DIED PRETTY – Free Dirt (Citadel)

Ci sono dischi che ti tracciano solchi nella carne, che ti tirano fuori l’anima e te la appendono sui fili del bucato. Dischi rotondi, ma uncinati.

Piccole sacche emozionali che ti porti dentro, anche se credi di averle seppelite tre le muffe della soffitta. Free Dirt è uno di questi dischi. Lo puoi ascoltare cento volte e trovarci dentro sempre qualcosa che ti stordisce come la prima volta. Come quando, tutti attenti alla polvere alzata dagli stivaloni di Sid Griffin e Steve Wynn mentre la febbre roots montava dall’America Paisley dovemmo arrenderci di fronte all’ evidenza: il miglior album di rock acido arrivava come l’ uragano che incombeva sulla sua copertina e veniva dall’Australia.

I Died Pretty erano, allora, un gruppo che ti ammazzava. Lo avevano palesato con i primi, immensi singoli (Out of the UnknownMirror BluesNext to Nothing) e lo confermavano nel 1986 con quello che resta uno dei debutti più cocenti della storia del rock, dove si consuma lo scontro a fuoco tra il chitarrismo furioso dei Television, il folk svogliato di Dylan e le piogge acide delle tastiere dei Doors.

Un disco monumentale, scolpito nella sabbia e nella roccia del deserto aborigeno.

La band lo registra nel Novembre del 1985 ai Trafalgar Studios di Rob Younger, con lo stesso ex-Birdman alla produzione. Il suono è un incredibile arco di trionfo eretto tra il caotico maelstrom chitarristico di Velvet Underground, Television, Hendrix e il tormento di tastiere di Suicide, Doors, Modern Lovers. Ha in sé qualcosa di straordinariamente epico (l’attacco di Life to Go sarà lo stesso usato dagli U2 per la loro Bullet the Blue Sky) ma allo stesso tempo di estremamente decadente e torbido come la vena di un eroinomane.

Qualcosa che li pone a metà strada tra una garage band e un gruppo di art-rock.

Perché Free Dirt, al di là degli innegabili ed evidenti richiami al classico rock americano (Through Another Door impreziosita dalla bellissima pedal steel di Graham Lee dei Triffids il picco della loro anima roots mentre agli amanti dei R.E.M. di Lifes Rich Pageant piacerà senz’altro Blue Sky Day), è intinto nel calamaio del suono maledetto di band allucinate e trasversali come Pere Ubu, Contortions, Stooges (l’uragano che si abbatte sul terzo minuto di quella Next to Nothing che, quando riparte, ti viene voglia di tirar su le persiane, il violino alla John Cale che gira su Wig-Out, le distorsioni che dilaniano la carne e strappano l’epidermide di Just Skin). E’ questo a renderlo così maledettamente aderente al nostro spleen, questo dolore sotteso che ci alita addosso come vapore di sudore freddo durante i nostri sogni tormentati, questo sgomento che sembra affettare l’ aria come quando il vento soffia ad annunciare un terremoto imminente, sfibrando i cuori.

La spazzatura roots di Free Dirt risuona di tutto il miglior rock che si possa sognare di cantare mentre si viene spazzati via dalla pioggia. Un disco indispensabile, come la gioia e come il dolore.

 

Portatevelo anche dentro la fossa.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

died_pretty_-_free_dirt

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