THE CRAWDADDYS – Here ‘Tis! (Voxx)

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L’abbandono di Steve Potterf (entrerà negli Upbeats) seguito alla pubblicazione di Crawdaddy Express e l’arrivo tra le fila dei Crawdaddys di Fred Sanders coincidono con la pubblicazione di un singolo-tributo a Lou Reed e di un incredibile 7” sempre su Voxx Records: 5 x 4, questo il titolo, vira verso un suono ancora più deragliante, magari meno incompromissorio ma a mio parere ancora più eccitante delle cose fatte fino a quel momento da Ron e soci. L’armonica diventa una rotaia d’acciaio incandescente e le chitarre disegnano pentatoniche urticanti come quella di I Can Never Tell. A mio avviso uno dei dischi imprescindibili e definitivi del neosixties americano.

Alla fine dell’anno successivo, quando anche Mark Zadarnowski decide di dare forfait, è addirittura un biondo inglese infatuato di vecchio r ‘n b a fiondarsi a San Diego in compagnia del suo basso per unirsi alle sorti del gruppo. Si chiama Mike Disxon (in onore a Willie Dixon, ovviamente) e, dopo pochi anni, ribattezzatosi Mike Stax (stavolta in omaggio a John Stax, bassista nei primi due album dei Pretty Things, sua grande ossessione) e aver definitivamente abbandonato la sua terra natia al pop liofilizzato che la sta rosicando fin nelle viscere, tornerà a mettere a ferro e fuoco la California alla guida dei Tell-Tale Hearts. Il risultato viene certificato su uno storico master intitolato Fred Sander’s Family Road e registrato nell’Apriile del 1982. Di quelle dieci tracce quattro verranno pubblicate cinque anni dopo su Here ‘Tis!, album postumo pubblicato da un Greg Shaw deciso a sfruttare fino all’osso le potenzialità di quella band. Il disco è completato da una She Just Satisfies prelevata dalle sessions del Settembre ’82 (sei i brani di quelle Program Studios registrate ad Hollywood e in parte pubblicate qualche anno dopo dalla spagnola Romilar D) e da alcune delle tracce che avrebbero dovuto costruire l’ossatura del secondo disco del gruppo.

Il Berkeley Album, come simpaticamente battezzato da Ron Silva, venne registrato con una line-up totalmente diversa da quella di Express, fatta eccezione per il solo Silva e segue ad un periodo di incertezze per il gruppo.

Incertezze culminate con la defezione di Mike, la discutibile decisione di ribattezzarsi Howling Men (salvo poi tornare al nome originale) e con lo scioglimento del gruppo. Fred Sanders rinnegherà quelle ultime sessions e costringerà Greg a mascherare il suo viso sulle foto che corredano la sleeve dell’album. Ancora nel 1988 sarà la Romilar D a tirar fuori dal mucchio un 7″ postumo contenente tre estratti dalle sessions hollywoodiane più la cover di Thirty Days di Chuck Berry che apriva Here ‘Tis! mentre nel ’93, scemata l’attenzione e l’entusiasmo attorno al fenomeno garage-beat, sarà ancora la Bomp! a ristampare su un unico supporto digitale i primi due singoli e il primo album del gruppo sotto il titolo di Mystic Crawdaddys.

I Crawdaddys spargeranno semi che germoglieranno in pieni anni Ottanta sotto i nomi di Tell-Tale Hearts, Barons, Berry Pickers, Hoods ma di cui difficilmente qualcuno tornerà a parlarvi.

Troppo fuori moda per i dancefloor di tendenza e troppo scomodi per tracciare le avveniristiche strade che dovrebbero disegnare i percorsi della musica del nuovo millennio.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Glimpses #1/2 – #3/4 (Past & Present)

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Quattro volumi in tutto, i primi dei quali usciti nel 1982 e l’ultimo nel 1989, per questa straordinaria serie di “pepite” raccolte dalla Wellington, pubblicate in tiratura striminzita e ora ristampate in due doppi cd per la gioia degli appassionati di memorie underground dei Sixties più oscuri. Se siete tra coloro cui piace naufragare alla ricerca di originali d’oro, qui troverete di che leccarvi i baffi: si va da Out of Sight, Out of Mind rifatta dagli Outta Place a City of People che ricorderete nella versione dei Creeps, dalla A Question of Temperature rifatta da Young Canadians e LotNC alla One More Day One More Night coverizzata dai Chesterfield Kings. E poi ancora fantastica robaccia firmata Third Bardo, Electras, Canned Heat, Primates, Mad River, Baroques, Mystic Tides, Mouse & The Traps, Traits, Quantrill Riders e via così, tra Beatles coperti di stracci e Jefferson Airplane in mutande. 

