MEGAFAUN – Heretofore (Crammed Discs)

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Tecnicamente è un E.P.

Ma, trattandosi di gente prolissa come i Megafaun, finisce per durare quanto un album. Mezz’ora abbondante di musica che scorre come un ruscello di acqua limpida, seppure non ne sia più rimasto alcuno su questo pianeta.

Heretofore plana dolcissimo sui pendii di un folk intrinsecamente americano, su quella linea che da Randy Newman porta ai Wilco.

A volte squisitamente conservatore come su Volunteers o Caroline Days col loro carico di banjo, armoniche a bocca, chitarre folk e cembali, altre volte più azzardato ed empirico, come lungo i dodici minuti di fantasmi jazz e post-rock di Comprovisation for Connor Pass, nel barrito molto Morphine del sassofono che invade il tenero jingle-jangle di Eagle o nei sottili bip elettronici che scorrono lungo le trame acustiche della title-track delicate come certe pennellate di Geoff Farina ed evocative come i paradisi artificiali della Akron/Family.

Scivolare dentro un sogno, aspettando la fine del mondo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STROKES – Angles (RCA)

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La strategia era attendere che ci venisse di nuovo voglia delle loro canzoni spigolose e acuminate. Come angoli, appunto. 

E la voglia, dopo cinque anni, è tornata. Inutile negarlo.

Sicchè non appena Under Cover of Darkness, il primo estratto, ha cominciato a fare capolino dalle radio, tra una Caro Emerald e un Beady Eye qualsiasi, il terreno era già pronto per la semina. Tanto più fertile quanto più il seme lanciato aveva praticamente gli identici cromosomi di quelli sparsi durante le vecchie semine.

Non così il resto dell’album che pesca invece a piene mani nel pop elettronico degli anni Ottanta, con risultati alterni ma mai davvero eccezionali. Machu Picchu ad esempio cattura in virtù di un ritornello contagioso ma i microbeat digitali di You‘re So Right colorano in realtà una canzone inesistente.

Two Kind of Happiness fa balenare su noi poveri stupidi quarantenni i ricordi dei primi Cars ma ai nuovi teenagers, educati ai crescendo enfatici dei Kings of Leon, potrebbe rivelarsi fantastica. Taken for a Fool adatta il tipico nervosismo degli Strokes ad inedite e più complesse linee funkeggianti, ringraziando il cielo contenute nei classici tre minuti di una canzone pop.

Difficile salvare qualcosa nella seconda side del disco, nonostante anche io avverta oggi, come tanti, il bisogno di tuffarmi di tanto in tanto nella merda plastica di Blondie, Men at Work o addirittura Pet Shop Boys o New Order.

Quello che inorridisce non è tanto la scelta di dare un nuovo vestito alle idee della band ma la sensazione che, seppure provassimo a spogliare questo manichino, non troveremmo nessuna vera idea per cui possa valer la pena sacrificare qualche metro di stoffa. L’unica cosa piacevole da ascoltare, da questo lato, resta Gratisfaction, in virtù dei nostalgici richiami a due miei personali all-time favorites del power-pop d’antan come Only the Good Die Young di Billy Joel e So It Goes di Nick Lowe.

Il resto è robetta da Radio FM (Life Is Simply in the Moonlight suonerà perfetta tra una notizia di gossip e un aggiornamento dal fronte libico, mentre la nube tossica giapponese si poserà leggera sui nostri vigneti, NdLYS) e abortiti tentativi di complicarsi la vita per rendersela più cara (Call Me Back) col risultato di renderla solo più noiosa.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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COUNTRY JOE & THE FISH – Electric Music for the Mind and Body (Vanguard Masters)

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L’estate è quella dell’amore. Il posto però è Berkeley, a sedici chilometri da San Francisco. I Fish nascono all’inizio del 1966, all’interno della piccola scena folk che ruota attorno all’Università della città. Qui avviene l’incontro tra Joe McDonald e Barry Melton, giovani attivisti degli Studenti per una Società Democratica. Gli altri “pesci” (in realtà il termine fish fa riferimento ai rivoluzionari di Mao, NdLYS) ad essere pescati sono David Cohen, Bruce Barthol e John Francis Gunning che verrà estradato durante le registrazioni del primo album in favore di Chicken Hirsh. 

Il repertorio è costruito su cover blues e attorno alle poesie di Joe, adeguatamente sostenute da una struttura a maglie larghe di folk, blues, beat sperimentale ed improvvisazione che McDonald si affretta a definire come un esempio di psichedelia perfetta. È questo miscuglio che Joe vende a Sam Charters della Vanguard per tirarci fuori un album. Il contratto viene firmato il 9 Novembre del ’66 e a Febbraio dell’anno successivo i Fish sono in studio per registrare il primo album. La band vive come un collettivo, secondo il costume del periodo, ma creativamente la supremazia di McDonald è quasi dittatoriale cosicché degli undici pezzi del disco, solo Love porta la firma di tutta la band (Gunning compreso). La musica di Electric Music for the Mind and Body porta con se tutta la rivendicazione politica della poesia sovversiva del loro leader da cui trae nutrimento, offerta al pubblico con il consueto portamento surreale ed hippie in auge in quel periodo. I tempi si dilatano, le strutture vengono decompresse e arricchite con accenni alle tradizioni musicali lontane (i raga indiani, la Spagna, il medioriente, addirittura la Cina evocata tra le mille rifrazioni della Grace scritta e pensata per Grace Slick), rumorismi, rarefazioni, deformazioni delle proprie forme base e qualche inevitabile accenno alla cultura della droga imperante (come l’“LSD” sussurrato sulla coda della sinistra Bass Strings). Un disco inevitabilmente figlio del suo tempo, cosicché la sua ristampa con scaletta raddoppiata (versione mono per il primo cd, stereo per l’altro) farà felici i reduci di quella stagione, gli amanti della cultura sixties che cominciano a puzzare di sborra vecchia come il sottoscritto e lascerà molto probabilmente di ghiaccio tutti gli altri. Io mi auguro vi piacciano almeno i loro manifesti, perché in caso contrario davvero non saprei come assolvervi.    

