X – The Unheard Music (MVD Visual)

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C’è stato un periodo che ero innamorato folle di Exene Cervenka.

Era il periodo di The Unheard Music.

Exene con le braccia serrate ad X.

Exene che regge un canzoniere di canzoni country mentre suo marito intona vecchi standard alla chitarra acustica.

Exene vestita da fantasma come in un vecchio film muto.

Exene che scrive lettere gonfie di amore e di ricordi alla sorella Mary.

Exene senza nessuno scudo, al centro del palco, a dare una voce al rumore della sua città.

Disperati e romantici, sono gli X che non hanno ancora sbagliato un disco e che invece di lì a poco sbaglieranno tutto, musicalmente e sentimentalmente.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BLACK CROWES – Amorica. (American Recordings)

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La copertina mette subito voglia, come dire… di “scoprirlo”, il terzo album in studio dei Black Crowes.

Amorica. è disco destinato a scontentare i fans.

A dimostrazione che se i Black Crowes sono dei conservatori, il loro pubblico lo è ancora di più. Nonostante la rapidità con cui viene registrato, Amorica. sfoggia infatti il tentativo di emanciparsi dalla formula dei due dischi precedenti cercando formule più elaborate e concettuali messe in mostra sin dall’iniziale Gone, dove il riff di chitarra (elemento portante dello stile della band) viene di fatto sbriciolato e ridotto ad una presenza virtuale. E se A Conspiracy riporta apparentemente il bilico sul classico assetto del gruppo grazie alla voce sempre carica di umori soul di Rich Robinson (ma anche qui si evidenzia un lavoro di chitarre che tende a sfuggire, senza rinnegarli, dai modelli stilistici abituali), il taglio cubano (spezzato dal riff granitico dell’inciso) di High Head Blues torna a ravvivare il gusto per nuove contaminazioni (Santana?) che verranno sviluppate anni dopo nei dischi solisti del leader. Al quarto pezzo i Black Crowes infilano la solita ballatona piena di umori Skynyrd+Cocker+Burrito+Faces+Stones cui ci hanno ri-educati sin da Shake Your Money Maker e che non cesseranno mai di esibire lungo la loro lunghissima carriera. Sei minuti di dolcezza e livore chitarristico che inumidiscono di umori vaginali il pelo pubico mostrato in copertina. Il lato più rurale del suono dei Crowes trabocca invece da pezzi come Nonfiction e Downtown Money Waster, briciole cadute dalla tavola di Beggars Banquet, polveri blues scivolate nella fogna assieme alle bustine di coca buttate nei gabinetti di Main Street.

Più ordinariamente “easy” sono invece Ballad In Urgency, Wiser Time e Descending, dove tornano ad emergere i clichè del suono Crowes nella loro veste più ammiccante e puttana. Quella che rassicura tutti, detrattori compresi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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SOUNDGARDEN – King Animal (Republic)

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Lo scioglimento successivo a Down on the Upside era dopotutto stato indolore. A conferma del fatto che in termini di espressione i Soundgarden avevano già dato il meglio di sé. In quanto ad innovazione, già da un po’ di anni. Il tentativo di riciclarsi oltre i confini della propria dignità artistica fino a lambire i limiti della decenza sarebbe stato un gesto estremo di narcisismo suicida. E questo i Soundgarden lo hanno evitato. Poi sono venuti gli Audioslave e i terribili dischi solisti di Chris Cornell a farci rimpiangere quel mancato suicidio. Ma quelle erano altre storie.

Quella dei Soundgarden si era invece chiusa il 9 Aprile del 1997.

Ora, tornano i loro fantasmi, evocati da un Guitar Hero qualsiasi.

King Animal torna ad alitare il respiro degli ultimi Soundgarden, quelli mainstream di Superunknown e Down on the Upside. Lo fa con tutta l’enfasi, l’abilità ed il mestiere che il nome e la storia impongono loro. E fino ad un certo punto del disco (diciamo fino al raga-rock di A Thousand Days Before) la credibilità regge, supportata dall’energia e dall’estro di Kim Tahyil e nonostante le corde vocali di Chris non siano più quelle dell’ epoca d’oro. E noi non così stupidi da pretendere che lo siano.

Poi il disco comincia a perdere quota.

