GENE – Olympian (Polydor)

Avevamo ancora il cuore a pezzi per gli Smiths e li accogliemmo già carichi di nostalgia.

Il disco di debutto dei Gene si ammalinconiva più di quello che lasciava trapelare.

E però che gran disco che era, Olympian, pure se gli Smiths non fossero mai esistiti.

Un piccolo capolavoro di arte romantica negli anni (i medi anni Novanta) in cui l’Inghilterra torna ad amarsi come un Narciso che si specchia nelle acque del Tamigi.

Sono gli anni del Brit-Pop in cui orgogli nazionali come Ray Davies, Lennon/McCartney, Andy Patridge, Morrissey/Marr, Paul Weller tornano a essere adorati come divinità, band come Oasis e Blur si contendono la palma di band più cool del pianeta e le major raccattano tutto quanto provenga dalla Gran Bretagna e cammini con un parka addosso.

Anche i Gene finiscono su una multinazionale dopo due sette pollici osannati dalla stampa britannica.

La Polydor si assicura i loro servigi già dal terzo singolo, infilandoli di corsa nel cartellone dell’annuale Festival di Reading e finanziando la registrazione di Olympian affidata a Phil Vinall che in quel periodo lavora pure per altre nuove promesse del rock anglosassone come Auteurs e Placebo ma che soprattutto è da qualche anno il produttore di fiducia dei Television Personalities.

Phil si rivela il produttore giusto per il quartetto londinese, come lo era stato Stephen Street per gli Smiths.

Riesce a tenere a bada i barocchismi cui la musica dei Gene si presta e dentro cui infatti naufragherà nei dischi successivi e ad esaltare il tocco chitarristico di Steve Mason così come la fantasia ritmica di Matt James e Kevin Miles e a “colorare” il suono del gruppo con spruzzate di pianoforte, organo e vibrafono che alimentano l’enfasi romantica della voce di Martin Rossiter, modulata su quelle di Bryan Ferry e Morrissey. L’ambiguità sessuale è una caratteristica dei modelli di Martin che è cresciuto in una cameretta dove campeggiano i poster di David Bowie, Adam Ant, Boy George e Freddie Mercury anche se nessuna presunta omosessualità verrà mai resa manifesta o dichiarata.

Olympian esce dunque il 20 Marzo del 1995 scalando in fretta le charts inglesi per ficcarsi in ottava posizione tra i dischi più venduti di quella stagione e spingendo la band fuori dall’Inghilterra per il primo tour mondiale che toccherà Belgio, Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Svezia, Danimarca, OIanda, Norvegia, Finlandia, Spagna, Giappone, Stati Uniti e Canada.

Insomma, il successo come lo si sogna da ragazzini. Costruito su canzoni che alternano morbide pennellate a sferzate elettriche che devono certamente tantissimo agli Smiths (Johnny Marr sarebbe fiero di aver scritto una cosa come Still Can’t Find the Phone mentre Haunted by You o Left-Handed sono superiori a qualsiasi cosa Morrissey abbia mai concepito nella sua carriera solitaria, NdLYS) ma anche al tocco pastello di Ben Watt e a quello da trincea di Ivor Perry.

Il sapore di stucco viene tuttavia fuori in qualche occasione (A Car that Sped, We’ll Find Our Own Way, la lunga e morbosa title-track, Your Love, It Lies) lasciando presagire i ridondanti arredamenti che presto invaderanno il salone.

Olympian rimane la tela pregiata che sovrasta la parete frontale di quella grande sala piena di specchi dove gli occhioni di Martin affondano come quelli di un cerbiatto in cerca di coccole e di tappeti che nascondono un telefono di bachelite che continua a squillare.

                                                          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

gene-olympian

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