JULIAN COPE – Fried (Mercury)

Il secondo album di Cope (o “Doc” come ama farsi chiamare in quel periodo, una volta folgorato dal personaggio del dottore svitato di Ritorno al Futuro) si divide tra due modelli ispirativi abbastanza antitetici. Se da un lato riemerge la vena sixties-punk ridestata dagli ascolti dal ripasso della sua collezione di vinili di Seeds, Elevators e Chocolate Watch Band condivisi con Donald Skinner e Mark Mortimer nel suo “attico della droga” (Reynard the Fox, Sunspots, Holy Love non sono altro che abili rimaneggiature di vecchi riff proto-beat), dall’altro è la nudità bucolica di Tim Buckley a costituire il nuovo canone espressivo dentro cui Cope vuole muoversi in un equilibrio traballante e tossico tra follia hippie ed estremismo punk, tanto da registrare completamente nudo o rannicchiato in un enorme guscio di tartaruga comprato per poche sterline a Cambridge. Proprio quell’enorme scudo di testuggine lo avvolge sulla copertina dell’album, come un mostro celtico.

La Mercury glielo perdonerà, ma non lo assolverà dopo il flop commerciale e le critiche severe che il mondo gli muove.

Quella di Fried è, con poche eccezioni (come il dleng-dleng metallico che uno Steve Lovell in acido appioppò a Sunspots credendo di essere la reincarnazione di Brian Wilson), musica volutamente disadorna ed austera. Lo è ancora di più conoscendo l’amore per gli arrangiamenti un po’ svitati o barocchi che Cope ha sempre prediletto nella sua carriera, prima e dopo Fried. Antropologicamente è una sorta di ritorno al grembo materno. Musicalmente, un fish-eye teso verso le mappe di capolavori di cantautorato psichedelico come Oar, Happy/Sad e The Madcap Laughs. Un torpore letargico alterato dai francobolli di LSD che Julian appiccica sulla sua lingua, prima di passarla su ogni canzone, come fossero buste da spedire al  paradiso artificiale che il cantante di Liverpool sta costruendo nella sua mente. Un piccolo mondo deforme e stralunato. Una boccia di vetro difettosa, soffiata dai mille folletti che abitano nei rivoli scuri del suo cervello, come blatte attratte dal buio. Giocattoli di plastica divorati dalle dune di sabbia. Dimenticati lì, come reperti archeologici che possano ricordare ai posteri che siamo stati tutti bambini. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

                                  

 

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