THE PIKES – No-name Street E.P. (Dirty Faces)

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Dopo l’inabissarsi della scena neo-mod dei medi anni ’00 (Ordinary Boys, Enemy, Rifles, Dead 60’s, ecc. ) e del conseguente crollo di interesse della stampa verso quella forma di recupero, nessuno pare più curarsi di chi si ostina a scrivere canzoni col poster dei Jam attaccato in sala prove, neppure all’estero.

È così che un dischetto come No-name Street dei tedeschi di Berlino Pikes è passato quasi del tutto inosservato.

Un disco invisibile, come un UFO.

Peccato, visto che si tratta di uno dei migliori dischetti MOD-erni in cui possiate incappare.

Sei canzoni che pagano il loro tributo ai padri del genere, Jam e Elvis Costello in testa, e a qualche sempreverde del catalogo dei classici (si vedano gli accostamenti melodici di Something New a Fortune Teller, per esempio, NdLYS), tutte condotte con grandissimo stile e un tiro che nessuna delle band citate in apertura ha conservato. Date un nome a questa strada.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BLACK MEKON – Free Range Hassle (Coldrice)

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I vostri vicini vi rivolgono già a stento il saluto?

Ora avete l’occasione di dare loro la botta finale, quella che impedirà loro anche solo di rivolgervi lo sguardo quando vi troverete assieme nell’ascensore che si muove come una sonda intestinale dentro le viscere del vostro condominio di merda.

Free Range Hassle è di gran lunga il più rumoroso disco di garage blues dell’anno.

Un frastuono incredibile di legname e ferraglia. Come se i “fratellini” mascherati spingessero già dalle scale tutti i bluesmen di Chicago, tutti in una volta.

Black Mekon fanno a Birmingham quello che faceva la Blues Explosion a New York nel 1992, con una persona in meno e un po’ di cattiveria in più, se è possibile.

Solo che nessuno lo sa. Forse perché la loro piccola etichetta non costringe nessuno a pagare per scaricare i loro pezzi. Forse perché se non li vai a cercare tu, la radio rock di turno non servirà a farteli conoscere, perché non ci sarà nessuno spot da vendere.

Però voi fatelo ugualmente.

Non privatevi della furia cieca di Mean Drunk, Get a Grip, Pollydunnaspeedball o Mabel. A costo di rinunciare dei saluti convenzionali dell’intero rione, compresa la palazzina dove qualche casalinga si vende un tanto al chilo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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THE MOONEY SUZUKI – Electric Sweat (Gammon)

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Quanti watt hanno gli amplificatori dei Mooney Suzuki?

100? 150? 2000? Quanti siano, loro li usano tutti.

Electric Sweat è un disco che, a tratti, ribolle di amplificazioni esacerbate, come se fosse il quarto album degli MC5. In a Young Man‘s Mind, I Woke Up This Mornin’, Electric Sweat, Electrocuted Blues, il bridge di It‘s Not Easy sono quella roba lì, quell’ammasso di lamiere infuocate, quegli scarti di produzione delle catene di montaggio detroitiane degli anni Settanta, quelle polveri di amianto respirate durante la registrazione del disco, proprio negli studi analogici di Jim Diamond dei Dirtbombs. Ma c’è anche un lato più pop che emerge da queste cataste di rottami, ed è quello che mi piace di meno e che la band di Sammy Kames Jr. tira fuori su Natural Fact, nel giro southern rock di Oh Sweet Susanna o camuffato nel blues esanime di The Broken Heart che fa il verso alla You Got the Blues degli Stones. Ma è un blues senza dolore, quindi per niente credibile.

Chissà cosa preferiranno fare in futuro.

Dipende un po’ da quanto denaro servirà per pagarsi i completi di pelle e un po’ da quanto “sudore elettrico” gli sarà rimasto in corpo dopo questa sauna di watt.

Noi li aspettiamo, che tanto in giro non c’è un cazzo da fare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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OFF! – First Four EPs (Vice)

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Avevano dato il punk in mano ai ragazzini.

