LOVELAND – Order to Love (Groovie)

0

Order to Love è la versione all’estrogeno di Preaching to the Perverted dei Fuzztones. Pubblicati quasi in simultanea, rappresentano le due facce della stessa moneta: quella virile e tenebrosamente sinistra di Rudi Protrudi e quella più dolcemente psichedelica e maliziosamente accattivante di Lana Loveland.

Lana e Rudi, oltre che al palco e al materasso condividono molto altro.

Arte grafica, tatuaggi, dischi.

E una passione sempre tenace verso la musica sixties che negli ultimi tempi piuttosto che verso il garage punk del Northwest ha trovato i suoi punti di convergenza nel rock acido della Los Angeles dell’estate della mona: Doors, Music Machine, Seeds, Love. Chi dunque si attende un disco dalla spessa grana garage-punk, si prepari a restare scontento: Order to Love sceglie infatti contorni meno taglienti e si adagia su toni dolcemente pop accentuati dalla voce di Lana che rende tutto ancora più aggraziato, pervenendo ad esiti non sempre brillanti e lasciandoci il dubbio che forse qualche unghiata in più non ci sarebbe stata poi così  male. Il coltello che Lana esibisce in copertina, insomma, taglia poco e spesso scivola via sulla carne proprio come questo promozionale che la bella organista si è affrettata a spedirmi dalla sua casa di Berlino per il pre-ascolto.

A difesa potremmo dire che il genere è stato spremuto fino all’osso e quindi tentare di dire cose inedite in questi contesti diventa cosa davvero ardua, il che potrebbe spiegare l’altra palese analogia che avvicina i due dischi di Fuzztones e Loveland: i continui rimandi a roba già masticata sistemati ad arte su ogni pezzo (qui potremmo dire Be a Caveman per Black Glove, Highway 69 per Missing Illusions, Touch Me su Theater of Dreams, Eight Miles High su Nervous People e così via, NdLYS) a colmare i vuoti di una scrittura che, a dispetto dei riferimenti cui guarda con l’ insistenza di uno stalker, non riesce ancora a reggerne il confronto.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

Lana Loveland - Order To Love [Groovie 2011]

Annunci

THE JAZZ BUTCHER – A Scandal in Bohemia (Glass)

0

Dei Jazz Butcher ricordo bene un paio di cose: l’ironia derisoria dei testi e la curiosità messa in moto nella mia mente di tredicenne follemente innamorato dei Bauhaus dal fatto che la macelleria di Pat Fish fosse diventato il rifugio per i fratelli David e Kevin Haskins, il motore ritmico della fuoriserie gotica inglese.

Fu questa la bizzarria che mi fece avvicinare al secondo album di Jazz Butcher, più che il titolo rubato a Sherlock Holmes, altra mia ossessione del periodo e al disegno di copertina che in me, accanito divoratore delle vignette de Il Monello e dell’Intrepido, rinvigoriva un entusiasmo ancora febbrile.

La sorpresa fu che del tetro mantello dei Bauhaus qui non era rimasto neppure un brandello (anche se io, secondo quella logica perversa e inspiegabile secondo cui ognuno trova in quello in cui rovista quello che cerca, anche quando non esiste, fui sicuro di trovarne qualche cencio nero dimenticato tra i cori di Marnie, NdLYS).

A Scandal in Bohemia era piuttosto un disco di indie-rock strampalato che guardava ai Modern Lovers (avrebbero ripreso Roadrunner su uno dei singoli dello stesso anno, infatti), ai Fall (qui chiamati in prima persona su Southern Mark Smith e in terza persona nella infame e sporca Caroline Wheeler‘s Birthday Present) e alla musica tradizionale (date un po’ di corda alla vostra fantasia per immaginare Soul Happy Hour cantata dai Penguins o da un qualsiasi gruppo doo-wop degli anni ’50, la successiva I Need Meat suonata a gambe contorte da Carl Perkins o Just Like Betty Page strimpellata da un Django Reinhardt in vena di facezie e vedrete i vostri aquiloni prendere quota, NdLYS). Nei momenti meno irriverenti e più “ordinari” (Girlfriend, My Desert) spuntano fuori analogie con la coeva scena neo acustica inglese dei vari Commotions e Daintees o con la new-wave nervosa e beefheartiana dei Nightingales e dei Monochrome Set (Marnie, il drum ‘n bass per percussioni e xilofono di Real Men).

