AA. VV. – Salvo of 24 Gunshots – A Tribute to Gun Club (Unrecording)

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Folle e disperato. Scavato da una epica noir profonda e sciamanica. Era il rock ‘n roll intriso di magia nera dei Gun Club. Tanto imbevuto di mitologia rurale quanto profondamente sedimentato nella metropoli. Il blues tetro di Robert Johnson e il rigurgito della coscienza urbana, insieme. Come se le palme che solcavano i cieli di Miami e le luci che soffocavano di lampi Las Vegas sulle copertine di due albi essenziali della band servissero solo ad esorcizzare demoni che in realtà tormentavano l’anima di Jeffrey come feticci voodoo. Autostrade che sono luogo di fuga, non mezzo di raccordo tra le giungle urbane. I Gun Club sono un “prodotto” della grande città americana, ci vivono e ne cantano le contraddizioni, ma sentono il bisogno di scapparne. Musicalmente sono, assieme ai Cramps, il gruppo capace di fondere le istanze di tutte le “tribù” giovanili di quei primi anni Ottanta: i rockabillies e i dark, i seguaci della new-wave e gli indomiti custodi della tradizione. Una delle cose più tossiche e insieme spurganti in cui vi possa capitare di imbattervi andando a cercare tra le pepite di quegli anni. Il prossimo anno ne saranno passati dieci da quando Jeffrey ha incontrato quella Mother of Earth di cui cantava in chiusura di Miami e questo della neonata Unrecording è l’estremo inchino alla sua dipartita. Doppio vinile, il primo con la riproduzione fedele della scaletta di Fire of Love, il secondo che passa al setaccio il restante repertorio storico della band di L.A. Bellissima la versione sofficemente country di Jack On Fire ad opera dei Blanche, band new-country di Detroit che ultimamente flirta sempre più spesso con i signorini White Stripes così come gli Speedball Baby alle prese con la Cool Drink of Water di Tommy Johnson con la chitarra di Jon Spencer in veste di guest-star a brindare a un incontro che sfocerà poi nella nascita degli Heavy Trash. Lupita Screams dei Dirtbombs è uno dei vertici del disco, con la voce di Mick Collins che si staglia IMMENSA su questo stomp soul-blues da far accapponare la pelle.

Altro incontro gradito è quello con Candy Del Mar, indimenticata bassista dei Cramps all’epoca di Stay Sick! e ora a fianco del suo Andy G nei Roller Kings. Bad Indian è la cover di turno, gonfiata di fiati come un rockabilly ubriaco. Promise Me dei Come Ons l’avevamo già ascoltata sul loro recente disco su In-Fidelity ma fa piacere imbattercisi nuovamente. 

Altre perle del disco sono la versione-carta carbone di Sex Beat ad opera degli Elvis Corpse Revisited, gli scheletri di DM Bob and The Deficits che ballano sulle note di Mother of Earth, The Rebel (che altri non è che B.R. Wallers dei grandi Country Teasers, NdLYS) che riduce a una giungla metallica di ferro e acciaio Devil In the Woods, la Death Party rivista dai Girl Trouble. Da segnalare anche l’uscita del 45rpm Salvo of 2 Gunshots, con due versioni di Mother of Earth: una criptica e molto Bad Seeds da parte di Lucas Trouble e una quasi liturgica ad opera degli Ultralove. Uno dei più bei dischi tributo mai realizzati, che evita la trappola più comune per operazioni del genere: la disomogeneità. Gunshots è fedele all’epica radicale dei Gun Club così come all’estetica propria di ogni band presente, dai Demolition Doll Rods ai Dead Brothers.

Un disco che pesca nella sacca emotiva dei Gun Club storici, che spacca il petto alla band di L.A. e ne tira fuori il cuore sanguinante per inscenare una macumba all’anima dannata di Pierce. Una parata di anti-eroi da urlo, tutti a loro modo figli di quell’incesto tra sacro e profano, tra recupero delle radici e fuga dal passato, tra i muschi delle paludi e le luci abbacinanti delle metropoli di cui Jeff fu sciamano, tutti intenti a sfogliare gli apocrifi di Pierce. Un tributo feroce e romantico, come era giusto fosse.

Un centro. Anzi, direi proprio uno sparo, in pieno volto.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MODERN LOVERS – The Modern Lovers (Home of The Hits)

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Sfregiare i libri di storia del rock con un disco postumo.

Non un disco qualsiasi ma uno degli album nodali della storia del rock americano.

I Modern Lovers sono quattro ragazzini irrequieti rimasti intrappolati dentro il primo album dei Velvet Underground. È anche per questo che quando si presentano alla Warner Bros. che ha posato gli occhi su di loro, chiedono che sia John Cale a produrre i provini per quello che dovrebbe essere il loro album di debutto.

E sia. Ma Jonathan Richman è furbo, o crede di esserlo.

Perché si presenta pure alla A&M e anche a loro chiede paghino un buon produttore per andare a registrare a Los Angeles. Si accordano per Alan Mason.

Registrano un po’ di roba e il resto lo spendono a donne, droghe e cibo spazzatura. Insomma, le solite cose.

Come se non bastasse, Kim Fowley, in una pausa di lavoro per la colonna sonora di American Graffiti, corteggia la band e la raggiunge a casa loro, a Boston. E lì registrano ancora una volta.

Ma la cosa ha dei risvolti incredibili.

Da un lato la Warner che alla fine ha siglato il contratto, si sente presa per il culo. Quando la band va a chiedere la data di uscita del loro disco, trovano l’ufficio di Stuart Love blindato.

