ROY AND THE DEVIL‘S MOTORCYCLE – Tell It to the People (Voodoo Rhythm)

0

Tre album in venti anni.

La motocicletta del diavolo non va veloce.

Quasi si rischia di dimenticarsene, sedotti da motori più rapidi e solleciti.

La band d’Oltralpe non ha fretta.

Il Diavolo, comunque sia, è dalla loro parte. E pure io.

Questo nuovo album esce assieme alla ristampa del loro primo disco per celebrare i venti anni di Voodoo Rhythm, benemerita etichetta svizzera che meriterebbe di diventare patrimonio dell’Unesco. Ed è un gran bel disco.

Intossicato di tutte le scorie psichedeliche che possiate immaginare: Velvet Underground, Godz, Elevators, Motorpsycho, My Bloody Valentine, Royal Trux, Psychic Ills, Suicide, Primal Scream, Spiritualized.

Tradito l’iniziale spirito roots (chi si ricorda del blues acido di Boots On Fire? Io e altri tre sfigati, immagino NdLYS) i tre fratelli Stähli convogliano adesso il loro suono in un fluido dipanarsi di morbida psichedelia campestre.

Peter e Heidi vivevano in colline coperte di erba magica.

“Nebbia” e “Fiocco di Neve” erano gli unici nomi che potevano dare ai loro animali.

Ora sapete perché.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

maxresdefault

Annunci

U.K. SUBS – Complete Punk Singles Collection (Captain Oi!)

0

Una band in cui sono passate una settantina di persone, comprese Lars Frederiksen dei Rancid, Flea dei RHCP, Andy McCoy degli Hanoi Rocks e Tezz dei Discharge e che ha infilato 4 album e 7 singoli in classifica.

Un’istituzione del punk rock britannico, insomma.

Arrivati per raccogliere i frutti di quanto seminato da altri.

Dozzinali e tarri agli esordi tanto da ergersi ad emblema dell’hooligan-punk e poi, una volta passati dalla birra a triplo malto al whisky doppio, sempre più vicini a sbrodolature heavy metal e hardcore (Jodie Foster/War on the Pentagon/666 Yeah) tenute a bada dalla voce proletaria di Charlie Harper.

Mark Brennan della Captain Oi! si occupa, e non per la prima volta, di raccontarci la loro storia attraverso tutti i loro singoli, dalla C.I.D. del 1978 alla Warhead corretta al botulino di trent’anni dopo. Alla band l’onere di farci riascoltare ogni facciata A della loro discografia “minore”.

Non sono mai stata la mia punk-band del cuore. E la conferma arriva dal fatto che tra tutti, il mio pezzo preferito rimane Betrayal, il più insolito del lotto.

Voi scegliete il vostro.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

UKSUBS-ahoydcd312

THE ROOKIES – Things Ever Said (Other Eyes)

0

Quando leggerete queste righe i Rookies saranno appena scesi dal palco del Primavera Beat abbracciati a Ron Splinter degli Outsiders, band a lungo corteggiata dal gruppo italiano qui alla sua prima prova interamente autoctona. Le dodici canzoni che ci piovono addosso da Things Ever Said sono stavolta tutta farina del sacco del gruppo piacentino che ha così l’occasione per sfoggiare le sfaccettature del suo stile legato a doppio filo alla musica 60s, impregnato di malinconici ricami folk e di contro capace di gioiose aperture quasi power-pop sul solco tracciato in Italia dai Sick Rose di Shaking Street. Malgrado siano “inquinati” da una certa ripetitività di fondo (Pale Colours e Reflections sfruttano le medesime idee, un po’ come la title track e You Wish Me Dead, NdLYS) sono questi i momenti migliori di un disco che nonostante tutto fatica a spiccare il volo e che risulta irrisolto proprio quando la band tenta la carta della ballata stropicciata (On My Own, Behind Your Eyes) mostrando tutta la fragilità vocale di Giovanni Orlandi, incapace di trasmettere il pathos emozionale richiesto per l’occasione.   

