ALICE IN CHAINS – Dirt (Columbia)

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Da diciotto anni ho in mente un’immagine ossessiva:

un corpo che si lancia nel vuoto, non si sa da che altezza, non si sa per quale ragione. Precipita nel vuoto mentre la terra dove dovrebbe schiantarsi si fa sempre più lontana, si rimpicciolisce e allunga l’agonia di quel volo disperato, lo dilata fino a due minuti e trenta secondi che nel mio sogno equivalgono ad un’infinità.

Durante il volo quel corpo destinato a spiaccicarsi su un tappeto di sterpaglie intona un canto disperato, una canzone degli Alice in Chains intitolata Them Bones.

Dovrei parlarne al mio psichiatra e invece lo racconto a voi.

Sarà per questo sogno ricorrente che ho sempre associato la musica di Dirt all’idea di precipizio, di vuoto, di disperazione abissale. Come se gli Alice in Chains suonassero sull’orlo di un burrone, spingendo Layne Staley a fare un salto nel vuoto mentre ridono alle sue spalle (Sickman).

Ma voi sapete, io so, che non è solo per quello.

L’angoscia, la sofferenza, il supplizio sono tratti peculiari nella musica degli Alice in Chains, sono il suo carattere, le sue particelle biologiche.

Dirt è un uragano metal suonato sotto tortura.

Come se i Guns n’ Roses fossero costretti a suonare Appetite for Destruction mentre qualcuno tiene le loro teste sotto l’acqua.

C’è questo senso di soffocamento e di oppressione che domina ogni pezzo rendendolo gravido di un dolore lapidario, definitivo, gelido ed insostenibile.

Layne è il sacerdote della sofferenza e Alice in Chains, qui più che altrove, il suo aspersorio colmo di lacrime.

Vi racconteranno della sua infanzia disperata, della sua scimmia sulla spalla, del suo amore per Lara Parrot e di come si sia lasciato morire come un inseparabile senza più la sua compagna di gabbia. Di come l’eroina lo abbia maciullato come un corpo da macello e di come sia stato idiota a stuprarsi le vene di speedball.

Io continuo a vederlo volare, in quel sogno ricorrente.

E non sento mai il tonfo finale.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE UNCLAIMED – Primordial OOZE Flavored (Hysteria)

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Sheldon “Shelley” Ganz è il teoreta della scena neo-garage dei primi anni Ottanta.

Un monaco buddista che si chiude in casa a guardare vecchie pellicole, ascoltare i dischi dei Music Machine, rimettere a posto la sua collezione di vecchi ampli Vox e scrivere lettere datate 1966.

Ganz non è uno che gioca con gli anni Sessanta. Ganz è uno che vive dentro una macchina del tempo che però diventerà presto la sua gabbia.

Non ha motivo di credere in un ritorno della musica garage e beat, perché lui non ha mai messo fuori il naso dai dischi degli Standells o dei Count Five.

Per lui non esistono altre musiche possibili.

Perché dovrebbero tornare, se in realtà non sono mai andate via?

Gli Unclaimed, l’unica concessione che si regala quando esce fuori da quella cella arredata come il Cavern, non hanno vita facile.

Quando esce questo loro primo mini album si sono già sciolti e riformati con una line-up totalmente rinnovata tranne che per Shelley e il batterista Matthew Roberts che lo segue ancora per un po’. Ma non per molto.

Per l’album vero e proprio occorrerà attendere altri dieci anni. E a quel punto gli Unclaimed non saranno più gli Unclaimed ma Attila and The Huns.

E, a voler essere pignoli, quando esce Under the Bodhi Tree anch’essi si sono sciolti da cinque anni.

Shelley Ganz è, ovviamente, Attila.

Gli unni sono Lee Joseph, Dan Valente, Sylvia Juncosa e Scott Forer.

Strana storia quella degli Unclaimed, sempre al posto giusto ma nel momento sbagliato. Sempre in anticipo o in ritardo sui tempi.

L’esplosione neo-garage li toccherà solo di striscio. Perché quando escono fuori la scena non esiste ancora. E quando tornano a pubblicare l’esplosione è già bella che evaporata. E loro pure.

Ma nonostante tutto, gli Unclaimed rappresentano l’incarnazione stessa di un’etica, di una filosofia, di una concezione della musica.

