ALICE IN CHAINS – Dirt (Columbia)

Da diciotto anni ho in mente un’immagine ossessiva:

un corpo che si lancia nel vuoto, non si sa da che altezza, non si sa per quale ragione. Precipita nel vuoto mentre la terra dove dovrebbe schiantarsi si fa sempre più lontana, si rimpicciolisce e allunga l’agonia di quel volo disperato, lo dilata fino a due minuti e trenta secondi che nel mio sogno equivalgono ad un’infinità.

Durante il volo quel corpo destinato a spiaccicarsi su un tappeto di sterpaglie intona un canto disperato, una canzone degli Alice in Chains intitolata Them Bones.

Dovrei parlarne al mio psichiatra e invece lo racconto a voi.

Sarà per questo sogno ricorrente che ho sempre associato la musica di Dirt all’idea di precipizio, di vuoto, di disperazione abissale. Come se gli Alice in Chains suonassero sull’orlo di un burrone, spingendo Layne Staley a fare un salto nel vuoto mentre ridono alle sue spalle (Sickman).

Ma voi sapete, io so, che non è solo per quello.

L’angoscia, la sofferenza, il supplizio sono tratti peculiari nella musica degli Alice in Chains, sono il suo carattere, le sue particelle biologiche.

Dirt è un uragano metal suonato sotto tortura.

Come se i Guns n’ Roses fossero costretti a suonare Appetite for Destruction mentre qualcuno tiene le loro teste sotto l’acqua.

C’è questo senso di soffocamento e di oppressione che domina ogni pezzo rendendolo gravido di un dolore lapidario, definitivo, gelido ed insostenibile.

Layne è il sacerdote della sofferenza e Alice in Chains, qui più che altrove, il suo aspersorio colmo di lacrime.

Vi racconteranno della sua infanzia disperata, della sua scimmia sulla spalla, del suo amore per Lara Parrot e di come si sia lasciato morire come un inseparabile senza più la sua compagna di gabbia. Di come l’eroina lo abbia maciullato come un corpo da macello e di come sia stato idiota a stuprarsi le vene di speedball.

Io continuo a vederlo volare, in quel sogno ricorrente.

E non sento mai il tonfo finale.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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