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

l

THE ROUTES – Stormy / Willie the Wild One (Groovie)

0

La sorpresa per il nuovo album non ve la tolgo, perché se no che cazzo vivete a fare? Per aspettare la reunion degli Standells?

Però posso farvi sbavare nell’attesa di quello che, vi assicuro, sarà uno dei dischi garage più devastanti dell’anno. Stormy e Willie the Wild One sono due cover tirate fuori da dove sapete, suonate nel solito, imperfetto e dissoluto stile da caverna del gruppo giapponese che in queste lordure ci sguazza come Lapo Elkann nella sua Jacuzzi, permettendosi di declamare questi versi sacri senza essere blasfemi.

Le copie del disco sono le consuete cinquecento.

Ne venderanno non più di trecento. E nessuno si pentirà di averlo fatto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

The Routes - Stormy 7'' [Groovie 2011]

STEEPLEJACK – No-One‘s Land (Spit/Fire)

0

Gli Steeplejack erano gli sciamani della neo-psichedelia italiana.

I loro dischi, una piccola riserva indiana difesa dai totem giganti degli Elevators, di Bo Diddley, dei Quicksilver, di Captain Beefheart, di Robert Johnson attorno ai quali si celebra il magico rito della tensizione. 

Una storia che valeva la pena raccontare ai nostri figli.

E No-One‘s Land è qui per questo, per raccogliere su due cd e su un ignobile libretto che è l’unica cosa realmente fossile di questo tributo (una banale e inutile autocitazione dello stesso autore con tanto di inesattezze storiche: mica vero che gli Steeplejack siano rimasti “sepolti” per 22 anni, visto che si erano già riformati nel 1999 e che nel 2003 realizzarono il loro terzo album, qui totalmente ignorato, nonostante fosse stato lo stesso Guglielmi ad occuparsene in sede di recensione sulle pagine della sua rivista, NdLYS).

I due dischi che raccolsero l’essenza e l’incanto della band toscana sono qui raccolti assieme alla loro prima demo, agli altri cocci affidati all’Electric Eye e altre registrazioni inedite in studio e soprattutto live, durante il famoso concerto-tributo per i nativi americani condiviso con i Not Moving.

Serena Maboose e Pow Wow erano due piccoli capolavori, due cavalli imbizzarriti che correvano a briglie sciolte lungo le praterie della musica psichedelica italiana, guardando verso l’Ovest della California e del Mississippi, due mortai dove il blues e l’acid rock texano e californiano venivano pestati assieme alla musica tribale, alla polpa di peyote e agli arbusti di Clavo Huasca.

Nata prima che come band vera e propria come “idea” di band (su High Shakin’ Trees e Serena Maboose è infatti il solo Maurizio Curadi a dividersi su tutti gli strumenti, con l’unica eccezione di un cameo del futuro secondo chitarrista Roberto Villani sulla pazzesca cover di If I Had Possession Over Judgement Day di Robert Johnson, NdLYS), gli Steeplejack lavoravano su una psichedelia “artigianale” ottenuta sovente utilizzando strumenti di fortuna come scatole vuote, bottiglie, ciotole e profondamente “terrena”, intrisa di immagini, aromi, odori e suoni fortemente simbolici, legati ai cicli naturali delle stagioni (Hot Summer Again, Falling Leaves and Autumn Thrills, Miss Springtime Sunset) e ai rituali geomantici e propiziatori delle tribù pellirossa e delle altre comunità tribali americane.

Qui stava la sua forza, in questo suo incredibile intreccio tra l’acid rock contadino figlio dei Mad River e dei Conqueroo, il blues rurale, il Diddley-sound da foresta vergine e la psichedelia paranoica di Roky Erikson e Syd Barrett.

Oggi spingendo un tasto di You Tube è facile avere tutto e averlo subito.

Ma allora, venticinque anni fa, ci voleva qualcuno che sapesse lanciare al vento questi aquiloni e ci insegnasse a tenere il muso inchiodato tra la sabbia e le nuvole.

