VIBRAVOID – Gravity Zero (Sulatron)

Questo mese il direttore, intuendo forse dall’unica riga che ci scambiamo ogni mese il mio bisogno di evasione, mi ha commissionato una serie di dischi che si legano in qualche modo al concetto di fuga verso lo spazio.

Ha visto giusto.

Anche perché da sempre le navi spaziali mi attirano più delle macchine e dell’unica cosa che salverei dal pianeta Terra, a detta degli argonauti, pare che Venere strabocchi.

Poco male, quindi.

Mi infilo la mia tuta in fibra di vetro e il mio casco di policarbonato e monto a bordo della navicella Vibravoid in barba alla recessione e agli abbattimenti dei costi.

Mi carico a bordo l’ultima tonnellata di carburante che scorre sotto il culo dei pascià e lascio il mondo a secco.

Quindici anni di viaggi interstellari e l’equipaggio tedesco non ne vuole sapere di rimettere i piedi a terra.

Chiamateli fessi.

Gravity Zero viaggia esattamente a mezza quota tra il cuscino fuzz dei Jesus & Mary Chain (Photosynthesis in Darkness) e le nuvole di sitar dei Baby Woodrose (Eruptions of the Green Sun), lasciando una scia di rumore bianco e polvere di theremin. Mi sento Badino alla conquista dello spazio. Che dite, se provo a sputarvi da quassù, vi arriva fin sulle teste?

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

Vibravoid - Gravity Zero - front

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