Rispetto all’epoca della loro prima edizione c’è da dire che molta roba è diventata reperibile su decine di altre raccolte o compressa dentro qualche link scaricabile dalla rete sciupando in parte il fascino massòne di queste tracce. Ma il loro valore resta ineffabile.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ARARAT – II (Elektrohasch)

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Avvelenato dalla notizia dello scioglimento dei Natas, arriva nei negozi (supposto che esistano ancora) il secondo album degli Ararat di Sergio Chotsourian che della band argentina è stato chitarrista per diciotto lunghi anni. Inizio autunnale con note di piano che sembrano cadere come foglie morte da un albero che pare pronto a morire, quindi El Carro che sembra un provino dei Monster Magnet dopodiché per ventitre interminabili minuti sembra di spingere un carro funebre lungo tutta la pampa argentina.

El Inmigrante introduce a verdi paesaggi acustici dove le foglie sembrano essere tornati sui rami, anche solo per far contenti i campeggiatori. Peccato che, non me ne vogliano i fratelli sudamericani, il cantato in lingua spagnola a me faccia sempre un terribile effetto Inti Illimani.

Ma è un limite mio, di cui Sergio non ha colpa.

Il disco si chiude con un altro quarto d’ora di riff al rallentatore che dovrebbero emulare (o risvegliare) l’ira del drago. Io che da piccolo tifavo per Grisù posso concedermi un sonnellino, che ben altre cose servono a tenermi sveglio. E in genere, anche quando parlano portoghese, si muovono molto di più.

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE OUTSIDERS – Calling On Youth / Close Up (Cherry Red)

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Nonostante l’aura di reverenza che avvolge Adrian Borland da quel dannato 26 Aprile ‘99 in cui si tolse la vita, nessuno aveva ancora pensato di ristampare in digitale i due LP dei suoi Outsiders. Fosse stato ancora vivo, avrebbe dovuto pensarci da sè, come in quel lontano ‘77 che lo costrinse a stamparsi da solo il primo album autoprodotto del punk inglese.

Coi soldi di papà Borland.

Fu questo, e solo questo, il loro contributo alla storia del rock.

Per il resto solo una scorta di maleparole e calci nel sedere.

I soldi di Bob Borland erano bastati a registrare i dischi, dimenticando di pagare i giornalisti. Il risultato fu una serie di critiche distruttive che avrebbero scoraggiato chiunque. E invece io, a parità di stipendio, posso permettermi di dire che, nonostante certe ingenuità lampanti, c’era di peggio allora e c’è di peggio adesso.

La scrittura di Borland nei momenti migliori (Touch & Go, Count For Something, Out of Place, On the Edge, Hit and Run, l’intero One to Infinity EP) è attraversata dall’ elettricità strabordante di Raw Power mentre quando cede ai primi sintomi della depressione che esploderà in età adulta (vedi Walking Through A Storm) il naso si arriccia per evitare di sentire il puzzo delle cacche prog.     

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE DRUIDS OF STONEHENGE – Creation (Sundazed)

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Non a Stonehenge ma a New York si formò la band che ai druidi del famoso sito britannico doveva il suo nome. La band era finita tra le mani di Jerry Goldstein degli Stangeloves e con la sua produzione aveva inciso questo unico album dove accanto a qualche banalità (la A Garden Where Nothing Grows scritta da Goldstein assieme all’altro ex-Strangeloves Richard Gottehrer o Forgot to begot ad esempio, NdLYS) trovano posto degli originali di prestigio (bellissima Speed dove sembra di sentire i La‘s con un ventennio di anticipo, ma anche Bring It On Home, Pale Dream ed Earthless) e qualche buona cover come la Baby Blue contesa con la Chocolate Watch Band, Signed D.C. dei Love e una versione un po’ più spenta della I Put a Spell On You che la band aveva già inciso ai Nola Studios un paio di anni prima (pubblicata assieme ad altro materiale d’archivio sempre da Sundazed qualche anno fa). L’impronta jaggeriana di David Budge e il buon intreccio chitarristico tra Carl Hauser e Bill Tracy avrebbero meritato una fortuna ben maggiore di quella che fu loro riservata. Creation continua tuttavia, a ragione, ad essere uno dei dischi più amati dai cercatori d’oro della sixties-music. Ora è il vostro turno.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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IVANO FOSSATI – Decadancing (EMI)

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Un futuro nero fa paura.

Ma un futuro nero senza Ivano Fossati oltre che paura fa anche tristezza.

Così l’annuncio del ritiro dalle scene del grande cantautore genovese rende ancora più amare le dieci portate di quest’ultimo pasto, già amaro di suo.

Perché Decadancing è figlio di questi tempi di macerie invisibili che sono le rovine del nostro futuro e che Fossati si prende la briga di cantare un’ultima volta, prima di venirne travolto.

