PERE UBU – The Modern Dance (Geffen) / Dub Housing (Chrysalis)

Nella tua vita meschina puoi scegliere di circondarti di dischi che ti rassicurano.

Come delle carezze.

Oppure puoi scegliere di infognarti dentro dischi inquieti. Rivoltanti assemblaggi di ansie e fobie più profonde e laceranti delle tue. Scegliere di stare con chi è un tuo simile e non avrà parole di conforto quando ti sentirai mancare il respiro.

Puoi scegliere di ascoltare Crosby, Stills & Nash o i Pere Ubu, consapevole che non sarà la stessa cosa.

Fin da quando vennero fuori, al giro di boa degli anni 70 i Pere Ubu sono stati talmente avanti e talmente fuori da non essere uguali a nessun altro che non a se stessi. E neppure tanto.

Non esiste migliore rappresentazione sonora dell’apocalisse urbana, del delirio spettacolare e massmediatico del XX Secolo, dello sdoppiamento umano che ha prodotto perfette macchine da lavoro e feroci, spietati criminali che non siano The Modern Dance o Dub Hosuing. Ecco perchè, piuttosto che le asettiche stereofonie interstellari dei Pink Floyd, dovrebbero essere le tubercolotiche e deformi epilessie dei Pere Ubu a venir sparate nello spazio come delle Laika ammalate di cancro e venir date in pasto ai marziani per disegnare un’immagine verosimile dell’uomo e delle sue devianze, delle sue disomogenee alternanze di luci e ombre.

The Modern Dance, atto primo dei Pere Ubu di Cleveland rappresenta la Tavola delle Leggi della new wave americana.

Dieci tracce che sono altrettanti comandamenti della danza moderna, spiritata, sconnessa e scricchiolante.
Avanguardia punk in senso assoluto, The Modern Dance era il rumore di una società industriale inghiottita dalla sua stessa sconfitta che affogava al ritmo delle macchine da lavoro. Morti bianche al ritmo ragliante delle officine industriali, estratte dalle presse come volgari fogli di lamiera rovente.
Una TAC dall’esito beffardo fatta al corpo martoriato del rock, all’indomani dei sintomi spastici dell’infezione punk.
Idee da cui avrebbero attinto a piene mani due decenni di deflagratori sonori, dal siluro punk di Non Alignment Pact al funk dadaista di Humor Me attraverso il jazz flippato di Laughing o la suite per vetri infranti di Sentimental Journey, un disco che sfida le ombre lunghe del tempo e brilla ancora di intuizioni geniali come una stella pronta al Big Bang.

Dub Housing  esce a pochissimi mesi di distanza ed è una discarica dove finiscono tutte le scorie del primo disco. Il secondo album della band dell’Ohio è una rappresentazione artistica della follia, un autentico disco da ospedale psichiatrico.

Ogni brandello di canzone, una macchia di Rorscharch.

Se la marcia spastica di Navvy in apertura è nient’altro che un tentacolo amputato alla piovra del disco di debutto, i toni spettrali della title track inaugurano la discesa verso il baratro della follia. Il rantolo di Thomas cede alla demenza, mentre sotto di lui è tutto un percuotere di catene, tra angeli della morte che girano attorno alla sua anima intonando un coro in spregio alla sua agonia. Caligari‘s Mirror si affida ad un ritornello banale che riecheggia quello di For What It’s Worth dei Buffalo Springfield e che si erge dentro una pianura di sterpaglie. Thriller! è una scomposta e delirante sinfonia per strumenti inesistenti, Blow Daddy-O è una lama circolare di synth che taglia la carne mentre Codex piomba disperata dentro le profondità della nostra paradossale follia maniacale, del nostro amore ossessivo ed angoscioso.

I think about you all the time….

I think about you all the time….

Peter Thomas sta seduto davanti al suo leggio come un Jack Torrence davanti alla sua macchina da scrivere. E non trova altre parole per dire quello che ha in mente.

I hear,
I say
I see,
I do
I think about you all of the time
.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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