Un piccolo disco imperfetto e strampalato.

Più bohemien che boemio, ad ogni buon conto. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STANDELLS – The Hot Ones (Tower)

0

Il flop commerciale di Why Pick On Me spinge gli Standells, su istigazione della Tower e di Ray Harris, a tentare l’assalto frontale alle classifiche tirando su un disco costruito integralmente di cover versions di pezzi da classifica. A chiusura del set c’è la loro Dirty Water, ma il resto è un autentico juke-box che mette in fila Troggs, Beatles, Lovin’ Spoonful, Kinks, Donovan, Los Bravos, Ronald Blackwell, Rolling Stones e Monkees. La band giustificherà in seguito questa scelta dichiarandola necessaria per mettere in mostra l’abilità raggiunta nella rivisitazione di diversi generi musicali ma il gioco è invece fin troppo scoperto e marpione: cimentarsi con pezzi di pregio e di sicuro impatto commerciale senza stravolgerne o personalizzarne la struttura può ridare popolarità a una band che la Tower teme possa diventare invisibile.

Tutto viene registrato in fretta agli American Recording Studios assieme al “mago” Ritchie Polodor (ad eccezione di 19th Nervous Breakdown e Dirty Water, prese dai master originali, NdLYS) e ad un Ed Cobb un po’ in disparte che prende le distanze da una operazione che trova discutibile e che sente lontana dal suo modus-operandi (che è quello di adattare le canzoni allo stile delle sue band e non viceversa). Le esecuzioni, salvo Eleonor Rigby che necessitava di un nuovo vestito d’ordinanza una volta denudata dai suoi orpelli sinfonici, sono fedeli alle versioni originali con i tre vocalist che si alternano al microfono secondo le peculiarità di ogni pezzo (Dodd ai pezzi più vicini allo spirito punk del gruppo come Wild Thing, Larry Tamblyn a quelli con maggior attenzione melodica come Sunny Afternoon e Burke dove serve meno carisma ma più humour come nel caso della favola di Lil’ Red Riding Hood) a conferma dell’ operazione strategica che si sta consumando dietro la “rovente” esclamazione del titolo e che tuttavia non riuscirà a centrare l’obiettivo prefissato.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

120744721073

THE STROKES – Is This It (RCA)

0

Se la seconda metà degli anni Novanta è dominata culturalmente dalla musica inglese (Oasis, Blur, Radiohead, Coldplay, Verve, Elastica, Placebo, Supergrass, Skunk Anansie), a riportare l’attenzione di pubblico e critica sul Nuovo Continente sono, all’alba degli anni Zero, cinque ragazzoni di New York.

Giovani, belli e scapestrati. Sulle loro facce, sui loro vestiti si leggono le smorfie del rock ‘n roll insolente che abbiamo già amato più e più volte. Gli Heartbreakers, i Velvet Underground, i Doors, i Pixies, i Jesus and Mary Chain, i Fall, i Nirvana. Le smorfie di chi in un attimo, in un solo attimo immenso ed irripetibile costruirà attorno alle macerie della tua vita l’ultimo muro di cemento da difendere. L’ultimo avamposto su cui issare la tua bandiera di ribelle, prima di rimetterla per sempre in soffitta accanto ai poster accartocciati di Morrissey e dei Clash, alle collezioni dell’Intrepido e di Frigidaire, alle riviste porno con le pagine appiccicate dallo sperma ormai rinsecchito, alle Doc Marten‘s e alla T-shirt comprata al concerto dei Replacements.

Is This It ci regala dunque un sogno. Uno a piacere. Ma bellissimo.

Raccontando quelle due o tre cose che era necessario sentirsi dire: il punk, la new-wave, i Velvet, i Television, gli Smiths, gli amori adolescenziali che evaporano prima ancora di essere stati consumati perché del tutto superflui.

