THE DOGGS – Black Love (autoproduzione)

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Black Love è un miniCD di outtakes stoogesiane che sembrano registrate a cavallo tra i due album storici della band di Detroit, quello prodotto da John Cale e quello che ospita Steve Mackay: siamo a cavallo tra il 1969 e il 1970 e il suono degli Stooges si muove serpentino ed infido sotto le unghiate di Ron Asheton e la voce torbida di Iggy Pop.

Mescere nel pantano stoogesiano ed uscirsene senza sembrare degli spaventapasseri non è roba comune.

Non a tutti riesce, insomma.

A qualcuno invece si.

Riesce ad esempio a questo terzetto di stanza a Milano.

Un suono che è deliberatamente ricalcato su quello metropolitano e malato degli Stooges con conati di vomito wah wah, rutti di sax e il classico immaginario di perversione sessuale e di decadenza urbana che fece da vernice di fondo per il più allucinato rock ‘n roll mai esistito. La prossima scommessa sarà naturalmente quella di riuscire a personalizzare questa miscela incendiaria senza bagnare la polvere da sparo. Pisciare controvento.

http://www.thedoggs69.com

 

                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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RADIO BIRDMAN – Radios Appear (Trafalgar)

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Chubby Checker gioca a fare il twist, i Beach Boys il surf.

Chuck Berry l’anatra, Ozzy Osbourne il diavolo.

I Radio Birdman giocano a fare Iggy. A carte scoperte, così da mettere a tacere le malelingue. Do the Pop: loro indicano la luna, mentre gli stolti guardano il dito.

E i Birdman gli Stooges li fanno benissimo, come dimostra subito la tellurica TV Eye che apre il loro album. Non è una cover, è un pezzo del loro cuore tirato fuori dal torace e offerto al loro pubblico, che all’inizio non va molto oltre le centinaia di disadattati che frequentano il Funhouse, il loro pub su Taylor Square.

Ma nel 1976 l’Australia non si trova dove si trova adesso.

È ancora più lontana, quasi irraggiungibile.

La deflagrazione dei Birdman è immane, ma non riesce a raggiungere gli altri continenti, almeno fin tanto che non verrà amplificata dai detonatori della scena punk. Che nella terra di Oz significa soprattutto The Saints.

Cosicché quando Seymour Stein vola fino a Sydney per mettere sotto contratto i Saints, si porta a casa due contratti.

Uno è firmato in calce da Rob Younger e Deniz Tek e prevede una stampa di Radios Appear “riveduta e corretta” per il mercato americano.  Ma prevede pure che Tek e Pyp Hoyle mettano da parte i loro studi per dedicarsi al progetto Birdman come dei professionisti. Il “ricatto” dura poco. Come i Radio Birdman che, poco dopo la registrazione del secondo disco, sono di fatto già sciolti.

Radios Appear resta tuttavia il perno attorno cui ruota la storia del punk australiano, il nucleo atomico su cui precipitano le particelle negative che gravitano attorno all’area di Sydney e di tutta l’Australia sud-orientale.

Un disco lucidissimo e decadente che convoglia la furia della Detroit di MC5 e Stooges dentro dieci brani (dodici nell’edizione americana) sparati da un plotone di esecuzione: Book ‘em, Danno, Murder One!, come dentro un Hawaii 5-0 proiettata sulla Bondi Beach, come dei Ramones finiti nella Sin City senza grigi di Frank Miller.

I Radio Birdman suonano come se i minuti fossero contati.

Come se la bomba ad orologeria fosse stata innescata prima ancora di aver suonato il primo accordo. Come se non ci fosse tempo da perdere, come se il mondo stesse per crollare addosso, come se stessero per essere risucchiati nel maelstrom.

Come se nient’altro contasse più che suonare quelle canzoni.

Come un’impellenza.

Se non li ascoltate così, non ascoltateli affatto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CREEPS – Now Dig This! (WEA)

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Hans Ingemansson is a great organist… …und ibt gern spaghettis.

La definizione non è mia e non so se Hans mangi volentieri gli spaghetti.

Ma so per certo che è davvero un grande organista e che fu lui, con questo disco, a farmi innamorare del suono Hammond, così come due anni prima aveva fatto col suono del Farfisa.

Due anni.

Anche se, messi a confronto Enjoy The Creeps e Now Dig This!, sembra sia successo chissà cosa.

Sono anni in cui tutte le band garage cambiano pelle spostandosi più o meno consapevolmente verso un inspessimento dei suoni che porterà alle deflagrazioni grunge di fine decennio (nessuno lo ammetterà mai ma i Miracle Workers potrebbero essere accreditati a pieno titolo come precursori del genere, NdLYS).

I caschetti lasciano il posto a capelli incolti.

Anche i Creeps cambiano registro, allontanandosi dal grintoso R&B di matrice Animals e dal furioso garage degli inizi verso un suono diverso, dinamico, hi-energy. Diversamente da tutti gli altri però.

Sono gli unici, nel giro, ad aver ancora buoni rapporti col barbiere.

Proveranno acconciature improbabili, qualche anno dopo.

