THE LEAVES – All the Good That‘s Happening (Grapefuit)

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La carriera dei Leaves era cominciata sotto una buona stella: Too Many People, sul loro singolo di debutto del 1965 era un pezzo incredibile con il suo jingle jangle seghettato e l’armonica a bocca a fendere l’aria.

Folk nella forma, punk nella sostanza.

Hey Joe, qualche mese dopo, non è da meno, facendo sfigurare pure i Byrds e i Love che la rifaranno uguale da lì a poco.

Dura per tre stagioni, senza sosta.

Poi con l’arrivo dell’autunno l’ispirazione si svigorisce e i rami si spogliano.

Cielo grigio su, foglie gialle giù.

Quando esce questo loro secondo album i Leaves non esistono già più, lasciando al solo Bobby Arlin il compito di completare le sessions pur di onorare il contratto pattuito con la Capitol. Il risultato è un disco sbiadito e gravato dalle scorie lisergiche che cominciano ad avvelenare i giardini pensili della scena californiana.

Non tutto è da buttare, ma la buona stella si era definitivamente eclissata.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE EXCITEMENTS – The Excitements (Penniman)

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Come avere in casa un juke box caricato coi singoli della Stax e della Motown.

Solo che gli Excitements non vengono dall’America nera ma dalla bianca Spagna, tirati fuori dal sottobosco di Barcellona da Mike Mariconda.

Bianchi, eleganti, europei.

Tranne che per lei: Koko Jean Davis, africana di Mozambico, voce e sensualità tutta nera. Pelle d’ebano e carnalità soul. Come Etta James, Sharon Jones o Lisa Kekaula.

Dietro di lei la band suona covers di Nathaniel Mayer, Rufus Thomas, Jimmy Dee, Hidle Brown Barnum, Falcons, Mr. Wiggles, Little Richard, Barbara Stephens col supporto del barrito di un sax e del picchiettio di un piano honky tonk, mescolando eleganza e vigore, come se fuori dalla sala da ballo ci fossero ancora parcheggiate le cadillac decapottabili cariche di collegiali e lambrette dalle finiture cromate.

Qualcuno li obblighi a continuare lo spettacolo, che tanto qui fuori non è rimasto più nessuno.

 

                                                   Franco “Lys” Dimauro     

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THE SOUNDTRACK OF OUR LIVES – Golden Greats No. 1 (Little W)

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Partiamo dagli inediti: Earthmover e Karmageddon hanno il duplice compito di tranquillizzarci sull’ispirazione sempre alta del gruppo svedese e di aprire un piccolo squarcio sul nuovo lavoro in studio atteso per questo 2011. Il resto del disco invece è una comparsata sui quindici anni di storia dei TSOOL con 17 brani scartavetrati e ristuccati la scorsa estate dal gruppo stesso.

Un agile manuale su come si possa diventare la più grande band del mondo e su come si possa riuscire a tenerlo nascosto: brani come Thrill Me, Believe I’ve Found, Flipside, Sister Surround o la dolorosa Second Life Replay sono lì a dimostrarlo, con le loro melodie stese ad asciugare a quel sole di mezzanotte che rende tutto un po’ più irreale.

Sempre un passo avanti rispetto alle sempliciotte band da quattro soldi, i TSOOL. Sempre ad un passo dal diventare semplicemente irritanti e barocchi.

Sempre sul confine tra il bello e il volgarmente bello, in equilibrio tra virtù ed eccesso. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLACK LIPS – Good Bad Not Evil (Vice)

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Il tormento garage dei Black Lips non da tregua. Dopo un’orgia di 7”, live e split, ecco ora altra merda garagepunk approssimativa e trucida, ancora per i tipi della Vice, label che con l’etica garage c’entra poco o niente e che si ritrova adesso in catalogo delle bestie del genere.

GBnotE spurga il suono del gruppo di Atlanta e finalmente, espettorata la lordura no-fi che incrostava le pareti della camera di scoppio, esce fuori quella nudità essenziale che esalta l’aroma teen rovinoso sprigionato sin dall’iniziale Lean: dentro ci sono i Morlocks ancora ragazzini che gemono e sputano su una chitarra acida e psichedelica che si insinua nello sfintere di I‘m Alright degli Stones. Disturbato frat-rock per dodicenni intossicati dai solventi. E poi ci sono i singoli: canzoni pop fatiscenti, approssimative e ubriache come Katrina scritta di getto mentre New Orleans sprofondava negli abissi, una country song sghemba come certe cose di Langhorne Slim intitolata Bad Kids oppure Cold Hands che galoppa sulle praterie dei Creedence pisciando sulla cenere ancora calda lasciata dai fuochi della carovana dei fratelli Fogerty. Arie da epopea yankee e da caccia al bisonte che vengono fuori anche su Navajo e tra le corde slide che strisciano su How Do You Tell a Child, ballata ispirata alla memoria del chitarrista Ben Eberbaugh. Bellissimo anche l’insolito stomp di Veni Vidi Vici, una smorfia di disgusto nei confronti della Guerra Santa dall’andatura scheletrica e claudicante.

Il garage più spiritato riaffiora tra le pieghe di It Feels Alright, Slime and Oxygen, Lock & Key dove sono i fantasmi di Outcasts, Groupies ed Esquires a essere tirati fuori dalle tombe. Isterico r ‘n’ r squinternato, ignorante e primordiale, suonato con la cocente approssimazione di ogni vera, autentica garage band. Su Step Right Up è un altro ascendente sottopelle a venire a galla: quello dei Velvet Underground piretici e trasandati di Run Run Run. Un amore, quello per Lou Reed, che diventa plateale quando il disco si chiude su un classico giro reediano come quello di Trancendental Light.  Veloce, sporco e disordinato, come ogni disco rock and roll dovrebbe essere.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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