Nati già annoiati. Nati già morti.

Porgendocele con quel gusto anni Settanta (un culo scoperto dominato da un guanto di lattice nero) cui non si può mai dire di no. Con quella stessa ostentazione maliziosa ed ammiccante dei dischi degli Ohio Players o di Suzi Quatro. In un’essenzialità di tratto che corrisponde in pieno a quella esibita dal gruppo newyorkese.

Canzoni leggermente nevrotiche e dal fortissimo carisma (Someday, Last Nite, Take It or Leave It i capolavori del disco). Di quelle che al primo ascolto sai già che non lascerai mai più. Perché vanno oltre il proprio peso specifico: sono capaci, come solo raramente accade in questa pioggia impazzita di dischi e bites che sembra pioverci addosso, di elaborare la nostra solitudine e di confezionare, calda come una consolatoria ciambella artigianale, l’illusione del “senso di appartenenza”.

Che era, è, sarà (forse) il segreto dei grandi dischi. Nevermind the Bollocks, Violent Femmes, London Calling, Psychocandy, The Queen Is Dead, Nevermind, The Doors, The Velvet Underground and Nico, Back in Black, Zen Arcade, Unknown Pleasures. L’illusoria finzione di far parte di qualcosa che sia più grande di noi medesimi. La sensazione ingannevole di essere fuori posto e di esservi assieme a tanti altri. Tutti ugualmente arrabbiati, tutti ugualmente giovani e spietati, tutti ugualmente capaci di prendere il mondo tra le dita e di porgerlo agli Dei, battendoci sopra con un guanto di pelle: eccovelo, è tutto qui.    

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

strtumblr_m0zqnilZXa1rrf282o1_500

AEROSMITH – Toys in the Attic (Columbia)

0

Sesso, droga, rock ‘n’ roll.

Anzi…MOLTO sesso, MOLTA droga e MOLTO rock ‘n’ roll.

In nome dei quali Joe Perry e Steven Tyler sono già diventati come fratelli.

Di più, gemelli. Gemelli tossici, per essere precisi.

Gli Aerosmith nei primi anni Settanta sono la più tossica e dissoluta giovane rock band in giro per l’America. Si fanno di ogni droga possibile e si scopano ogni cosa con un buco tra le gambe. E fanno dei dischi incredibili.

Come Toys in the Attic, terzo atto di una bruciante escalation verso il successo che sta travolgendo la band e la sta risucchiando nel vortice del vizio.

Dentro ci sono almeno tre ultraclassici indelebili del loro repertorio: la veloce furia della title track con le pennate scattanti di Joe Perry e Brad Whitford, la persuasiva Sweet Emotion che Joe intona al talkbox e il riff che immortala l’invito all’ispezione vaginale di Walk This Way e che salverà la band dall’oblio cui sembrava destinata dopo la rottura tra i due Toxic Twins. Sono i Run DMC a riportarla in voga. La canzone, ma anche i due tossici che così vengono sdoganati anche nel circuito della MTV-generation e diventano loro malgrado i primi rappresentanti del crossover metal/rap che per qualche anno dominerà il mercato (Beastie Boys/Slayer, Anthrax/Public Enemy le altre due leghe pesanti che tengono alto il prezzo del mercato, NdLYS).

Il resto è invece un discreto e fortunato tentativo di arrangiare lo strumming zeppeliniano e le smorfie stonesiane ad un suono più classicamente americano nella forma e nei riferimenti (Uncle Salty pesca molto nel southern rock così come Adam‘s Apple è un boogie che sfrutta il classico giro di Route 66 e il piano di Scott Cushnie su No More No More pesca fin dentro gli stagni di New Orleans frequentati da Dr. John e Huey “Piano” Smith).

Entrambe le facciate, tuttavia, si chiudono con due cagate clamorose.

La prima è una vecchia song R&B di Fred Weismantel scelta più per le pesanti allusioni sessuali (i 10 pollici cui allude il titolo non sono la misura di un disco, ma di altro, NdLYS) che per il reale peso artistico che del resto cozza in maniera netta ed evidente col resto del repertorio sciorinato dalla band di Boston.