Che avevano la scorza, ma solo quella.

Ora, sono tornati a riprenderselo: Keith Morris (Black Flag, Circle Jerks), Steve McDonald (Redd Kross), Dimitri Coats (Burning Brides), Mario Rubalcaba (Rocket from the Crypt, Hot Snakes) sono tornati con la voglia di fare male.

E fare male veramente.

Ogni pezzo, una lezione sul punk.

Ogni lezione, la durata di una scarica elettrica.

Un minuto, non di più.

Con la stessa spietata premura che l’hardcore ci lasciò addosso trenta anni fa.

Incredibile e commovente.

Non è come risentire Group Sex dei Circle Jerks, Damaged dei Black Flag, Fresh Fruit dei Dead Kennedys o Everything Falls Apart degli Hüsker Dü.

È come ascoltarli ADESSO, se capite cosa intendo.

C’è una rabbia vera e tangibile, non un ricordo di essa. E neppure una simulazione.

Gli OFF! non sono un gruppo-souvenir e non sono qui per un Filthy Lucre Tour.

Hanno la rabbia di chi ancora non ha ottenuto ciò che gli era stato promesso.

E sanno, adesso, che non lo avranno mai.

APRITE LE FINESTRE!!!

SIATE INCAZZATI MA FELICI!!!

SPACCATE LE VETRINE DEI NEGOZI!!!

FATE QUALCOSA DI CUI POTERVI PENTIRE!!!

BUTTATE GIÙ LE STATUE!!!

SCEGLIETE DI POTER SCEGLIERE!!!

Se avessi sedici anni adesso vorrei stare in una band come gli OFF!

Se avessi sedici anni non starei in cameretta, ma sulla vetta del mondo.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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INDIGESTI – Osservati dall’inganno (Shake! Edizioni)

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Cosa cantasse Rudy Medea dietro il muro di fuoco degli Indigesti era duro da capire, se non avevi in mano il foglio fotocopiato dal buon Stiv Valli e infilato a mano dentro ogni copertina della stampa originale di Osservati dall’inganno, anno di grazia 1985, su etichetta T.V.O.R. On Vinyl. Prezzo d’epoca: 7000 Lire.

Preistoria, si sarebbe tentati di dire, se non fosse che Osservati dall’inganno invece è un documento.

Un documento che urla.

E che come tale ha fatto la Storia, quello dell’hardcore italiano.

Insidioso, esasperato ed ermetico, anche se quelle parole missate per scelta “dentro” e non sopra la musica, fossero state registrate con le classiche due tacche di led in più. C’era qualcosa di stranamente poetico dentro le parole degli Indigesti.

Parole schizzate con una biro su un pezzo di carta come se si stessero usando un pennello e una tela.

O un rasoio e una tela, se preferite. E so che lo preferite.

Anche il disgusto vivo di quegli anni veniva rielaborato attraverso il canale dell’introspezione, a velocità stratosferica.

Una zolletta di mannitolo mandata giù per ripulire l’intestino da ogni scoria.

Ingoi indigesti.

L’Italia bruciava sotto le dita di giovani frotte di piromani.

La periferia del mondo diventava per un attimo il suo centro.

Il mondo ci stava a guardare, perchè l’hardcore italiano aveva una furia difficile da domare: la furia del branco.

Osservati dall’inganno esporta l’hardcore tricolore.

Sono concerti veloci, bruciano come bottiglie molotov.

Uno scoppio, un dilaniare di fiamme, vampate, poi solo cenere.

Ci si veste con quello che si trova, si va sul palco, lo si incendia. Si va via.

È lo stesso spirito che domina le registrazioni in studio. Dischi nati in fretta, con gente che si chiede cosa stia succedendo dietro la cabina in vetrocamera, che si tappa le orecchie sperando che tutto finisca presto. Dischi aggiustati con qualche piccolo settaggio, con qualche manopola che va su, qualche cursore che scende.

Dischi come questo.