Maurizio Curadi era quell’abile manovratore.

Adesso, tira di nuovo vento.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Steeplejack+_NoOnes_Land_cover

VIC DU MONTE‘S PERSONA NON GRATA – Barons & Bankers (Go Down)

0

Mi sono a lungo interrogato prima di recensire questo nuovo album di Vic Du Monte. Non perché mi sia trovato dinanzi a chissà quale intricato frutto artistico.

Mi sono soprattutto chiesto chi possa essere l’ascoltatore medio di un disco come questo e non sono riuscito ad immaginarmelo.

Di certo non il vecchio fan dei Kyuss visto che la band di Chris è da sempre il frammento più distante dalla coda della stella madre.

E del resto non sarà lui ma Nick Oliveri il bassista chiamato per la reunion.

Non i banalotti a caccia di novità e neppure gli amanti del suono vintage, che Vic non è per niente nuovo e neppure totalmente vecchio ed è anche, purtroppo, abbastanza banale.

I Persona Non Grata di Barons & Bankers sembrano dei Wipers depredati della loro rabbia, dei Lords of the New Church tirati fuori dalla loro cripta, dei Clash costretti a suonare alle feste dei pensionati. Come guardare dal balcone sgranocchiando un croccantino alle mandorle mentre in strada gli incazzati si danno botte da orbi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

images

THE FILTHY SIX – The Fox (Acid Jazz)

0

A dispetto del nome di sporco nella musica del sestetto inglese non c’è assolutamente nulla, anzi.

Tutto molto garbato e composto, forse anche troppo potrebbe obiettare il mio lettore-tipo (uso il singolare non a caso, non credo di arrivare alla decina, NdLYS).

La calibratura degli ingredienti musicali (smooth jazz, il sound della Blue Note, soft-funk) che da sempre concorrono a creare la ricetta del gruppo di Nick Etwell è giunta a livelli di tale precisione che la band può adesso permettersi di registrare questo secondo album in presa diretta, in sole sedici ore di seduta.

Dal mio psicanalista bastano appena per la sala d’aspetto. E, nota per lui, la cover di Never Say Goodbye che chiude l’album è perfetta per sonorizzare quel tipo di spazi. 

Il risultato non si discosta molto da quello del disco omonimo. L’unica novità di rilievo è rappresentata dalla presenza di un paio di brani cantati tra cui svetta la cover di Girlfriend illuminata dall’ugola soul di Brendan Reilly e dalle preziose dita di Pete Whittaker. Musica per imparare ad aspettare con diligenza. Chissà cosa, poi.

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

Filthy_Six-The_Fox-AJX288

THE DOGS – Hypersensitive (Detroit Music)

0

Negli anni ‘60/’70 aprirono per tutti. Ma proprio tutti.

Dagli MC5 ai Ramones passando per Amboy Dukes, Stooges, Television, ACϟDC, Kiss, Dictators e Alice Cooper. Ogni rock show che contava si portava dietro la gabbia coi suoi mastini. E dentro c’erano sempre loro: i Dogs. Nonostante ciò, al rientro dal loro tour inglese del ’79, i Dogs non riescono ad ottenere neppure una data nella loro Los Angeles. A Loren Mulinare andrà molto meglio quando in piena febbre sleaze metterà su i supertatuati Little Caesar mascherando in parte il suo amore per il motor-city sound e il punk che torna oggi ad alzare la testa col nuovo disco inciso col vecchio branco. Un signor disco che maschera abilmente le rughe con 12 brani di rock ‘n roll old-style. Tra i fantasmi stoogesiani (In On the Out), gli omaggi alla storia di Detroit (Motor City Fever) e le sagome Ramones (Punk Rock Holiday) emergono alcune delle più belle punk songs ascoltate quest’anno: Good Time Girls, What Goes In Quiet Comes Out Loud, Nothing Lasts 4 Ever, You Can’t Catch Me e la sempre immortale Slash Your Face.