L’altra è la classica ballata strappamutande, genere con cui gli Aerosmith faranno incetta di assorbenti usati e di fellatio gratuite anche in età senile.

Certificato 8 volte disco di platino. Anche se loro continuano ad avere le faccie di stagno.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Aerosmith-Toys-in-the-Attic

THE PLUGZ – Electrify Me (Fatima)

0

Oggi tutti conoscono Tito Larriva come un Ry Cooder di serie B.

Ma prima, molto prima di arrivare alla Serie B, Humberto Tito Larriva ha militato in tutti le altre categorie, partendo dall’ultima: quella del punk, girone ispanico.

Lo stadio è quello del Vex, zona Est di Los Angeles.

Il derby d’oro si gioca contro gli Zeros.

La Curva è sotto il palco.

Odd Squad, Brat, Las Tres, Los Illegals sono le altre squadre del torneo, per un campionato che per molti dura una sola stagione.

Tito Larriva e Chalo Quintana sono due ragazzi del sobborgo che all’improvviso vedono passare il treno del punk tra i mucchi di immondizia che soggiornano per intere settimane ai bordi delle strade dove consumano i loro pomeriggi. Intercettano quella sagoma. Corrono. E ci salgono sopra.

Apprendono presto l’arte del fai da te.

Scrivono qualche canzone, intonano l’inno dell’orgoglio rock ‘n roll chicano, si stampano il loro disco, mettono su un’ etichetta.

Un miracolo nel ghetto. Come sessant’anni prima a Fatima.

E infatti la chiamano così, la loro etichetta: Fatima.

Incidono un primo 7” che è pura collera punk: Move, Mindless Contentment e Let Go.

Tre pezzi in cinque minuti.

I ragazzi dai finestrini fanno ciao con le manine.

Hanno preso il treno giusto. Un rapido.

Il loro primo album si apre con un’altra scheggia punk intitolata A Gain a Loss.

I Replacements di Sorry Ma sono praticamente tutti là dentro.

Electrify Me però è un album, non un singolo. E i ragazzi hanno voglia di divertirsi e sperimentare. Ci buttano dentro un po’ di reggae (la title track), un po’ di power pop (Let Go), il remake di quella vecchia canzone chicana che suonavano nella cantina di casa Larriva (La Bamba, che poi tutto il mondo canterà assieme ai Los Lobos), si divertono a suonare velocissimi (Beserktown, Wordless), a suonare più Undertones degli Undertones (The Cause) e più Buzzcocks dei Buzzcocks (Braintime, bellissima anche se in tempi punk non si può dire, NdLYS).

Nel 1984 le canzoni dei Plugz vengono sdoganate da un film porno (Electrify Me su New Wave Hookers) e da un documentario sulla prostituzione minorile (Adolescent su Scarred di Rose Marie Turko). Sono arrivati alla serie P.

I perbenisti che poggiano il loro culo solo negli stadi con le tribune riservate conosceranno Tito Larriva solo una decina d’anni dopo, mentre suona con la sua band al Titty Twister sul set di Dal tramonto all’alba.

Non sanno manco chi è, ma nel frattempo è arrivato internet, la saggezza usa e getta a portata di mouse. Tanto a loro basta conoscere il nome, per presentarsi ai quiz per decerebrati. La storia è faccenda sempre troppo complicata.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

images

MADNESS – One Step Beyond… / Absolutely / 7 / The Rise & Fall / Keep Moving / The Madness / Wonderful (Salvo)

0

Ascoltare la musica dei Madness è come infilarsi in biblioteca e imbottirsi di letteratura inglese. C’è qualcosa di così visceralmente patriottico nella musica del gruppo londinese da risultare epico. Come per i Kinks prima di loro e come per i Blur negli anni Novanta, la musica dei Madness è totalmente impregnata di gusto sassone. La metti su e il tuo merdoso appartamento si trasforma magicamente in una casa in stile georgiano con tanto di comignoli, mattoni rossi e finestre a nove lastre. Dalla cucina arriva un dolce odore di tè indiano e biscotti al burro mentre dalla strada salgono rumori di double decker bus che si spartiscono i turisti e lo strombazzare di vecchi black cabs che si fanno largo tra le auto.

