THE JAZZ BUTCHER – A Scandal in Bohemia (Glass)

Dei Jazz Butcher ricordo bene un paio di cose: l’ironia derisoria dei testi e la curiosità messa in moto nella mia mente di tredicenne follemente innamorato dei Bauhaus dal fatto che la macelleria di Pat Fish fosse diventato il rifugio per i fratelli David e Kevin Haskins, il motore ritmico della fuoriserie gotica inglese.

Fu questa la bizzarria che mi fece avvicinare al secondo album di Jazz Butcher, più che il titolo rubato a Sherlock Holmes, altra mia ossessione del periodo e al disegno di copertina che in me, accanito divoratore delle vignette de Il Monello e dell’Intrepido, rinvigoriva un entusiasmo ancora febbrile.

La sorpresa fu che del tetro mantello dei Bauhaus qui non era rimasto neppure un brandello (anche se io, secondo quella logica perversa e inspiegabile secondo cui ognuno trova in quello in cui rovista quello che cerca, anche quando non esiste, fui sicuro di trovarne qualche cencio nero dimenticato tra i cori di Marnie, NdLYS).

A Scandal in Bohemia era piuttosto un disco di indie-rock strampalato che guardava ai Modern Lovers (avrebbero ripreso Roadrunner su uno dei singoli dello stesso anno, infatti), ai Fall (qui chiamati in prima persona su Southern Mark Smith e in terza persona nella infame e sporca Caroline Wheeler‘s Birthday Present) e alla musica tradizionale (date un po’ di corda alla vostra fantasia per immaginare Soul Happy Hour cantata dai Penguins o da un qualsiasi gruppo doo-wop degli anni ’50, la successiva I Need Meat suonata a gambe contorte da Carl Perkins o Just Like Betty Page strimpellata da un Django Reinhardt in vena di facezie e vedrete i vostri aquiloni prendere quota, NdLYS). Nei momenti meno irriverenti e più “ordinari” (Girlfriend, My Desert) spuntano fuori analogie con la coeva scena neo acustica inglese dei vari Commotions e Daintees o con la new-wave nervosa e beefheartiana dei Nightingales e dei Monochrome Set (Marnie, il drum ‘n bass per percussioni e xilofono di Real Men).

Un piccolo disco imperfetto e strampalato.

Più bohemien che boemio, ad ogni buon conto. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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