Le sei tracce di Primordial OOZE Flavored sono caramelle imbevute negli zuccheri dell’era Nuggets, orgogliose di cedersi alle lusinghe del nostro palato tra un tartufo nero dei Music Machine e una delizia alla fragola degli Standells, piccole arnie dove vanno a riposarsi le api orerose del beat perduto degli anni Sessanta, lasciando colare il loro miele dopo aver succhiato il nettare dai fiori della Sunset Strip e del Silver Strand di San Diego. Sei canzoni figlie della demenza dei Monks, del folk gotico di Sean Bonniwell e delle goffe canzoncine da film degli anni Sessanta (in questo caso a essere razziata è la Baby Elephant Walk scritta da Mancini per Hatari!, NdLYS). Roba che allora da molti fu diagnosticata come un’ anomalia cromosomica da trisomia 21 e che invece avrebbe dato il via alla più grande guerra di restaurazione del dopo-punk.  Fate voi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAFT PUNK – Random Access Memories (Columbia)

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La musica dei Daft Punk è il punto di intersezione tra la coolness e la tamarraggine.

Tra la voglia di fuga e la voglia di figa.

Nel senso che ciò che è mascherato da invito al cyberspazio è in realtà un invito a ballare. I Daft Punk abitano in quel punto da anni, seduti nella loro astronave che punta allo spazio ma con gli occhi incollati allo specchietto retrovisore.

Come se ti dovessero portare chissà in quali mondi e rimanendo invece sempre nel medesimo punto da dove si era partiti. Come quelle giostre in 3D che si scuotono come tori di un rodeo nei luna park di tutto il mondo.

Quello che Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo vendono è in fondo la stessa illusione.

L’illusione di un viaggio intergalattico che, se viaggio è, non è altro che un viaggio all’indietro nella memoria. La loro, la nostra.

Synth-pop, funky, disco, house, techno, ambient.

Con la novità, stavolta, che la musica biologica ha preso il sopravvento su quella creata in laboratorio.

Il singolo Get Lucky, in tutta la sua demenziale essenzialità funky, è di quelli che funzionano. Lo dimostrano le statistiche di Spotify e non solo.

Un pezzo costruito (e destinato a) per diventare un tormentone. O un tormento.

Dipende da che livello di contagio riuscite a sopportare. Però, al di là delle valutazioni critiche che si possono fare su un pezzo costruito su un unico, insistente riff (suonato da Nile Rodgers) e uno scioglilingua da movida estiva, Get Lucky è l’unico brano del nuovo Daft Punk in grado di brillare della luce della storica Music Sounds Better With You. Per il resto Random Access Memories non mantiene quello che sembrerebbe promettere o che potrebbe giustificare l’hype che si è nuovamente cementificato attorno al duo parigino. Mi chiedo ad esempio a chi potrebbe interessare qualcosa di sorbirsi un’intervista a Giorgio Moroder su una base electro lunga nove minuti che ci fa rimpiangere Sandy Marton, di un triste musical pinkfloydiano come Touch o di un Einaudi stuprato dal vocoder come Within. E del resto, essendo in giro (vi piaccia o meno) il nuovo Strokes, anche qualche numero come Instant Crush o Beyond ha pochi motivi per esistere così come del resto avendo in casa C’est Chic, TNT o Aja diventano del tutto superflue Give Life Back to Music, Motherboard e Fragments of Time.

E chi ha rughe abbastanza profonde per ricordarsi dei dischi di Alan Parsons Project, Yellow Magic Orchestra, Jean Michel Jarre o addirittura Christopher Cross troverà inutile tutto il resto. Ma Random Access Memories è un disco destinato ai Supergiovani. Quelli, per intenderci, che non sanno neppure cos’era Discoring ma a volte rimangono affascinati da certi pantaloni a zampa d’elefante e dalle palle a specchio che passano sui canali di Vintage.  

Non è un disco per figli di puttana.

È un disco per figli e basta.

La modernità di cui si fascia, la robotica cartoonesca ostentata a livello estetico, il tessuto misto-sintetico con cui viene avvolto, noi lo abbiamo già bazzicato più e più volte, anche quando erano loro stessi a riproporlo ai tempi di Da Funk.

Ed è una miccia stilistica ormai disinnescata.

Random Access Memories è quindi, al di là della saporita lista di ospiti e della produzione sontuosa e curata (cosa ormai quasi alla portata di tutti, il che non dovrebbe più essere una notizia, NdLYS) un album modaiolo (il vecchio che fa trendy) ma sgombro di idee.

Uno di quelli in cui i riempitivi durano più delle due/tre canzoni necessarie.

Un disco che, porzionato, può andare bene per l’estate appena iniziata. Ma che, tutto intero, è un interminabile inverno.

My name is Franco Lys Dimauro, but everybody calls me Lys.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK – Citadel Years (Citadel)

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La cittadella del rock australiano e il suo sindaco John Needham (il Brother John osannato proprio da Tek coi suoi Visitors, NdLYS) continua a celebrare i suoi eroi.

