THE STROKES – Is This It (RCA)

Se la seconda metà degli anni Novanta è dominata culturalmente dalla musica inglese (Oasis, Blur, Radiohead, Coldplay, Verve, Elastica, Placebo, Supergrass, Skunk Anansie), a riportare l’attenzione di pubblico e critica sul Nuovo Continente sono, all’alba degli anni Zero, cinque ragazzoni di New York.

Giovani, belli e scapestrati. Sulle loro facce, sui loro vestiti si leggono le smorfie del rock ‘n roll insolente che abbiamo già amato più e più volte. Gli Heartbreakers, i Velvet Underground, i Doors, i Pixies, i Jesus and Mary Chain, i Fall, i Nirvana. Le smorfie di chi in un attimo, in un solo attimo immenso ed irripetibile costruirà attorno alle macerie della tua vita l’ultimo muro di cemento da difendere. L’ultimo avamposto su cui issare la tua bandiera di ribelle, prima di rimetterla per sempre in soffitta accanto ai poster accartocciati di Morrissey e dei Clash, alle collezioni dell’Intrepido e di Frigidaire, alle riviste porno con le pagine appiccicate dallo sperma ormai rinsecchito, alle Doc Marten‘s e alla T-shirt comprata al concerto dei Replacements.

Is This It ci regala dunque un sogno. Uno a piacere. Ma bellissimo.

Raccontando quelle due o tre cose che era necessario sentirsi dire: il punk, la new-wave, i Velvet, i Television, gli Smiths, gli amori adolescenziali che evaporano prima ancora di essere stati consumati perché del tutto superflui.

Nati già annoiati. Nati già morti.

Porgendocele con quel gusto anni Settanta (un culo scoperto dominato da un guanto di lattice nero) cui non si può mai dire di no. Con quella stessa ostentazione maliziosa ed ammiccante dei dischi degli Ohio Players o di Suzi Quatro. In un’essenzialità di tratto che corrisponde in pieno a quella esibita dal gruppo newyorkese.

Canzoni leggermente nevrotiche e dal fortissimo carisma (Someday, Last Nite, Take It or Leave It i capolavori del disco). Di quelle che al primo ascolto sai già che non lascerai mai più. Perché vanno oltre il proprio peso specifico: sono capaci, come solo raramente accade in questa pioggia impazzita di dischi e bites che sembra pioverci addosso, di elaborare la nostra solitudine e di confezionare, calda come una consolatoria ciambella artigianale, l’illusione del “senso di appartenenza”.

Che era, è, sarà (forse) il segreto dei grandi dischi. Nevermind the Bollocks, Violent Femmes, London Calling, Psychocandy, The Queen Is Dead, Nevermind, The Doors, The Velvet Underground and Nico, Back in Black, Zen Arcade, Unknown Pleasures. L’illusoria finzione di far parte di qualcosa che sia più grande di noi medesimi. La sensazione ingannevole di essere fuori posto e di esservi assieme a tanti altri. Tutti ugualmente arrabbiati, tutti ugualmente giovani e spietati, tutti ugualmente capaci di prendere il mondo tra le dita e di porgerlo agli Dei, battendoci sopra con un guanto di pelle: eccovelo, è tutto qui.    

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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