Ad appesantirsi. E non di quella pesantezza atomica che era propria della cellula Soundgarden quanto piuttosto di un ipotizzabile impiccio ispirativo che finisce per far precipitare larga parte del resto del disco, diviso tra vecchi residui di vomito hard-psichedelico (Blood on the Valley Floor, Taree), ballate che rimandano al triste Cornell in solitario (Halfway There, Black Saturday) e qualche buffo e compassionevole tentativo di reinventarsi (Rowing, Attrition, Eyelid‘s Mouth) facendo a pugni col proprio passato.

King Animal, come tutti i rientri in scena dopo tanti anni, è suscettibile del nostro termometro affettivo e mnemonico.

E del nostro calendario. E del rimpianto delle pagine che abbiamo già strappato e usato per pulirci il culo.

E della nostra pretesa assurda e della nostra superbia di crederci eternamente giovani mentre guardiamo il mondo invecchiare. Perché è della vecchiaia, non della morte, che abbiamo paura.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

Soundgarden – King Animal

MOLTEN UNIVERSE – The Green Ray (Off the Hip)

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I Lime Spiders erano un’onesta band australiana combattuta tra il garage rock degli anni Sessanta e il punk newyorkese del decennio successivo, autrice di qualche buon singolo (25th Hour, Slave Girl, Out of Control) e di album invece piuttosto modesti.

Finiti alla corte della Virgin e pagati per aprire le date di Black Crowes, Iggy Pop e John Lydon.

Poi, tornati nelle tane.

Il rientro sotto mentite spoglie non prometteva granchè di buono.

E invece The Green Ray conferma le buone impressioni del mini d’esordio.

E anche le perplessità che saltano fuori quando la band di Sydney sembra lasciarsi prendere la mano dalle vertigini stoner (The Green Ray, Cousin Betty, 1323 B.C.).

Meglio quando questa propensione alla saturazione metallara viene frenata da un più virile e strabordante taglio New Christs (No Love Around, Nature Boy Ric Flair, Steamboat‘s Revenge) senza lasciarsi soffocare dalla polvere alzata inutilmente.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ROY LONEY AND THE PHANTOM MOVERS – Out After Dark (Solid Smoke)

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Roy Loney si tira fuori dai Flamin’ Groovies nel 1971, dopo la pubblicazione del capolavoro della band. Della SUA band.

Roy ci mette un po’ per assorbire il colpo.

Poi, piano piano, rimette fuori la testa.

Dapprima con un EP di quattro pezzi che è una sorta di reunion dei vecchi Groovies: ci sono Cyril Jordan, Tim Lynch, George Alexander a fiancheggiare Roy, Cab Covay e Michael Houpt sulle quattro tracce del rientro in scena.

La band ha vita breve ma serve a ridare coraggio e forza a Loney che mette in piedi un nuovo gruppo in pochissimo tempo: Larry Lea, James Ferrell, Maurice Tani, Nick Buck e Danny Mihm sono i Phantom Movers che entrano in studio con Loney nel 1979 per registrare Out After Dark. A pubblicarlo ci pensa un vecchio fan dei Groovies chiamato Marty Arbunich che da poco ha messo su un’etichetta dedicata alle ristampe di vecchi dischi di rock ‘n roll, la Solid Smoke.

L’album, uno dei piccoli capolavori dimenticati della storia del rock, si riallaccia subito in apertura ai Flamin’ Groovies di Teenage Head grazie al riff di Born to Be Your Fool  che pare richiamare quello di Smoke on the Water dei Deep Purple (o, se preferite Kick Out the Jams degli MC5 o Loose degli Stooges) e alla slide guitar di Used Hoodoo infestata dalle maracas. Neat Petite, messa in coda al rock ‘n roll ordinario di Phantom Mover, è un altro bel numero caratterizzato da chitarre scintillanti e da un Loney che sembra parodiare l’idolo new-wave del momento Mr. David Byrne. Quindi il disco non regala più grandi scosse, appiattendosi su un paio di cover non eccezionali e pezzi d’ordinanza pieni di richiami a roba già sentita (Scum City pare ricalcata su Atto di forza n. 10 de I Ragazzi del Sole così come People People è, nei fatti, una riedizione in chiave power pop della White Light/White Heat dei Velvet, tanto per dirne di un paio NdLYS).