Evitando di piangersi addosso, Fossati sceglie di affidarsi a musiche ottimiste e arroganti per dipingere il disastro dei nostri giorni. È così che La Decadenza e Quello che manca al mondo, come era già successo in Cara Democrazia, si affidano a ritmi sostenuti, chitarre generose e cori da Randy Jackson Band finendo per assomigliare, come nel brano di apertura, a una versione appena meno invadente di Zucchero riportandoci in dono il Fossati elettrico dei dischi a cavallo degli anni Ottanta come La mia banda suona il rock (anche lì si parlava di crisi, ricordate? NdLYS) e Panama e dintorni

Ma come in ogni disco del cantautore ligure c’è sempre un angolo riservato all’amore, quello che nella morfologia lirica dell’autore fa rima con dolore anziché con cuore. È l’amore stropicciato di Un Natale borghese e di Settembre, preludi a un inverno sempre più lungo da attraversare indenni.

È l’attesa infinita di Nella terra del vento che risuona in una casa imbiancata di sale da leccare per lenire il dolore.

Stanze al riparo dal mondo dove la nostra accidia decide di andare a morire.

Pareti da prendere a morsi quando le ferite si riaprono e il sale che le ricopre ci penetra dentro fino a farle bruciare, silenzi che appaiono nuovamente immensi quando gli amici musicisti sono andati via a far gioire qualche ammuffita sala da ballo del porto, lasciandoci soli davanti ai tasti di un pianoforte (Tutto questo futuro) che accoglieranno le nostre falangi irrigidite da un maestrale che non riusciamo più a domare. Sono gli angoli dove ritroviamo il Fossati più consueto capace di dire in poesia quello che troppo spesso noi diciamo in bestemmie, un cetaceo accarezzato dalle maree dei sentimenti, trascinato dalle correnti, provato dal fortunale. 

Ora che quella casa in riva al mare smetterà di essere un rifugio, un approdo sicuro chissà dove ci ripareremo dalle nubi gonfie di pioggia che avanzano minacciose.

Troveremo un ombrello dimenticato da qualche turista distratto, degli stivali un po’ stretti per superare asciutti qualche pozzanghera, un sacchetto prodigioso da annodare alla testa, illudendoci di aver gabbato il cielo, come sempre.  

Buona vita Ivano. È stato un bel viaggio.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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Il diritto di vo(mi)to

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Pochi lo sanno ma la legge prevede la possibilità di rifiutarsi di votare e metterlo a verbale.
Quando si va al seggio e dopo che le schede sono vidimate si dichiara che ci si rifiuta di votare e si vuole che sia messo a verbale. Le schede di rifiuto vengono CONTATE e sono VALIDE, contrariamente alle schede nulle o bianche o all’astensione dal voto. Nessun media (chiaramente) ne parla, sembra che i giochi della CASTA siano già fatti, come al solito la gente andrà a votare il ‘meno peggio’ o, il nome ritenuto platealmente vincente, come se si fosse a una gara ippica.
Nel caso le schede di rifiuto arrivassero a un certo numero ( cosa mai successa nelle elezioni italiane) la casta avrebbe però ‘qualche problema’ nell’assegnare i seggi vuoti e i media saranno obbligati a parlarne.

L’astensionismo passivo non fa percentuale di media votanti e riguardo alle elezioni legislative il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione.


Quindi, se per assurdo nella consultazione elettorale votassero tre persone (cioè ad esempio un candidato, sua moglie e la sua amante), ciò che uscirebbe dalle urne sarebbe considerata valida espressione della volontà popolare e si procederebbe quindi all’attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre schede.

Altresì le schede bianche e nulle, fanno si percentuale votanti, ma vengono ripartite, dopo la verifica in sede di collegio di garanzia che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle, in un unico cumulo da ripartire nel cosiddetto premio di maggioranza… Quindi la scheda e bianca e loro, da bravi, ci si puliscono il culo.


Esiste però un METODO DI ASTENSIONE, che garantisce di essere percentuale votante (quindi non delegante) ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.
E’ infatti facoltà dell’elettore recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale, AVVALERSI DEL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA, assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione;
è possibile inoltre ALLEGARE IN CALCE AL VERBALE, UNA BREVE DICHIARAZIONE IN CUI, SE VUOLE, L’ELETTORE HA IL DIRITTO DI ESPRIMERE LE MOTIVAZIONI DEL SUO RIFIUTO
(es.: ‘Nessuno degli schieramenti qui riportati mi rappresenta’)’.

 

In sintesi:
DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA:

1) ANDARE A VOTARE, PRESENTARSI CON I DOCUMENTI + TESSERA ELETTORALE E FARSI VIDIMARE LA SCHEDA

2) NON TOCCARE LA SCHEDA (se si tocca la scheda viene contata come nulla e quindi rientra nel meccanismo del premio di maggioranza) E ESERCITARE IL DIRITTO DI RIFIUTARE LA SCHEDA (DOPO VIDIMATA), dicendo: ‘Rifiuto la scheda per protesta, e chiedo che sia verbalizzato !

