THE LA‘S – The La‘s (Go! Discs)

Che suono ha il mattino?

Il mattino ha il suono dei La‘s.

Non tutte le mattine sono uguali, ma quelle con la musica dei La‘s sono straordinarie.

È il suono di campane a festa e il profumo di passeggiate in bicicletta tra gli schizzi delle pozzanghere ancora colme delle acque della sera prima e il rumore croccante delle foglie pestate dalle gomme.

È il fragore della risata di Roger McGuinn ad un palmo dagli occhialini fumè, il sogghignare di Brian Jones dentro la cornice del più bel caschetto d’Inghilterra, lo sbuffare di Roddy Frame e Paul Simon stretti sotto i parka, il ridacchiare beffardo e perfido di Ray Davies e quello un po’ snob di Andy Patridge.  

Un disco che Lee Mavers ci mette anni per perfezionare.

Anni spesi in sala trucco, tra eyeliner e fondotinta, per poi scoprire che la cosa migliore era uscire così come ci si era alzati al mattino, un po’ arruffati e con l’alito amaro della sera prima. Registrano, litigano, registrano di nuovo, litigano.

Alla fine affidano il lavoro a Steve Lillywhite perché Lee vuole un suono che sia moderno ma classico allo stesso tempo, deliziosamente retrò ed irresistibilmente catchy, moderno, giovane. Vuole che sia pieno di pop songs perfette ma che abbia la spontaneità ingenua e sfrontata degli esordienti.

E alla fine ci riescono.

The La‘s è una finestra che si apre e lascia entrare il profumo di Liverpool.

Lo senti salire subito, non appena parte il riff sordinato di Son of a Gun e ti avvolge mentre le tapparelle si alzano una ad una: I Can‘t Sleep, Timeless Melody, There She Goes, Doledrum, Feelin’, Way Out, I.O.U., Failure.

Cantate con quell’aria strafottente da teppistello di periferia e avvolte da questo scampanellio di chitarre che pare tintinnare tra i Who di Can‘t Explain (I Can‘t Sleep), i Pretty Things di S.F. Sorrow (Liberty Bells), i Troggs di Jingle Jangle (Doledrum) e echi di Byrds e Buddy Holly.

Ma i La’s sono inaffidabili e lunatici.

Fanno concerti terribili e altri in cui sembrano, sono, la miglior band del mondo.

E in ogni concerto non c’è mai la stessa band del concerto precedente.

Credono in quello che fanno e credono che possono farlo ancora meglio.

Così, con questa presunzione, finiscono per non farlo affatto.

Ma quell’occhio che ci fissa dalla copertina rimarrà per sempre a ricordarci che la bellezza è possibile.

E che a volte abbiamo la fortuna di poterla toccare con mano.

O di sentirne il suono.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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