THE VACCINES – What Did You Expect From The Vaccines? (Columbia)

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Tutto qui?

Tutto qui.

E del resto, cosa ti aspettavi dai Vaccines?

Nati nel Giugno del 2010 e passati nel giro di pochi mesi da next big thing a dominatori delle classifiche indie inglesi in una delle più memorabili ascese alla notorietà della storia dell’ indie-rock recente. 

Il loro album di debutto, già sotto l’egida di una major, sembra scivolato giù dai nostri scaffali riservati al guitar pop inglese degli anni Ottanta.

Sarà che non li abbiamo mai poggiati veramente a dovere, fatto sta che è proprio lo stesso da cui negli ultimi anni continuano a venir giù dischetti come quelli di Glasvegas, Dum Dum Girls, Pains of Being Pure at Heart, Crystal Stilts, Yuck, Male Bonding.

I Vaccines ci aggiungono qualche buon coretto fun fun fun, finendo forse (Noorgard, Wreckin’ Bar) per mettere in piedi quello che ai Ramones non è riuscito su End of the Century: un apparentemente impenetrabile muro di suono spectoriano solcato da una tavola da surf. Quando la giovanissima band londinese sceglie invece di indossare le pose annoiate da sorci metropolitani (A Lack of Understanding o Post Break-Up Sex) sembra di sentire gli Strokes di First Impressions of Earth suonare con gli strumenti degli Editors. E, qualche volta (All in White) il contrario.

Ecco, tutto qui. E del resto, cosa ti aspettavi dai Vaccines?

Ma in un mondo orfano di vere grandi band e di veri grandi dischi, qualcuno, dosando le giuste polverine, riesce nell’incantesimo.  

Nell’attesa di rimettere a posto i dischi, dategli un (ri)ascolto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SOUNDGARDEN – Louder Than Love (A&M)

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Louder Than Love segna l’ingresso del Seattle-sound nell’apparato digestivo delle major che poi lo cagheranno una volta averne succhiato tutte le iniziali proprietà nutritive e averle metabolizzate trasformandole in denaro sonante.

Il primo compromesso è quello di “trasformare” il titolo Louder Than Fuck in un più rassicurante Louder Than Love nonostante il disco rimanga, nelle liriche e nel suono, impregnato di sesso.

Ai tempi dell’“amore”, il grunge è dunque ancora rabbioso e carico di proteine e sangue.

Quello dei Soundgarden più di quello di tanti altri.

Lo si avverte già dai primi passi di Ugly Truth che è un disco destinato a schiacciarti: batteria lenta ma pesante, quindi un attacco di chitarra di chiara discendenza Bauhaus che viene aggirato dopo trenta secondi da un riff doomedelico e sabbathiano, fino alla resa definitiva. Quindi la voce di Cornell che si erge maestosa come una fenice rinata dalle ceneri dei Zeppelin.

L’aeroplano di Seattle prende il volo, si alza in quota, bombarda gli Stati Uniti d’America, poi l’intero Occidente.

Abbandonando i tratti più sperimentali e cerebrali del debutto e facendo leva su una produzione meno amatoriale e più adeguata a definire i tratti di un metal cangiante e plumbeo, i Soundgarden sfoderano un’aggressività impetuosa e virile che offre il fianco allo street rock ‘n roll californiano (Get On This Snake, Big Dumb Sex) senza tuttavia restarne imprigionato ma addirittura schernendolo sfacciatamente. Cornell, Cameron, Thayil e Yamamoto hanno sempre un’idea, ritmica o melodica, inusuale, vincente, moderna. E questo nonostante tutto ruoti attorno a due perni principali: Led Zeppelin e Black Sabbath. Incernierati su una furia che è figlia del metal ma pure dell’hardcore e del post-punk. Ciò che è nuovo, in questo paradossale richiamo a musica già sentita, è questo incesto trasversale, questo erotismo un po’ perverso e malato che scorre tra i solchi come umore genitale tra le gambe di una donna.

Louder Than Love è un disco dalla struttura imponente la cui ombra si staglierà prepotente su tutta la musica di Seattle. La conferma di una band dalla caratura immensa. La voglia di trasgredire rispogliando i vecchi giornaletti porno che tenevamo in soffitta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Louder+Than+Love+Soundgarden

AFRICAN HEAD CHARGE – Songs of Praise (On-U Sound)

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L’Africa è un posto di una bellezza violenta e violentata.

