PSYCHIC ILLS – Hazed Dream (Sacred Bones)

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L’apertura è affidata al suono solitario di un marranzano.

Poi, si schiude il terzo occhio e ci introduce alla musica degli Psychic Ills.

Sembrava il massacro del bandito Giuliano e invece era quello di Brian Jonestown.

Hazed Dream, il nuovo sogno caliginoso della band di Brooklyn, si muove dentro dieci movimenti rallentati e intorpiditi, dominato dai ghiacci perenni del synth, dal lamento barbiturico di Tres Warren e da languide chitarre Cooderiane.

Tutto ciò che è sconsigliato ascoltare alla guida della propria auto sta insomma ficcato qui dentro. Ogni pezzo potrebbe benissimo sfociare nell’altro o sgorgare da quello immediatamente precedente, senza soluzione di continuità tante e tali sono le analogie tra un frammento di sogno e l’altro (Ring Finger e Sungaze sono, in pratica due pezzi uguali), l’uniforme progressione armonica che viene scelta come canale ipnotico per varcare la soglia della percezione. Se riuscite a farlo, ne trarrete diletto. Nel caso opposto, evitate ogni attività che richieda concentrazione: potrebbe rivelarsi un disastro.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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THE STRANGE FLOWERS – The Grace of Losers (CD Baby)

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La produzione un po’ stantia riservata da Federico Guglielmi allo scorso Vagina Mother non aveva giovato alla musica del gruppo pisano, riempendo di naftalina le ampolle dove Michele Marino’ raccoglie i pollini del suo giardino incantato. The Grace of Losers riapre la corolla degli Strange Flowers lasciandola libera di denudarsi al sole. L’aria si riempie di polveri mentre riesplode la magia sonora di una delle migliori band psichedeliche italiane. Una psichedelia  che in questo disco più che nei precedenti mostra tutta la sua affinità con il sofisticato retro-pop di pregiata sartoria inglese. Robyn Hitchcock, XTC, Kinks, Paul Roland, La‘s i nomi che riaffiorano alla mente di noi barbosi quarantenni allo sfilare di A Million Words to Say, Green Madhouse Resorts, Evelyn‘s Face. Per chi volesse darsi al giardinaggio LYSergico, questo è un buon orto botanico dove poter collaudare il proprio pollice verde.                                                                                                                         

                                                                                   Franco”Lys” Dimauro

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THE HIGHER STATE – Freakout at the Gallery (13 O’Clock)

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Terzo album per la band guidata da Marty Ratcliffe e Mole, recentemente al servizio per Paul Messis, Wyldkat Tamers, Bernard Eveleigh e Groovy Uncle.

Il blend della formazione del Kent è sempre più fine, miscelando fantastiche memorie folk dai cataloghi di Buffalo Springfield e Byrds (You Had It Coming), altre malinconie sixties (Love/Lollipop Shoppe/Baroques) intarsiate dal fuzz (These Things Take Time, Turn Into Fall) e numeri più sporchi figli dei Brogues, dei Golden Dawn e degli Squires come Everything I See o la fantastica The Gypsies Graveyard.

È un approccio alla materia sixties davvero fuori dalle tentazioni moderne, attento a non calpestare le radici di una musica che, al di là delle facili generalizzazioni del caso, ha invece una sua complessità organica che solo poche band riescono a rappresentare con la sensibilità artistica necessaria.

Gli Higher State sono tra questi.

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE – No Need For Speed (Area Pirata)

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La prima volta ti insegue.

La seconda ti cattura.

La terza ti fa prigioniero.

No Need For Speed arriva senza fretta a colmare un vuoto colpevole nella storia del rock ‘n roll fatto in Italia ma pensato altrove, con la testa perduta fra le armonie vocali di Easybeats e Costello e le chitarre asciutte di Shoes e Knack.

La più banale miscela tra eleganza e semplicità.

Ancora oggi, la più efficace.