Mettetevela voi la museruola, va.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

thedogs_LPcover_mockup2

THE JACKETS – Way Out (Soundflat)

0

Non so voi, ma io di una raccolta di provini dei Great Society non ho che farmene.

Neppure se, come in questo caso, me la vendono come una delle migliori attrazioni del garage punk europeo. Gli svizzeri Jackets ad esempio non mi erano piaciuti col disco di debutto e continuano a non convincermi con questo Way Out.

gloomy, trashy Garage-Rock with a good deal of 70’s Punk and a bit of psychedelic” recita casa Soundflat.

E io invece non riesco a sentire niente di tutto ciò, solo una scontata progressione di accordi beat (la stessa che Jack Torera usa per le sue esibizioni come The Moustache Princess, NdLYS), organo d’ordinanza e le linguacce di miss Jackie Brutsche. Un disco garage punk non dovrebbe lasciare scampo e invece qui è pieno di vie di fuga, come loro stessi suggeriscono sin dal titolo. E io invece voglio un disco che, una volta dentro, non riesci più a trovarla la via per scappare. Altro che Way Out.

Turn on, tune in, drop out piuttosto.

Andatevi a comprare i dischi dei Morlocks.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

268042

AA. VV. – Kris Needs Presents…Dirty Water: The Birth of Punk Attitude (Year Zero)

0

È il 1977 quando Tony Stratton-Smith consegna nelle mani di Kris Needs il suo magazine, in realtà fondato da Pete Frame nel 1969 in pieno fermento studentesco e civile. Stratton-Smith aveva guidato ZigZag attraverso le strade buie degli anni Settanta, durante un quadriennio dove la musica giovane era diventata pingue ed intellettuale: vecchia.

Ma nel ’77 succede qualcosa, qualcosa che tutti adesso conoscete, qualcosa che è stato sviscerato, storicizzato, enciclopedizzato, wikipediato e anche stereotipato ma che in quel preciso momento sta cambiando la faccia dell’Inghilterra.

Di nuovo.

Più della beatlemania.

Con ancora più violenza, con nessuna riverenza verso i monarchi e le autorità costituite.

È il punk, che corrode tutto e sovverte le regole del bello, dell’utile, del dilettevole.

ZigZag ha bisogno di una nuova guida. Ha bisogno di qualcuno che sia completamente dentro quella cultura. Che ne capisca le radici, che possa decifrarne i codici, che riesca a documentarne la forza devastatrice.

Quell’uomo è Kris Needs.

Kris è uno che scrive del punk.

Anzi, Kris è uno che scrive punk.

È uno che sa vedere oltre. Perché dietro i tre accordi con cui molti per comodità ingabbiano il concetto etico e stilistico del punk c’ è una vera e propria “attitudine” che rischia di passare inosservata, oscurata dalle manifestazioni eccessive del movimento. Un’attitudine che Needs, scavando nel suo mondo di carta e vinile, riesce a trovare in posti, luoghi e radici diverse. Nella storia assurda di Sun Ra come in quella depravata degli Stooges, in quella cerebrale dei Can come in quella violenta dei Suicide, in quella volgarmente popolare dei Mott the Hoople così come in quella anarchica dei Pink Fairies, in quella politica dei Last Poets quanto in quella rasta dei Culture o quella restauratrice dei Dr. Feelgood.

Follia e caos, audacia e immoralità, iconoclastia, trasgressione e belligeranza.  

Un concetto di eversione che Kris ben riassume nel corposo libretto (76 pagine) e nei due cd che compongono Dirty Water: una compilation punk senza pezzi punk.

Un viaggio nei gironi dell’Inferno del rock ‘n roll.

E del jazz.

E del reggae.

E del kraut-rock.

Ecco, se distinguiamo ancora per generi e sottogeneri, allora abbiamo ancora bisogno di dischi come questo.

Abbiamo ancora bisogno di “attitudine punk”.

Abbiamo ancora bisogno di sputare dalle finestre senza guardare chi passa sotto.

Abbiamo ancora bisogno di bere acqua sporca.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Dirty Water