Col risultato di diventare calvi come  culi di bertucce.

Ma all’epoca, siamo nel 1988, decidono per un taglio da uomini dei servizi segreti.

E sulla copertina del loro secondo disco stanno, pistole in pugno, tutti attorno al trono del Re dai denti d’avorio.

I Creeps hanno cambiato del tutto il loro stile ma rimangono ancora una granata ad impatto. Hans, lo spaghettaro di cui nell’incipit di questa recensione, ha preso il predominio su tutto il resto così che Now Dig This! suona in tutto e per tutto come uno strepitante, glorioso omaggio al suono Hammond, come quello che James Taylor sta celebrando in contemporanea in Inghilterra, solo che qui c’è la voce pazzesca di Robert Jelinek a leccarci l’addome e non c’è un pezzo, dico un SOLO pezzo, sbagliato. Se non avete mai organizzato una festa solo per il piacere di sparare a mille questo disco, avete vissuto invano.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EDDIE COCHRAN – Eddie Cochran / Singin’ to My Baby (Hoodoo)

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Malvagio pensarlo, cinico scriverlo.

Ma Eddie Cochran e la sua tragica morte rimangono ad epiteto della filosofia rock ‘n roll più spiccia e, spesso, bugiarda: vivi veloce, muori giovane.

Cochran muore giovanissimo.

A diciotto anni è già nel firmamento del rock ‘n roll.

A ventuno è nel firmamento e basta.

Una escalation di singoli, un album, un tour che lo porta in volo in Gran Bretagna.

È un biglietto di sola andata. E lui lo sa già.

Lo sa già quando scrive Teenage Heaven, il paradiso degli adolescenti.

E se ne ricorda ancora quando butta giù Three Steps to Heaven.

Troppo, troppo veloce Eddie.

Il secondo album è già un disco “alla memoria”: mentre la Liberty lo pubblica saccheggiando tra piccolo classici come Somethin’ Else, C’mon Everybody, Sittin’ in the Balcony o Summertime Blues, qualcuno seppellisce la sua salma tra quelle di Laurel Hardy ed Errol Flynn, giù al Forest Lawn Memorial Park.

My shattered nerves have seen better days
No more girls for a week or 2
No more runnin’ ‘round with the usual crew
No more movies or stayin’ out late
My baby have to find herself another date.

Neeeervous Breeeeakdown.

Ci manchi Eddie.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

REG KING – Reg King (United Artists)

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Non compro più riviste di musica scritte e stampate in Italia, nemmeno quelle su cui scrivo. Per cui non ne ho la certezza matematica, solo quella morale: nessuno ha parlato della morte del Re.

Perché, in spregio di quanto scritto anni prima da un altro nobile (stavolta autentico, NdLYS), non si è uguali nemmeno dopo la morte.

Ci sono dipartite che fanno rumore e audience, e altre che rimangono nel silenzio.

E le riviste hanno i loro morti. E devono avere i vestiti adatti alle tirature.  

Reginald King non ce li aveva quei vestiti, nonostante sia stato in vita uno dei più eleganti artisti dell’Inghilterra moderna. Per quattro anni, dal ’63 al ’67, era stato il vocalist di una delle più talentuose mod bands inglesi, capaci nel volgere di pochi mesi di passare da un raffinato Motown-sound a un elaborato pastiche psichedelico. Si chiamavano The Action e vantavano fans accaniti come Phil Collins e Paul Weller. Evaporata quella stagione con l’arrivo degli anni Settanta e con gli Action diventati Mighty Baby di Reg si perdono un po’ le tracce.

Sta lavorando ad un disco elaborato e complesso per il quale chiede l’aiuto di qualche vecchio amico: Roger Powell, Brian Godding, Doris Troy, Berry Jenkins, Danny McCullogh, Sua Maestà Brian Auger e Sua Santità Steve Winwood tra gli altri.

Ci lavora per qualche anno e alla fine lo pubblica il 2 Luglio del 1971 senza titolo, nonostante la copertina rimanga quella pensata per il titolo iniziale del progetto Horror Movie.

L’esplosione dell’hard rock e dell’hard blues che nel frattempo ha invaso il continente ha lasciato i suoi sedimenti.

Un episodio come Savannah, con i suoi dodici minuti di fuochi d’artificio chitarristico e il dinamitardo Hammond di Auger ne sono la testimonianza più evidente ma anche lo splendido pezzo d’apertura è una roba che potrebbe tranquillamente infilarsi senza sfigurare tra un Humble Pie, un Guess Who e un Ten Years After qualsiasi mentre That Ain‘t Living è un tirato boogie degno dei Creedence Clearwater Revival in cui si aprono fenditure prog che la voce di Reg scalda di calore blue-eyed soul.

In My Dreams è recuperata dalle ultime cose degli Action e mostra grandi intuizioni zeppeliniane.

Anche la Little Boy preferita alla bellissima You Go Have Yourself a Good Time (un pezzo che, se amate Rod Stewart non potete esimervi dal conoscere, NdLYS) come singolo per rappresentare l’album risale ai tempi di Rolled Gold e infatti brilla delle stesse vibrazioni psych dell’ultima fase Action.