Non una torta. Ma una caramella alla frutta per togliere quel gusto amaro che ci inondò la bocca dopo Teenage Head, questo si.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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IAN McCULLOCH – Mysterio (Sire)

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Tre anni dopo il solitario Candleland, Ian McCulloch torna a lavorare in collettivo circondandosi di musicisti e produttori che tengano d’occhio la sua bussola e il suo calendario quando lui è troppo annebbiato dall’alcol e troppo stressato dalle pressioni della sua casa discografica. Il risultato esce nel 1992. Si intitola Mysterio ed allinea tre produttori e un nugolo di musicisti e collaboratori di prestigio (Liz Fraser che aveva già prestato la sua voce a Candleland, il leader degli Stairs Edgar Jones, Roddy Frame degli Aztec Camera, il violinista dei Luxuria Jono Podmore, Henry Priestman dei Christians, Joe Gibb dei Mission tra gli altri) che se da un lato gli assicurano il ritorno ad un suono più muscolare ed umano, dall’altra non riescono a rendere omogenee delle canzoni pregevoli ma poco organiche una volta stese fianco a fianco. Mysterio avvicina il suono di McCulloch alle ampollose e magniloquenti coreografie tanto care al vecchio compare Julian Cope ma non riesce a toccare le vette liriche che il druido riesce ancora a infilare tra un ritornello di melassa e una ballata al succo d’acero pur tentandone spesso l’arrembaggio (si ascolti la perfetta prima strofa e il modo in cui infila il ritornello su Dug For Love putroppo ammazzata da un arrangiamento che prova ad emulare le vibrazioni della  Madchester oppure il morbido giaciglio di chitarre di Magical World, il fantastico siparietto hillbilly di Pomegranate, il gioco di voci sovrapposte della filastrocca stonata di In My Head) abbandonandosi purtroppo a certa pornografia musicale (come definire altrimenti il quasi-Steve Stevens di Damnation, il brutto assolo di Close Your Eyes, le voce di Sue Quin che si dimena su Dug For Love o il beatbox che scorre lungo questa o su Viber Blue) che ne avvilisce marginalmente il senso generale. La tensione drammatica che Ian ha ben sperimentato nei dischi dei Bunnymen ma pure nelle sue prime prove in solitario è ridotta al minimo, i colori accesi e smaltati come quelli della copertina, pronti a tentare l’assalto alle classifiche grazie all’appeal radio friendly di pezzi come Heaven‘s Gate, Honeydrip e della cover di Lover, Lover, Lover, goderecce e puttane come certe donne nate per donarci il dono dell’oblio.   

     

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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JULIAN COPE – Fried (Mercury)

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Il secondo album di Cope (o “Doc” come ama farsi chiamare in quel periodo, una volta folgorato dal personaggio del dottore svitato di Ritorno al Futuro) si divide tra due modelli ispirativi abbastanza antitetici. Se da un lato riemerge la vena sixties-punk ridestata dagli ascolti dal ripasso della sua collezione di vinili di Seeds, Elevators e Chocolate Watch Band condivisi con Donald Skinner e Mark Mortimer nel suo “attico della droga” (Reynard the Fox, Sunspots, Holy Love non sono altro che abili rimaneggiature di vecchi riff proto-beat), dall’altro è la nudità bucolica di Tim Buckley a costituire il nuovo canone espressivo dentro cui Cope vuole muoversi in un equilibrio traballante e tossico tra follia hippie ed estremismo punk, tanto da registrare completamente nudo o rannicchiato in un enorme guscio di tartaruga comprato per poche sterline a Cambridge. Proprio quell’enorme scudo di testuggine lo avvolge sulla copertina dell’album, come un mostro celtico.

La Mercury glielo perdonerà, ma non lo assolverà dopo il flop commerciale e le critiche severe che il mondo gli muove.

Quella di Fried è, con poche eccezioni (come il dleng-dleng metallico che uno Steve Lovell in acido appioppò a Sunspots credendo di essere la reincarnazione di Brian Wilson), musica volutamente disadorna ed austera. Lo è ancora di più conoscendo l’amore per gli arrangiamenti un po’ svitati o barocchi che Cope ha sempre prediletto nella sua carriera, prima e dopo Fried. Antropologicamente è una sorta di ritorno al grembo materno. Musicalmente, un fish-eye teso verso le mappe di capolavori di cantautorato psichedelico come Oar, Happy/Sad e The Madcap Laughs. Un torpore letargico alterato dai francobolli di LSD che Julian appiccica sulla sua lingua, prima di passarla su ogni canzone, come fossero buste da spedire al  paradiso artificiale che il cantante di Liverpool sta costruendo nella sua mente. Un piccolo mondo deforme e stralunato. Una boccia di vetro difettosa, soffiata dai mille folletti che abitano nei rivoli scuri del suo cervello, come blatte attratte dal buio. Giocattoli di plastica divorati dalle dune di sabbia. Dimenticati lì, come reperti archeologici che possano ricordare ai posteri che siamo stati tutti bambini. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

                                  

 

PETE SHELLEY – Sky Yen (Drag City)

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Se è vero che molti sanno cosa fece Howard Devoto dopo la sua fuga dai Buzzcocks (anzi, più cosa fece dopo che cosa fece prima, NdLYS), in pochissimi sanno cosa fece invece Pete Shelley.