Provateci da voi.

Mettetevi dentro queste incredibili sette ristampe e organizzatevi questa vacanza virtuale. E se le orecchie non dovessero bastarvi perché difettate di fantasia, aiutatevi con i video a corredo di ogni volume.

O scorrete i titoli e i testi delle canzoni dove vengono elencati posti (Victoria Gardens, Primrose Hill) e personaggi veri (Michael Caine) o presunti (Mrs. Hutchinson, Benny Bullfrog, Reverend Green) come dentro un Cluedo ambientato nella capitale inglese.  

Un viaggio organizzato cui è difficile rinunciare, soprattutto se sei cresciuto negli anni Ottanta.

Se eri adolescente in quegli anni non potevi sottrarti alla follia idiota dei Madness.

Cominciata con la demenza di un ballo a passo d’anatra e finita con alcune pagine classiche del pop britannico.

I primi due dischi sono quelli legati al periodo ska, e questo lo sapete.

Meglio il secondo (Absolutely) del primo, aggiungo io. Più convincente e meno didascalico.

E poi, va be’, One Step Beyond (il pezzo) io non l’ho mai sopportato.

Ma credo che ognuno abbia la sua canzone dei Madness da odiare.

Eppure il loro storico debutto portò una ventata d’aria fresca nell’Inghilterra del dopo-punk, come ben spiegato nelle note al disco affidate ad Irvine Welsh. Parole di ordinanza quelle di Welsh che forse contribuiranno a riscattare parzialmente i Madness dallo snobismo di cui sono stati vittima nel corso della loro carriera. I puristi non hanno mai perdonato alla band di Camden Town i flirt con le classifiche (dove avrebbero sempre battuto gli amici/rivali Specials, NdLYS) e nemmeno quell’ aria disinvolta e un po’ bizzarra di chi fa le cose più per diletto che per fede. Invece, nonostante in questi trentanni di cose ne siano passate tante sui nostri piatti diventando coriacei a tutto  il nutty sound di One Step Beyond continua a masticare insolente le suole delle nostre scarpe.

La svolta “pop” avviene con 7, l’album del 1981.

Il gioco comincia a farsi più complesso e anche più amaro.

Sin dall’iniziale battito cardiaco che annuncia l’infarto di cui è vittima il protagonista di Cardiac Arrest alla beffarda Mrs. Hutchinson che veste coi caldi colori del calypso il freddo dramma del cancro è come stare seduti davanti alle farse cariche di umor nero dei Monty Python.

Ironia delle ironie, i Madness lo registrano nelle Bahamas eppure suona come il più inglese dei dischi che hanno registrato finora, con questi ritratti di vita ordinaria e amara come Grey Day o When Dawn Arrives dove la malinconia si insinua sottile a gonfiare quei baggy trousers che prima sembravano solo pieni di ritmo.

Quando tornano a Londra questa nostalgia scoppia nella consapevolezza dell’ età adulta. I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso The Rise & Fall, che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck.

È un disco pieno di immagini domestiche, fino all’apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.

Father‘s wears his Sunday best,

Mother‘s tired, she needs a rest.

The kids are playing up downstairs.

Sister‘s sighing in her sleep (ahhhh).

Brother‘s got a date to keep.

He can‘t hang around.

Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.

Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.

La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of Fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band.  

Ovviamente, anche in questo caso, trovate tutto stipato qui dentro: album, singoli (compreso quella genialata per clacson ed orchestra latina di Driving My Car, NdLYS), video, sessions radiofoniche, testi e un’ottima prefazione stavolta firmata da Gavin Martin, l’ideatore di Alternative Ustler (la fanze, non il pezzo) e ora collaboratore per il Daily Mirror.

Keep Moving torna all’idea di movimento che è cara all’iconografia della band.