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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ACϟDC – Back in Black (Atlantic)

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Il 13 Febbraio del 1981 sul palco dell’Australian Entartainment Centre di Perth una gigantesca campana da quindici quintali suona a morto.

Malcolm Young, Angus Young e Phil Rudd sono venuti per riportare a casa la salma di Bon Scott. Tutti insieme avevano imboccato l’autostrada per l’Inferno.

Ma l’unico ad aver trovato il casello d’uscita era stato Bon.

C’era andato di filato, all’Inferno, a soli 34 anni.

Ma il treno infernale del rock ‘n’ roll non poteva fermarsi, e non si fermò.

Gli ACϟDC avevano trovato un nuovo cantante, pure lui australiano d’adozione e con un’estensione vocale che non aveva niente da invidiare allo sfortunato predecessore e con lui avevano inciso il disco che annunciava l’arrivo di Bon Scott alla porta di Belzebù. Hell’s Bells, il pezzo che apriva l’album e gli spettacoli del tour al rintocco funebre di quella campana, segnava l’ingresso di Bon Scott nell’aldilà e quello degli ACϟDC nell’Olimpo del rock.

Back in Black, a dispetto della statura di Angus Young, ha la stazza di un classico.

Un cerchio da dodici pollici che è un ferro arroventato come quello per la marchiatura del bestiame.

L’apoteosi testosteronica del rock ‘n roll di Chuck Berry, un abbecedario illustrato del rifferama rock.

Una polluzione da sedia elettrica.                 

Un baccanale dionisiaco ad altissimo voltaggio.

Il trionfo dell’energia sporcacciona del rock ‘n’ roll da ripetenti che si trasforma in pochi  anni nel disco rock più venduto di tutti i tempi, contaminando 49 milioni di anime. In barba ai Pink Floyd saliti fin sulla luna e ai Beatles dietro il tamburo di Sgt. Pepper. Angus Young è l’axeman più impenitente del rock moderno, il collegiale fuori da ogni castigo che ha sottratto l’Excalibur dalle mani di Artù per farne un’arma di sterminio di massa e conquistare in questo modo il posto di primo della classe.

Da quel giorno il nome della sua band sarà la prima in cui incapperete ogni volta che sfoglierete una qualsiasi enciclopedia del rock.

La prima in cui dovreste incappare comunque.

Provate ad entrare dentro questi solchi e ad uscirne illesi.

E, se ci riuscite, cominciate seriamente a preoccuparvi.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALMAMEGRETTA – Sanacore 1.9.9.5. (Anagrumba)

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Se la metamorfosi degli Almamegretta da ordinaria formazione funky/R ‘n B a gruppo meticcio era stata prodigiosa, non meno portentoso fu lo scarto tra Animamigrante e il successivo Sanacore 1.9.9.5. destinato a trasformare una formazione di nicchia in una delle più riconosciute realtà della world-music mondiale.

Un disco dal sapore fortissimo. Un couscous speziatissimo, incrocio perfetto tra le musiche in levare della tradizione giamaicana, le rarefatte profondità del dub, la malinconia appassionata e drammatica della musica melodica napoletana, gli odori mediterranei ed arabi che riempiono l’aria del golfo di Napoli.

L’intuizione iniziale, ovvero la compatibilità tra le musiche di estrazione caraibica e quelle della nostra tradizione popolare portata avanti dalle formazioni italiane dei primi anni Novanta (Sud Sound System, 99 Posse, Papa Ricky, Pantarei, Agricantus solo per citare le più famose), viene qui elevata ad un livello superiore di compenetrazione, di fusione per assimilazione ed assorbimento gastrico. 

È la creazione di un amalgama pastoso dove l’incastro tra elementi melodici partenopei e rotondità dub, tra strumenti tradizionali e gingilli elettronici, tra echi africani e dialetto napoletano raggiunge una perfezione estetica impossibile da superare.

E che difatti non verrà superata.

Un bolo di terra del Sud appiccicato al palato di Raiss, che proprio con questo album si impone come la migliore nuova voce della musica italiana.

È il suo inconfondibile timbro roco da muezzin del Vomero a dare ulteriore carattere a canzoni come Maje, Nun te scurda, ‘o sciore cchiù felice, Se stuta ‘o ffuoco, Pe dint’e viche addò nun trase ‘o mare e i due capolavori Ammore nemico e Scioscie viento, così come è la sapiente mano del Re Mida del dub Adrian Sherwood ad aggiungere profondità espressiva alle lentezze del campionatore fatato di D.RaD e del basso radicale di 4mx. Nomi da robot alieni per una delle musiche più terrene mai prodotte in Italia. Un enorme albero secolare piantato al centro del Mediterraneo capace di risucchiare con le sue radici il succo vitale dell’intero Pianeta Terra.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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