L’Africa è da sempre il secchio dove il mondo occidentale mette la sua merda. La terra dove ci macchiamo dei peccati più infami e dove cerchiamo di lavarli con le adozioni a distanza. Dove spediamo armi e cibo, spesso sulle stesse navi.

L’Africa è quel Continente che ci toglie la fame mentre stiamo stravaccati sul divano a ingozzarci di patatine e cereali ai grassi idrogenati.

L’Africa è un Continente scomodo che ci fa comodo.

Io non ho i soldi per andare nemmeno all’Idroscalo, figurasi in Africa, che poi si spartiscono tutto le ASL per i vaccini e l’agente di viaggio con le Hogan ai piedi e l’aria di chi ha girato tutto il mondo ma a spese tue.

Però a un giro in Africa di tanto in tanto non rinuncio.

La mia Africa si chiama African Head Charge.

Non è un’Africa del tutto incontaminata ma non è nemmeno quella sotto vetro che ti offrono nei villaggi turistici.

È però un’Africa fiera. Un’Africa di canne d’avorio, di canti sciamani, di campanacci e unghie di capre selvagge ma, soprattutto, di tamburi. Perché il progetto African Head Charge nasce dall’idea di un percussionista ghanese, Bonjo I. Bonjo è Africano nel sangue e nel ritmo ma londinese di adozione. Sbarca nella capitale inglese alla fine degli anni Sessanta e presta i suoi servigi per Dandy Livingstone, il rude boy divenuto famoso per Rudy, A Message to You. Finirà quindi in pianta stabile tra le fila dei Creation Rebel, una delle prime band a entrare nelle grazie di Adrian Sherwood, uno dei pochi produttori bianchi che hanno davvero carpito il segreto del ritmo giamaicano e ne hanno intuito la potenza e il margine di elaborazione che esso offre. Bonjo Noah e Adrian sono due fanatici del ritmo, due percussionisti che suonano usando strumenti e organi sensoriali diversi.

Le mani e i tamburi di Mamma Africa il primo, le orecchie e i canali del mixer il secondo. Le mani, le orecchie, il mixer e i tamburi di Sherwood e Bonjo si incontrano dentro la musica degli African Head Charge, che nasce nell’anno di My Life in the Bush of Ghosts e proprio di quel disco sfrutta la parodia estetica e anagrafica per il disco di debutto My Life in a Hole in the Ground.

Sherwood ha un cognome che evoca giungle e foreste e la musica degli AHC è così che suona. Come un viaggio dentro le foreste africane.

Songs of Praise, quinto album di una lunga serie che nonostante un periodo di pausa per il forzato rientro in Ghana di Bonjo I, va avanti fino ad oggi, è il capolavoro che segna il loro ingresso negli anni Novanta, un incantevole giardino di Gaia che lascia penetrare la musica tribale e cerimoniale dei popoli neri dalle profondità del dub, da piccoli tagli di reggae elettrico, da un loop circolare di campionamenti che invadono lo spettro audio e ne accentuano lo straniante effetto etno-psichedelico.

Macchine e istinto selvaggio concertano per mettere su un denso gioco di equilibri tra forza primitiva e calcolo tecnologico, in un’impressionante sequenza di canzoni dalla forza arcana e misteriosa.

La forza di un paese dove regnano leoni ed elefanti.

La forza di un continente che ogni giorno muore e ogni giorno rinasce.

Nonostante noi si tenti di annientarlo definitivamente.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE – Shaking Street (Area Pirata)

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Era solo questione di tempo.

E di tempo ne era trascorso tanto: ventidue anni.

Più di quelli che dividevano la nascita dei Sick Rose dai loro padri putativi.

Esiste dunque un’intera generazione che ha frequentato le fiere del disco e i siti per collezionisti cercando di recuperare il tempo che non fu loro concesso.

Una intera generazione cui però il destino sta offrendo la possibilità di recuperare le pepite della seconda corsa all’oro della garage music, quella degli anni Ottanta.

Miniere ricche un po’ ovunque, anche qui in Italia, dove il filone aurifero scorreva proprio sotto il letto del Po, a Torino.