Dodici randellate sulla schiena, dodici manganellate da togliere il fiato. Shake! lo riedita adesso con un breve spezzone di video registrato a Chicago nell’Agosto del 1986, dopo la pubblicazione del singolo The Sand Through the Green, qui riproposto e un libretto dove sono accatastati liriche, foto e ricordi.

Per chi lo ha vissuto, roba da rizzare i peli.

Gli altri non capiranno, come molti non capirono allora.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DELTA SPIRIT – Ode to Sunshine (Rounder)

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Ti affacci dal primo finestrino che trovi e vedi passare i Beatles.

Dura un attimo. Anzi, un minuto e mezzo.

Poi ti affacci dall’altro lato della carrozza e vedi sfrecciare Marc Bolan a bordo della sua Mini 1275GT, con le piume di pavone che gli svolazzano attorno al viso.

Benvenuti sul treno del pop perfetto che, a dispetto degli yacht e della dama cinese giocata in coppia dentro una vasca da bagno, mostra anche una sua malinconia sanguinante come quella che sgorga dalle vene tagliuzzate di House Built For Two e Bleeding Bells.

È il Northern soul della generazione emo.

Mai del tutto felice, mai definitivamente disperato.

Ode to Sunshine è un campo di girasoli in una mattina di nebbia e i Delta Spirit la miglior band di San Diego dai tempi degli Hot Snakes.   

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BREATHLESS – The Glass Bead Game (Tenor Vossa)

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Il gioco delle biglie di vetro è un gioco complicatissimo.

Per spostare ogni pezzo non basta essere abili giocatori e neppure scaltri bluffatori.

Occorre essere dei filosofi. Elaborare congetture, conoscere l’alchimia e le ineffabili catene che legano l’arte e lo scibile umano in una maglia esoterica di cui quasi tutti sconoscono non solo le regole ma anche l’esistenza.

È il gioco supremo della mente eletta. Un Monopoli per virtuosi.

Lo inventa Herman Hesse nel 1931. Ed è talmente complicato che egli stesso ci mette più di dieci anni per fantasticare sulle sue regole.

Da allora hanno provato in tanti a giocarci, facendone addirittura una sorta di versione “ignorante” da tavola.

Tra i più bravi, quattro efebici ragazzoni inglesi in apnea con i nomi da epopea gaelica: Dominic Appleton, Gary Mundy, Ari Neufeld, Tristam Latimer-Sayer. 

Una band di cui nessuno pare più ricordarsi ma che allora stregò Ivo-Russell che si rosicò a lungo le mani per non averli nella sua scuderia di purosangue.

The Glass Bead Game fu il disco che presentò al mondo il tedioso e concettuale post-punk dei Breathless, ginecologi capaci di far partorire il corpo macilento dei Joy Division dal ventre psichedelico dei Pink Floyd di Set the Controls for the Heart of the Sun.

Il disco viene registrato in due differenti sessions, con la consulenza del “terzo orecchio” di John Fryer, l’ingegnere del suono, lo stratega che con la sua tecnica di registrazione ovattata avvicina il suono dei Breathless alle profondità delle lagune del mondo 4AD. I pattern di batteria vengono prima amplificati a dismisura poi avvolti dalle spirali di synth e chitarre, quindi ammansiti dalla voce nasale e monocorde di Dominic che se da un lato caratterizza lo stile del gruppo londinese, dall’altra ne rappresenta forse il limite più tangibile, l’ostacolo più evidente alla lievitazione che le strutture stratificate della band invece suggerirebbero.

È come se Dominic portasse inizialmente il suono dei Breathless a sganciarsi da terra e poi gli impedisse di raggiungere le quote prefissate, lasciandolo appena sotto le nuvole. Il gioco delle biglie, per tornare alla metafora iniziale, diventa alla lunga difficile non solo da praticare ma anche da seguire per chi sta seduto a questo tavolo viola, proprio per questa sua uniformità che ne appiattisce e omogeneizza lo svolgimento. 

Rimane il fascino di una musica che si muove come placenta di metallo fuso inquinata dalle sue stesse tossine.   

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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