3) PRETENDERE CHE VENGA VERBALIZZATO IL RIFIUTO DELLA SCHEDA

4) ESERCITARE IL PROPRIO DIRITTO DI AGGIUGERE, IN CALCE AL VERBALE, UN COMMENTO CHE GIUSTIFICHI IL RIFIUTO (ad esempio: ‘Nessuno dei politici inseriti nelle liste mi rappresenta’ ) (D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 – Art. 104)

COSI’ FACENDO NON VOTERETE, ED EVITERETE CHE IL VOTO,NULLO O BIANCO, SIA CONTEGGIATO COME QUOTA PREMIO PER IL PARTITO CON PIÙ VOTI.

 

Fatevi furbi. E fate si che il vostro culo, che è quello che vogliono, sia appetibile.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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MEGANOIDI – Welcome in Disagio (Green Fog)

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C’è stato un periodo in cui i Meganoidi andavano bene a tutti, da Le Iene della tv a quelle della carta stampata. Sentivano le trombette e le chitarrine in levare e dondolavano la testa. Poi la festa è finita.

Alla nuova consapevolezza sociale del gruppo genovese si è associata la scelta di musiche sempre meno gioiose. Come se la Giamaica fosse stata circondata dal sangue versato durante il G8 piuttosto che dal Mar dei Caraibi. E le iene sono scappate, spaventate dai piraña.

I Meganoidi oggi sono un gruppo quadrato, solido, robusto, in grado di giocare col suo passato remoto (Quello che ti salta in mente, Tutto chiaro) e prossimo (Ghiaccio) continuando tuttavia sulla linea degli ultimi album a costruire potenti trame rock (Ora esiste dopo non più che sarebbe andata fortissimo quando la tendenza del momento era il crossover metal/rap o Finestre aperte meglio di tanto Faith No More che ci siamo sucati per anni, NdLYS) che potrebbe ambire a ben più ampi consensi, come dimostrano Tutto chiaro o Quasi ad occhi chiusi.

                                                                                                                          

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro 

ELECTRIC MOON – The Doomsday Machine (Nasoni)

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Dieci album di cui quasi la metà doppi in due anni fanno quasi paura.

I Motorpsycho al confronto sono dei pachidermi.

Le fasi lunari del terzetto tedesco hanno ritmi paradossali, con effetti terribili sulle maree.

Anche questo nuovo disco, che quando leggerete queste righe sarà già diventato il penultimo della band di Sula Bazzana (il proprietario della Sulatron Records di cui leggerete altrove in questa stessa rubrica, NdLYS), è un doppio padellone di vinile che viaggia sulle orbite dei satelliti di Saturno.

Lunghissimi (tre dei cinque pezzi viaggiano sui venti minuti ciascuno) soffi di tempeste siderali che metteranno a dura prova la vostra resistenza all’antigravità. Sembra di stare dentro quelle cabine senza ossigeno in cui gli astronauti della NASA si esercitano prima di lanciarsi nel cosmo.

Solo che qui siamo già dentro il cosmo, vittime di vorticose spirali elettriche che creano squilibrio, nausea, alienazione, stordimento.

Ladies and gentlemen…we are floating in (deep) space.


 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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VIBRAVOID – Gravity Zero (Sulatron)

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Questo mese il direttore, intuendo forse dall’unica riga che ci scambiamo ogni mese il mio bisogno di evasione, mi ha commissionato una serie di dischi che si legano in qualche modo al concetto di fuga verso lo spazio.

Ha visto giusto.

Anche perché da sempre le navi spaziali mi attirano più delle macchine e dell’unica cosa che salverei dal pianeta Terra, a detta degli argonauti, pare che Venere strabocchi.

Poco male, quindi.

Mi infilo la mia tuta in fibra di vetro e il mio casco di policarbonato e monto a bordo della navicella Vibravoid in barba alla recessione e agli abbattimenti dei costi.

Mi carico a bordo l’ultima tonnellata di carburante che scorre sotto il culo dei pascià e lascio il mondo a secco.

Quindici anni di viaggi interstellari e l’equipaggio tedesco non ne vuole sapere di rimettere i piedi a terra.

Chiamateli fessi.

Gravity Zero viaggia esattamente a mezza quota tra il cuscino fuzz dei Jesus & Mary Chain (Photosynthesis in Darkness) e le nuvole di sitar dei Baby Woodrose (Eruptions of the Green Sun), lasciando una scia di rumore bianco e polvere di theremin. Mi sento Badino alla conquista dello spazio. Che dite, se provo a sputarvi da quassù, vi arriva fin sulle teste?

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

Vibravoid - Gravity Zero - front