Stavolta tocca all’attivissimo storico chitarrista dei Radio Birdman essere commemorato: Citadel Years offre uno spaccato della carriera di Deniz a guida della sua band personale, limitatamente alle uscite targate Citadel (tre album, un EP e un 7”) con l’aggiunta di quattro pezzi dei Deep Reduction, cinque dei Golden Breed, uno dei Dodge Main e un bel provino scuro e stonesiano dei Birdman datato 2002 ad anticipare quello che sarà l’evento Citadel dell’anno, ovvero il box dedicato ai Radio Birdman. Una storia, quella di Tek, che sta già stretta nei libri di storia, figurarsi in un doppio cd, ma che non tutti hanno seguito con l’attenzione che merita e che sono essenzialmente i clienti cui questo compendio di ventisette brani è dedicato. Gli altri, quelli che all’Australia hanno sempre guardato come alla Terra Promessa del rock sanguigno, non ne avranno di certo bisogno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HOLLYWOOD SINNERS – Disastro Garantito (Dirty Water)

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Hollywood non c’entra. Gli Hollywood Sinners sono un combo spagnolo che suona un “disastro”so punk coi panni laceri del garage più triviale (Banshees e Alarm Clocks, tanto per fare due nomi che rendano l’idea) e che di recente hanno pure aperto per i Sonics. Un sacco di chiasso, anche in questo loro terzo album che paradossalmente suona meglio quando il frastuono si placa, come succede verso la conclusione, nei due minuti di That‘s All She Wrote. Il resto rimane purtroppo seppellito nella catasta davvero troppo ricca di dischi garage pieni di rabbia ma privi di identità. 

Dal vivo pezzi come Modernix, You Have to Ask o Have You Ever Been in a Jail diventeranno detonatori pronti ad innescare il pogo, nessun dubbio in merito, ma su disco faticano ad uscire dal mucchio e a lasciare una traccia che vada oltre i consueti trenta minuti di (in)sano divertimento.

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

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SUZI QUATRO – Suzi Quatro / Quatro (7t‘s)

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Quattro. Come le sorelle Quattrocchi, nate a Detroit ma di sangue metà italiano e metà ungherese.

Quattro come le corde del suo strumento. 

Quattro come i musicisti della sua band, messa su in Quatro e Quatro otto da Mickie Most dopo aver intuito il potenziale di Susan Kay e averla costretta ad abbandonare il progetto portato avanti con le sorelle sin dal lontano 1964.

Mickie vuole solo lei, Suzi. E la vuole a modo suo: basta con i capelli da hippie e i vestiti da comune pacifista. La infila dentro attillatissimi completini in pelle o in puro denim americano buoni per il cameltoe e le impone un suono falsamente guerriero.  

Suzi Quatro diventa la reginetta di un rock che non c’è più: tamarro, sempliciotto e banale.

È il bubblegum rock che in quei primi anni ‘70 impazza e vende più dei fumetti.

E se accendi la radio e senti passare Can the Can, Glycerine Queen, Primitive Love, The Wild One o Devil Gate Drive per un po’ ti illudi che ci si possa divertire ancora come alle feste del liceo.

Grazie, Suzi.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro    

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SUZI QUATRO – Your Mamma Won‘t Like Me / Aggro-Phobia (7t‘s)

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Reduce da un viaggio a Los Angeles Mike Chapman (la “mente” dietro il progetto musicale di Suzi, NdLYS) rimane affascinato dalle parate di fiati e dai ritmi grassi delle tribù funky che hanno colonizzato il Nuovo Continente. Vuole quei suoni dentro i dischi di Suzi, sicchè quando il suo braccio sinistro Nicky Chinn gli si avvicina per mettere le dita sul mixer, lui lo scansa con quello destro, fino a farlo cadere prendendo di fatto il comando al banco regia. Il suono di Your Mamma sacrifica così l’immediatezza dei primi due album zavorrando gli arrangiamenti alla ricerca di un groove nero che non gli appartiene e si annacqua, fallendo pure l’ingresso in classifica.

È proprio per quello che con Aggro-Phobia Suzi Quatro rientra nel suo ruolo di regina del bubbleglam rock e i suoi ragazzi (uno dei quali è nel frattempo diventato suo marito) tornano a gonfiare la patta.

Certo, la magia di Can the Can o Devil Gate Drive è definitivamente appassita, soffocata dalle tante piume che affollano Make Me Smile, American Lady o la reprise di Heartbreak Hotel. E lei è la prima ad accorgersene, dedicandosi in chiusura una banale Wake Up Little Susie suggeritale dagli Everly Brothers.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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