Ed è un album ancora una volta ricco di intuizioni, genio e sregolatezza.

Come Victoria Gardens o Samantha che sembrano un provino dei Blur, dei Suede o dei Kaiser Chiefs. Con molti anni di anticipo. E con molto, molto più ritmo.

The Madness esce sotto l’egida della Virgin Records con la formazione ormai disintegrata e segna le vendite meno numerose nella carriera del gruppo, nonostante la sovraesposizione televisiva riservata ai video estratti dal precedente Mad Not Mad, inciso per la stessa label messa su dalla band. È un disco piatto e impersonale dove la band sembra davvero aver perso il mordente, oltre che qualche vecchio compagno. In studio chiamano qualche turnista, dal vivo si fanno bastare una drum-machine, per i video telefonano al vecchio compare John Hasler. Era stato il loro primo batterista e poi era diventato il loro primo manager. E a lui avevano dedicato la bellissima Bed & Breakfast Man, dieci anni prima. Ma, come precisano anche loro al Friday Night Live, “for the last time…..we are not nutty!”. Sono stanchi e cominciano a suonare di plastica. E dopo sei mesi di inutile promozione, gettano la spugna. Che non è nemmeno così piena di sudore come dovrebbe.

Il fenomeno Madness viene sfruttato all’inverosimile: raccolte, antologie, ristampe. Insomma, le solite cose. Finchè la band decide di riunirsi per un doppio concerto londinese. L’evento assume proporzioni spaventose e One Step Beyond provoca un’autentica scossa di terremoto e parecchie telefonate ai centralini dei pompieri e della polizia di Londra.

I Madness rientrano nel mondo dorato dello star-system. E dalla porta principale.

Così alla fine del decennio decidono di entrare nuovamente in studio con la vecchia squadra. Non sarà l’ultima volta.

Wonderful torna a divertire pisciando anche fuori dal vasino con una canzone da battello ebbro come Drip Fed Fred dentro la quale scorrazza anche, nel suo ultimo cameo, il vecchio amico Ian Dury ma pure con un pezzo straccione come Johnny the Horse, che sembra una versione da Mulino Bianco di Tom Waits o dei Popes ed è un disco di classe, malgrado i Madness siano ormai fuori tempo massimo per le aule. Ma pur sempre troppo giovani per gli ospizi.

Ora esco a fare due passi. Anzi, uno.

                   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Madness-band-1979

BEADY EYE – Different Gear, Still Speeding (Beady Eye)

0

E così alla fine la montagna ha cagato un topolino.

Non che mi aspettassi chissà cosa, soprattutto dopo che la scelta promozionale di privilegiare solo i grandi canali – ovvero le solite radio che lavorano sulle heavy rotation imposte dalle case discografiche, i soliti giornali che per una pagina di pubblicità sono disposti a trasformare le proprie recensioni in un pacco di Pan di Stelle (la parola chiave della frase è “pacco”, non Stelle. NdLYS) – mi ha preparato al peggio. In questi casi, state certi, si tratta quasi sempre di un disco, se non brutto, inutile. Come questo esordio dei Beady Eye, ovvero l’occhio orbo degli Oasis.

Un disco altezzoso nel portamento, ingombrante negli arredamenti, modesto nei risultati.

Liam Gallagher è Mark David Chapman: un borioso ragazzone ossessionato da Lennon e pronto ad uccidere il suo idolo. Different Gear, Still Speeding indulge spesso in questo esame autoptico al corpo di Lennon che ai vecchi fan degli Oasis potrà pure piacere ma che a me puzza di muffa e di seghe giovanili.

Non c’è autentica rabbia dentro queste cartoline di Abbey Road, solo sciatto esercizio di copiato.

E, mi perdoni signor Liam e non voglia prendere a cazzotti pure me, in Italia uno come Cesare Cremonini, in questo campo ha molta ma molta più inventiva di vossia. E un suo Maggese qualsiasi si mangia la sua The Roller come una pannocchia, anche se nessun critico dal curriculum rock ve lo dirà mai.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Beady_Eye_-_Different_Gear_Still_Speeding_online