Love, ammansita la furia annichilente e scura di Badmotorfinger i Soundgarden si trovano davanti alla possibilità di dirottare il loro dirigibile sulle larghe piste del rock convenzionale sfruttando le capacità tecniche e i trucchi del mestiere che hanno appreso e affinato negli anni. Cambi di ritmo, accordature alternative, corde ribassate e tutte quelle diavolerie che hanno appreso sui dischi di Black Sabbath, Zeppelin, Beatles e Mountain e che hanno già applicato nelle loro uscite precedenti mentre i testi di Chris Cornell si spostano tra una visionaria e cupa ricerca di fuga psichedelica e una disperata corsa dentro i labirinti violacei della depressione.

Come per Dirty dei Sonic Youth e Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers  siamo davanti all’attimo della cristallizzazione di un genere (il noise e il crossover lì, il grunge qua) che diventa strumento articolato e formalmente ineccepibile di spettacolarizzazione plateale della sua elaborazione concettuale in chiave popolare.  

La storia del rock apre le sue fauci e ingurgita un altro boccone di carne. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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