E neppure cosa fece prima.

Sia prima che dopo, sperimentò la musica elettronica più allucinata che possa venirvi in mente.

Sky Yen fu il suo primissimo esperimento in tal senso, registrato nel lontano 1974 e pubblicato solo nel 1980 per la sua etichetta personale il cui catalogo è ora in fase di ristampa per la Drag City che con certe musiche impossibili ha sempre flirtato. Pete Shelley è alla guida di un oscilloscopio con cui porta in vacanza i nostri neuroni per trenta minuti, col rischio di bruciarcene un bel po’.

Di musica qui dentro infatti non c’è neanche l’ombra. Solo una serie di cambi di modulazione e di frequenze elettroniche molto simili a quei dischi che decenni fa si producevano per “tastare” gli impianti hi-fi. Roba krauta che più krauta non si può insomma.

Come stare seduti al circuito di Hockenheim con una benda sugli occhi.

Magari il buon Pete si sarà pure divertito a suonarlo.

Noi molto molto meno a starlo a sentire.

 

                                                                      

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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ETTA JAMES – Call My Name / Losers Weepers / Who‘s Blue? (Kent)

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La ragazza arrivò barcollando al bancone del bar e ordinò da bere.

Beveva Etta.

Beveva tanto.

E quando l’angoscia le spruzzava in gola il suo succo amaro, beveva ancora di più.

Il barista le versò da bere. Tutto, purchè asciugasse via quelle lacrime.

Etta bevve tutto d’un sorso e porse nuovamente il bicchiere.

Etta e la sua faccia da Pierrot.

Etta che tutti volevano cantasse col sorriso stampato sul volto.

Etta che tutti volevano fottere come una cagna.

Etta che aveva sempre il suo dolore ad attenderla fuori dallo studio, in silenzio.

Muto e ostinato ma sempre discreto a non farsi sentire quando si accendevano le luci sul mixer. E comunque, anche avesse disturbato, c’erano sempre quei cazzo di fiati a coprire tutto, a trasformare l’angoscia in un carnevale.

Etta che anche quella sera, e tutte le sere dopo, aveva cantato come se fosse scesa dal cielo. E il barista l’aveva sentita con le sue orecchie, quell’onda di energia formato R ‘n B. E non sapeva darsi pace.

Le chiese perché fosse così triste.  

Lei scosse le spalle, si alzò dallo sgabello traballante e, prima di tornare sul palco, gli rispose piangendo “Chi è triste, baby?

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Etta James Who's Blue Kent Records

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ETTA JAMES LOSERS

THE RATIONALS – The Rationals (Big Beat)

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Non c’era solo il fuoco punk a macerare nelle botti umane che affollavano Ann Arbor alla fine degli anni Sessanta. C’era pure quello del soul a corrodere le lamiere della città. Del resto Detroit era stata, e lo era ancora, la casa della Motown e i Rationals erano lì a ricordarlo alla tribù bianca che affollava i concerti di Stooges, MC5 e Alice Cooper Band, abbassando davanti alla platea le mutande del soul e violando la sua carne con le chitarre assassine di Scott Morgan e Steve Correll, i due ragazzoni che si spartivano anche il compito di sputare sul microfono.

Guitar Army era un viaggio dentro l’utero della musica nera come ce l’avevano descritto Who e Yardbirds. Sunset era il tramonto come ce l’avrebbe dipinto Hendrix, se avesse avuto tempo per farlo. Entrambe vengono recuperate, tra le bonus tracks, nella loro splendida versione su 7 pollici. Certo, gli altri pezzi della band vengono fuori dagli armadi un po’ ammuffiti. Ma le cover di Barefootin’, Temptation ‘bout to Get Me o Something‘s Got a Hold On Me se non proprio brividi, ci mettono addosso un po’ di sana energia. E non è poco.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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