L’album, nonostante sia un gioiellino di arte pop con l’anima, è un flop commerciale che trascina Reg nell’oblio (e giù dalle scaleda cui emergerà solo moltissimi anni dopo, in occasione della reunion degli Action e della sua partecipazione sul disco di debutto di Andy Lewis, poco prima della ristampa su Circle Records di questo suo disco e di altra memorabilia col suo nome.

Poi la malattia lo divorerà come un wafer, fino all ultimo morso dell’8 Ottobre 2010.

Ma la sua morte non farà notizia.

Quella di Salomon Burke, uno dei suoi idoli, avrebbe avuto miglior fortuna, due giorni dopo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STOMACH MOUTHS – Something Weird (Got to Hurry)

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Quando Stefan Kéry mette su gli Stomach Mouths, nei primi anni Ottanta, è già un musicista “scafato”, nonostante la sua tenera età.

Ha già suonato come batterista nei Red Baron all’età di 9 anni e come chitarrista e cantante nei Pink Panthers, nei Firebirds, nei Dragonfly, nei Dogwayst a infine nei Rager Mar, diventati Stomach Mouths dopo l’ingresso di Martin Skeppholm.

Nel frattempo è diventato un avido collezionista di dischi: oscuri singoli psichedelici, folk, beat, rock ‘n roll, R ‘n B, surf, hardrock, punk, garage, canzoni per bambini, sigle televisive.

Tutto quello che i teenagers svedesi buttano via per qualche corona, lui lo ricompra, lo ascolta e lo impara.

Quando nascono gli Stomach Mouths, nel 1983, sa suonare un centinaio di cover.

Niente di straordinario, ma lui le sa suonare nel modo giusto: con l’impellenza peculiare dell’età giovanile, un misto di rabbia, desiderio sessuale, frustrazione e cinismo che emerge anche dalla sua voce al vetriolo, tirata fuori lacerando le corde vocali come fossero le calze di nylon di una ventenne.

È questa attitudine a fare di Something Weird un disco imprescindibile per la storia del neo-garage, un disco vivo, feroce e malato.

Sixties nella forma, punk nel cuore.

Ha la forza animale di una tigre dai denti a sciabola.   

I Don’t Need Your Love, Don’t Mess With My Mind, Dr. Syn, Teenage Caveman, R&B n° 65, I Leave, Cry, Waiting, Down, Nightmares, Valley Surf Stomp, Coming Back Alive: ad ogni morso, un pezzo di carne che salta, la polpa di un muscolo che viene addentato, un osso che viene macinato, forato, strappato via.

E se la scelta di Born Loser come cover “di circostanza” può sembrare scontata (ma non lo è, vista la brutalità con cui gli Stomach Mouths ricoprono il pezzo di Murphy and The Mob di succhi gastrici inaciditi, NdLYS), singolare è la scelta di includere una versione di una canzone “domestica” come The Cat Come Back, un vecchio pezzo popolare del secolo precedente che Stefan custodisce nella sua sterminata collezione di vinile e che per anni (stiamo parlando dell’era geologica pre-wikipedia) nutrite schiere di lungocriniti scavafosse cercheranno di scovare in qualche oscura raccolta di brani beat, senza cavare un ragno dal buco.

There’s something in my kitchen, I think it‘s alive, it’s growin’ in my sink and now it’s six-feet high.

La Svezia aveva partorito il suo All Black and Hairy: era l’anno-zero della garage-scene scandinava.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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OBLIVIANS – Popular Favorites (Crypt)

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Immaginate per un attimo di poter infilare fisicamente le mani dentro i solchi di un qualsiasi volume di Back from the Grave, afferrare a caso uno di quei pezzi, tirarlo fuori come se avesse un corpo, uno scheletro, della carne.

Immaginate poi di attaccarlo al retro di una Oldsmobile e trascinarlo lungo l’asfalto delle strade di Memphis, tra cocci di vetro e schegge di lamiere.

Ecco, quel supplizio avrebbe il suono degli Oblivians, il più becero e assordante rutto garage degli anni Novanta. Mentre Jon Spencer comincia a frequentare le tavole della gente perbene e a mettere la mano davanti alla bocca ad ogni sentore di rigurgito e i Gories hanno già lasciato la sala da pranzo, Greg Cartwright, Jack Yerber e Eric Friedl continuano a far venire il voltastomaco ai commensali sputando nel piatto da cui mangiano: rock ‘n’ roll, voodoobilly, R & B da età della pietra, frat rock, garage spiritato.

Tavola imbandita con grandi dosi di humour nero e ossessioni sessuali.

Popular Favorites è disco per palati forti, dove la finezza viene messa al bando, deturpata, annichilita, umiliata, oltraggiata e vilipesa.

Non crediate di stare seduti a Trastevere con l’oste che vi sbeffeggia a parolacce e avanza qualche complimento spinto al culo della vostra signora.

Qua siamo dentro il più perfido teppismo giovanile dai tempi dei teddy boys.

E quantunque proviate, non riuscirete a fare una sola risata che sia una.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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