Fuori dagli atelier d’alta moda, i Sick Rose fanno sfilare undici meraviglie di sartoria pop. Cravattino e giacca usata di pelle d’ordinanza, va da sé.

Il resto è tutta roba dell’armadio della band torinese.

Dal tipico riff marca Sick Rose di Action Reaction al bavero sporco di Hoodoo Gurus di All Wrong, dal girocollo stiloso di Magic Teacher agli occhialini modello McGuinn di Take All Back, dai pantaloni a tubo di Before You Go a quel capolavoro di ballata che è After All It Was You, No Need For Speed sfodera chitarre poderose e destrezza melodica da fuoriclasse.

Contatevi là fuori e ditemi in quanti siete in grado di fare un disco così.

                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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MR. OCCHIO – Hard Boiled (Escape from today)

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Nonostante la figa non manchi o forse perché ce n’è davvero troppa, la pratica dell’onanismo torna a diventare pratica diffusa, anche in Italia.

Number 71, Mr. Uk, Wild Turkey, Wasted Pido, Big Sound of Country Music, Pierino One Man Band, Mr. Occhio se la cantano e se la suonano per i fatti loro, risparmiando sulle deleterie liti in sala prove, sul fumo da spartire con gli amici di banda e sul cachet ed evitando di doversi spartire gli “obblighi” del dopo-concerto con il belloccio della band. Una pratica che è da tempo in voga altrove (basti pensare a Bob Log III, Amazing OMB o Reverend Beat-Man, tanto per restare in territori attinenti, NdLYS) e che in Italia non è mai stata presa sul serio, giudicata col severo e ignorante metro dell’attrazione da piazza, manco stessimo parlando del Maniglia. Del resto è pure vero che spesso le one man band sembrano divertirsi più per loro che per gli altri, come vuole la regola d’oro dell’onanismo.  

Hard Boiled di Mr. Occhio, che qualcuno ha già dipinto come un piccolo miracolo della musica roots made in Italy, non sovverte quel precetto. È un disco gradevole, a metà strada tra il rock ‘n roll demenziale dei nostri Ghigo Agosti e Clemente Sacco e l’american blues ma niente di più. E tuttavia neppure niente di meno, per Dio, che siamo ammorbati da dischi plumbei e intellettualoidi che avrebbero la pretesa di educarci al malessere mentre camminiamo come zombie ben vestiti dentro un fiume di merda.

Cristian Bergoglio ci mette i piedi, le mani, la bocca e un occhio.

Voi metteteci almeno un orecchio.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE HOWLING HEX – Wilson Semiconductors (Drag City)

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Con l’età si diventa incontinenti. È una legge biologica dalla quale non ci salva nessun indulto: o muori giovane, o muori con la prostata. Neil Hagerty da qualche anno comincia ad averne i sintomi. Si alza spesso durante la notte per andare a svuotare la vescica. Quando invece è troppo sfatto e i suoi sogni diventano talmente lunghi e noiosi da annebbiare anche i suoi ultimi scampoli di dignità, piscia nel suo stesso letto, cedendo le armi all’impellenza.

Come succede qui. Quattro lenzuola stropicciate ed appiccicaticce su cui Neil stende il suo infinito e noioso rosario di accordi sbrindellati che vorrebbero evocare chissà quale Acheronte tossico e che a me invece ricordano soltanto una noiosa e spropositatamente lunga sequenza di fermo immagini su un riff di Haroldo Bobo (Brunette Roulette) o dei nostri dimenticati Santa Sangre. Tutto replicato prima per sei, poi per otto, poi per nove, infine per dieci minuti.

Qualcuno porti dei pannoloni per Neil.

E degli altri per noi.

 

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CHROME CRANKS – Ain‘t No Lies in Blood (Thick Syrup)

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C’è stato un periodo, all’incirca intorno al 1995/1996, in cui i Chrome Cranks sembravano pronti ad esplodere. Proprio come era successo al loro vecchio compagno di giochi Jon Spencer. Poi, i Chrome Cranks sono esplosi davvero, ma non come prevedevamo. Un anno dopo la pubblicazione di Love in Exile il gruppo di New York va davvero in esilio per più di un decennio e a nessuno pare fregargliene un cazzo.

