MADNESS – One Step Beyond… / Absolutely / 7 / The Rise & Fall / Keep Moving / The Madness / Wonderful (Salvo)

Ascoltare la musica dei Madness è come infilarsi in biblioteca e imbottirsi di letteratura inglese. C’è qualcosa di così visceralmente patriottico nella musica del gruppo londinese da risultare epico. Come per i Kinks prima di loro e come per i Blur negli anni Novanta, la musica dei Madness è totalmente impregnata di gusto sassone. La metti su e il tuo merdoso appartamento si trasforma magicamente in una casa in stile georgiano con tanto di comignoli, mattoni rossi e finestre a nove lastre. Dalla cucina arriva un dolce odore di tè indiano e biscotti al burro mentre dalla strada salgono rumori di double decker bus che si spartiscono i turisti e lo strombazzare di vecchi black cabs che si fanno largo tra le auto.

Provateci da voi.

Mettetevi dentro queste incredibili sette ristampe e organizzatevi questa vacanza virtuale. E se le orecchie non dovessero bastarvi perché difettate di fantasia, aiutatevi con i video a corredo di ogni volume.

O scorrete i titoli e i testi delle canzoni dove vengono elencati posti (Victoria Gardens, Primrose Hill) e personaggi veri (Michael Caine) o presunti (Mrs. Hutchinson, Benny Bullfrog, Reverend Green) come dentro un Cluedo ambientato nella capitale inglese.  

Un viaggio organizzato cui è difficile rinunciare, soprattutto se sei cresciuto negli anni Ottanta.

Se eri adolescente in quegli anni non potevi sottrarti alla follia idiota dei Madness.

Cominciata con la demenza di un ballo a passo d’anatra e finita con alcune pagine classiche del pop britannico.

I primi due dischi sono quelli legati al periodo ska, e questo lo sapete.

Meglio il secondo (Absolutely) del primo, aggiungo io. Più convincente e meno didascalico.

E poi, va be’, One Step Beyond (il pezzo) io non l’ho mai sopportato.

Ma credo che ognuno abbia la sua canzone dei Madness da odiare.

Eppure il loro storico debutto portò una ventata d’aria fresca nell’Inghilterra del dopo-punk, come ben spiegato nelle note al disco affidate ad Irvine Welsh. Parole di ordinanza quelle di Welsh che forse contribuiranno a riscattare parzialmente i Madness dallo snobismo di cui sono stati vittima nel corso della loro carriera. I puristi non hanno mai perdonato alla band di Camden Town i flirt con le classifiche (dove avrebbero sempre battuto gli amici/rivali Specials, NdLYS) e nemmeno quell’ aria disinvolta e un po’ bizzarra di chi fa le cose più per diletto che per fede. Invece, nonostante in questi trentanni di cose ne siano passate tante sui nostri piatti diventando coriacei a tutto  il nutty sound di One Step Beyond continua a masticare insolente le suole delle nostre scarpe.

La svolta “pop” avviene con 7, l’album del 1981.

Il gioco comincia a farsi più complesso e anche più amaro.

Sin dall’iniziale battito cardiaco che annuncia l’infarto di cui è vittima il protagonista di Cardiac Arrest alla beffarda Mrs. Hutchinson che veste coi caldi colori del calypso il freddo dramma del cancro è come stare seduti davanti alle farse cariche di umor nero dei Monty Python.

Ironia delle ironie, i Madness lo registrano nelle Bahamas eppure suona come il più inglese dei dischi che hanno registrato finora, con questi ritratti di vita ordinaria e amara come Grey Day o When Dawn Arrives dove la malinconia si insinua sottile a gonfiare quei baggy trousers che prima sembravano solo pieni di ritmo.

Quando tornano a Londra questa nostalgia scoppia nella consapevolezza dell’ età adulta. I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso The Rise & Fall, che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck.

È un disco pieno di immagini domestiche, fino all’apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.

Father‘s wears his Sunday best,

Mother‘s tired, she needs a rest.

The kids are playing up downstairs.

Sister‘s sighing in her sleep (ahhhh).

Brother‘s got a date to keep.

He can‘t hang around.

Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.

Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.

La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of Fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band.  

Ovviamente, anche in questo caso, trovate tutto stipato qui dentro: album, singoli (compreso quella genialata per clacson ed orchestra latina di Driving My Car, NdLYS), video, sessions radiofoniche, testi e un’ottima prefazione stavolta firmata da Gavin Martin, l’ideatore di Alternative Ustler (la fanze, non il pezzo) e ora collaboratore per il Daily Mirror.

Keep Moving torna all’idea di movimento che è cara all’iconografia della band.

Ed è un album ancora una volta ricco di intuizioni, genio e sregolatezza.

Come Victoria Gardens o Samantha che sembrano un provino dei Blur, dei Suede o dei Kaiser Chiefs. Con molti anni di anticipo. E con molto, molto più ritmo.

The Madness esce sotto l’egida della Virgin Records con la formazione ormai disintegrata e segna le vendite meno numerose nella carriera del gruppo, nonostante la sovraesposizione televisiva riservata ai video estratti dal precedente Mad Not Mad, inciso per la stessa label messa su dalla band. È un disco piatto e impersonale dove la band sembra davvero aver perso il mordente, oltre che qualche vecchio compagno. In studio chiamano qualche turnista, dal vivo si fanno bastare una drum-machine, per i video telefonano al vecchio compare John Hasler. Era stato il loro primo batterista e poi era diventato il loro primo manager. E a lui avevano dedicato la bellissima Bed & Breakfast Man, dieci anni prima. Ma, come precisano anche loro al Friday Night Live, “for the last time…..we are not nutty!”. Sono stanchi e cominciano a suonare di plastica. E dopo sei mesi di inutile promozione, gettano la spugna. Che non è nemmeno così piena di sudore come dovrebbe.

Il fenomeno Madness viene sfruttato all’inverosimile: raccolte, antologie, ristampe. Insomma, le solite cose. Finchè la band decide di riunirsi per un doppio concerto londinese. L’evento assume proporzioni spaventose e One Step Beyond provoca un’autentica scossa di terremoto e parecchie telefonate ai centralini dei pompieri e della polizia di Londra.

I Madness rientrano nel mondo dorato dello star-system. E dalla porta principale.

Così alla fine del decennio decidono di entrare nuovamente in studio con la vecchia squadra. Non sarà l’ultima volta.

Wonderful torna a divertire pisciando anche fuori dal vasino con una canzone da battello ebbro come Drip Fed Fred dentro la quale scorrazza anche, nel suo ultimo cameo, il vecchio amico Ian Dury ma pure con un pezzo straccione come Johnny the Horse, che sembra una versione da Mulino Bianco di Tom Waits o dei Popes ed è un disco di classe, malgrado i Madness siano ormai fuori tempo massimo per le aule. Ma pur sempre troppo giovani per gli ospizi.

Ora esco a fare due passi. Anzi, uno.

                   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Madness-band-1979

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