Qui, all’ombra della Mole, nascevano i Sick Rose, dapprima fanatici teenagers invaghiti del sound acido e compresso del Texas Punk e poi diventati capaci linotipisti di ogni carattere rock ‘n roll più autentico, in grado di spostare con abilità le assi di lavoro per potersi muovere con agio su intelaiature power pop, Motor City sound, proto-hard e raffinando le iniziali influenze sixties-punk che tuttavia torneranno a far capolino più e più volte durante tutta la loro storia.

Dopo le allucinazioni texane di Get Along Girl! e Faces dunque i Sick Rose cominciano ad allargare gradatamente le maglie del loro suono.

Il primo passo è il doppio 7” Double Shot, uscito nel 1987 per la Electic Eye che se da un lato ribadisce l’amore della band per le teen bands dei sixties (in questo caso sono due cover di Golden Dawn e Ugly Ducklings ad avvalorare il concetto), dall’altro traccia una via un po’ più personale di rielaborazione attraverso il beat saltellante e colorato di Hammond di When the Sun Refuses to Shine (che verrà successivamente rielaborata col supporto di Beppe Crovella sull’album Floating, NdLYS) e l’audace impennata di It‘s Hard dove l’elemento Farfisa che ha caratterizzato assieme all’uso pesante del fuzz la prima fase del gruppo comincia a stemperarsi, mascherandosi dietro l’assalto delle chitarre.

Il cambio di rotta avviene con il secondo album, con l’innesto di un secondo chitarrista a sottolineare la scelta di voler impennare il proprio guitar sound allontanandosi da scelte estetiche troppo vincolanti.

Lo scatto di copertina rivela già la mutazione in atto: l’immagine del gruppo è adesso meno rigidamente vincolata dall’iconografia teen-punk delle copertine dei primi dischi, una alterazione confermata sul piano artistico dalle dieci tracce di Shaking Street, un fulminante concentrato di Saints, Flamin’ Groovies, MC5, Droogs, Real Kids che, malgrado negli anni seguenti verrà considerato da Luca Re come un disco di transizione verso l’approdo hard di Renaissance ridimensionandone la portata storica, rimane una diapositiva sconcertante dell’abilità inattesa mostrata dal quintetto piemontese nel tenere le redini di un suono che ha geneticamente fagocitato la spirale proteica del rock ‘n roll classico e ne ha assorbito le sue caratteristiche strutturali.

Un documento che certifica la stagione di muta che sta caratterizzando la scena neogarage storica mondiale di cui i Sick Rose fanno parte a pieno titolo ma che non è ancora del tutto stata accettata dal vecchio pubblico, tanto che Shaking Street registrerà una flessione delle vendite incrementando invece il numero dei concerti prima limitati dalle attività lavorative di Rinaldo Doro che non permettevano assenze prolungate per affrontare il calendario dei concerti. Ed è qui, sul palco, che i Sick Rose fanno crollare le diffidenze residue con uno spettacolo appassionato dove i nuovi pezzi hanno modo di scuotere la platea e di esplodere senza le limitazioni che in fase di missaggio penalizzeranno la carica di molte canzoni. Little Girlie Pearl, Like the Other Kids, She‘s Got, A Kiss Is Not Enough, Little Sister, Teenage Nightdrive alternate alle cover di Up Is Up, Shaking Street, Raining Teardrops e ad un lentaccio torbido come Don‘t Keep Me Out che urbanizza e aggiorna il linguaggio degli Animals diventano per un po’ il nuovo alfabetiere del rock ‘n roll costruito in Italia su progetto americano. La ristampa Area Pirata arricchisce la scaletta di Double Shot e Shaking Street con un paio di inediti risalenti a quel periodo: una versione acustica del classico degli MC5 molto vicina alla versione di Babes in Arms e una cover di Yesterday’s Numbers da quel Teenage Head che proprio allora gira ininterrottamente sui piatti di Diego Mese e Luca Re.

Non so a quale generazione apparteniate, ma se non avete ancora sostituito tutta la vostra riserva di testosterone con quella della somatostatina, finirete in un modo o nell’altro appiccicati qui dentro.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

SICK ROSE ristampa

MONSTER MAGNET – Superjudge (A&M)

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Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Bardo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath.

Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni.

John vuole preservare l’anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab… e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima.

Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge.  

Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un maelstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare.

Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo.  

Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’apertura delle porte che segna l’allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S.F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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