Del resto i Cranks sono sempre stati un gruppo scomodo. Mai crampsiani fino in fondo, mai così cool come il compare Spencer, mai così maledetti come Cave, mai davvero noise. Sempre fuori posto, come un paio di mutande sporche. Però, malgrado nemmeno questi nuovi pezzi registrati (ora che il Funhouse è stato inghiottito da un ristorante, NdLYS) ai Marcata Studios di Kevin McMahon faranno nuovi proseliti, voglio dirvelo lo stesso che Ain‘t No Lies in Blood è il miglior disco che ci si poteva aspettare da questi quattro ospiti indesiderati che nell’attesa che noi si decida ad aprire la porta, l’hanno già buttata giù con un colpo di machete, come il Jack Torrance di Shining.

Wendy! I‘m hooome!!!! Here‘s Johnnyyy!

I‘m not lying….’cause there ain‘t no lies in blood…

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

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THE MOONEY SUZUKI – People Get Ready (Estrus)

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Era il Dicembre 1996 quando quattro becchini nerovestiti debuttavano sul palco di un piccolo bar della loro città: New York.

Nel Settembre del 2000, dopo quattro singoli autoprodotti, fa la comparsa nei negozi di dischi il loro album di debutto su etichetta, oggi come allora, Estrus.

Il disco, al di là della garanzia Estrus, è di quelli che lasciano il segno: sembra di risentire i Miracle Workers del periodo Moxie appena sporcati da schizzi di sperma soul finendo così per dissetarsi nello stesso abbeveratoio di acqua sozza degli MC5 o della Sonic’s Rendezvous Band. È la riva garage del fiume rock ‘n’ roll che in quello stesso periodo sta straripando nel vecchio continente grazie a band come Hellacopters, Chronics o Flaming Sideburns: feroci assalti detroitiani come Do It, I Say I Love You e Make My Way si alternano a un dilatato numero garage come Half of My Heart, a un lentaccio figlio dei Make-Up come Everytime e a goliardici rock’ n roll come Oh No o Make You Mine mostrando le diverse e speculari facce della band newyorkese. Se non vi siete preparati allora prendendo sottogamba l’avvertimento dei Mooney Suzuki, tenetevi pronti adesso: People Get Ready torna a circolare in vinile. NERO, ovviamente.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MELTED AMERICANS – The Melted Americans (Poe)

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Nei medi anni Ottanta, parallelamente al dipanarsi della matassa garage, alcune band cercavano di trovare una via più personale alla musica di derivazione sixties ispirandosi più che alle minuscole punk band del ’66 ad altre influenze meno inflazionate e più, diciamo così, “trasversali”. Penso ai Plan 9 di Eric Stumpo, ai Blacklight Chameleons, ai Laughing Soup Dish, ai World of Distortion, ai grandissimi Headless Horsemen, agli inglesi Trash County Dominators oppure ai Melted Americans. Fuori dal giro che contava (ovvero quello californiano della Voxx e quello newyorkese della Midnight, NdLYS) il quartetto guidato da Ed Stankewixk e Michael Rose realizzò in proprio questo disco di debutto che ristampa adesso aggiungendo alla scaletta originale alcune rarità dell’epoca come la demo Bulls-Eye diffusa sempre in proprio nell‘87 + alcune tracce dal vivo registrate nell’estate dello stesso anno. Il suono dei Melted Americans era abbastanza bizzarro, certamente influenzato dalle band acide della Costa Ovest ma pure da gruppi come Sir Douglas Quintet o Ultimate Spinach, contenendo tuttavia la tentazione alla jam fine a se stessa e senza mai perdere del tutto il filo della ragione. Fusi ma non troppo, i Melted Americans.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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