Dall’altro Jonathan Richman ha suonato così tante volte quei pezzi che non vuole più sentirli. Nel Febbraio del 1974 i Modern Lovers non esistono già più: Jerry Harrison si è trasferito nei Talking Heads, David Robinson mette su i Cars, Ernie Brooks sbarca il lunario come session man per la gente che ha conosciuto in tour, David Johansen dei New York Dolls e Elliott Murphy in primis.

E Jonathan? Ah, già.

Jonathan è rimasto molto amico di un tizio della A&M che adesso ha messo su una nuova label chiamata Home of The Hits, presto ribattezzata Beserkley. Così si presenta con dei Lovers non più moderni ma ri-modernati e inizia una lunga carriera di menestrello un po’ burlone e un po’ Peter Pan che dura sino ai giorni nostri. Matthew King Kaufman dà un’altra chance a Richman. Solo che, non potendo ancora contare sui nuovi Modern Lovers, preferisce investire sui vecchi, obbligandolo a firmare la liberatoria per pubblicare il vecchio materiale, quello del 1972.

Jonathan Richman storce la bocca, finge un crampo alla mano destra, poi accetta.

Del resto non gli viene chiesto altro che limitarsi a disconoscerlo per il resto della sua vita. Cosa che farà puntualmente per 35 anni, anche dopo essere stato inserito nella lista dei 500 album più influenti della storia del rock redatta da Rolling Stone.

The Modern Lovers nasce dunque, oltre che dopo parto travagliato, orfano.

Sarà per quello che è più scontroso di tutti quelli che saranno i suo fratellastri.

Pieno di tic e di bile nera.

Un po’ claudicante per via di una leggera deformazione agli arti inferiori.

Con una vistosa scoliosi.

Va in giro scapigliato e preferisce sandali e vestiti trasandati ai bermuda e alle camicie hawaiiane che affollano il guardaroba di famiglia.

Quando passa per strada molti si girano dall’altra parte.

Ma i punk no, i punk lo accolgono nella loro comunità e gli offrono rifugio.

Roadrunner gira ininterrottamente sul juke-box della boutique di Malcolm McLaren e viene adottata dai Sex Pistols.

Negli anni diventerà una delle palestre più frequentate dalle garage bands di ogni dove per questo suono rudimentale, sciatto e svogliato. Più demente dei Ramones e più irrequieto dei Velvet, con un piccolo solo di organo doorsiano suonato da un bimbo down alla recita dell’oratorio.

E con la voce di Jonathan inflessibile e piatta. Noiosa ed annoiata. Non accenna una nota che sia una, non modula, non armonizza. Semplicemente, parla.

Ma la vera canzone proto-punk del disco si intitola She Cracked, altra traccia prodotta da John Cale. Un solo accordo suonato con intento omicida e ripetuto fino all’ossessione maniacale. Come una Venus In Furs sotto anfetamine.

Un’assillante marcia velvetiana come quella che chiude la prima facciata del disco e dedicata a Pablo Picasso, risolta con le analoghe dislessie chitarristiche care a Lou Reed e il ticchettìo alienante del piano di John Cale su un’unica nota di Mi.

Sarà proprio lui ad inciderla per primo e ufficializzarne l’esistenza, su quella meraviglia di Helen Of Troy, nel 1975.

Someone I Care About è l’altra spiritata garage song prodotta da Cale che sta sulla seconda side dell’album, stretta fra il primissimo provino della band (la Hospital registrata a Boston nel 1971 e ceduta da Jerry Harrison per l’occasione, NdLYS) e una piccola canzone d’amore suonata al piano e intitolata Girlfriend.

E sarà con questo titolo, per qualche assurdo motivo che nessuno ha mai spiegato, che finirà sulla bella raccolta vintage 23 Great Recordings della Beserkley.

Un altro piccolo capolavoro dell’epoca è Dignified & Old, risalente alle sessions con Alan Mason ed esclusa dal disco fino alla successiva ristampa del 1989.

Una canzonetta stonata e sgualcita che vale quanto un intero scaffale di indie-rock.

Guided by Voices, Jazz Butcher, Pavement, Sebadoh raccontati in 2 minuti e mezzo.

Per raccontare di tutti gli altri scaffali ci metterà qualche minuto di più.

Ma davvero qui dentro ci stavano praticamente quasi tutti, dalle Violent Femmes a Beck, dai Neutral Milk Hotel ai Television Personalities, dai Feelies agli Half Japanese, dalle Shonen Knife a Ben Lee.

Ricordatevene, quando vi chiederanno i nomi delle dieci band fondamentali degli anni Settanta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE LORDS OF ALTAMONT – Midnight to 666 (Fargo)

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Il titolo è un palese omaggio ad una delle band preferite di Jake Cavaliere, però parafrasato secondo la logica ambiguamente cattiva della sua band, che da sempre ha scelto di giocare col lato malvagio del rock ‘n roll, sin dalla scelta del nome.

Jake è una piccola icona del garage americano, sin dai tempi dei Witch Doctors e poi tra i suoni vintage di Fuzztones e Bomboras. Bene, i LoA hanno preso quello stesso spirito e l’hanno fuso con quello del rock detroitiano dei primi anni ‘70 facendo concerti dove l’eccesso è la regola, registrando dischi quasi sempre sopra la media e finendo per venire osannati da gente come Michael Davis e Lux Interior.

Questo quarto, il primo realizzato con la nuovaline-up a quattro, è a mio avviso il migliore di tutti. Il tiro è esplosivo e, nonostante anche stavolta si sfiori spesso il plagio (Gettin’ High è ricalcata su Loose degli Stooges così come Bury Me Alive è una fotocopia degli ultimi Morlocks, NdLYS), la presa di brani come Get in the Car, I‘m Alive o Synanon Kids è epidemica.

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE ROUTES – Alligator (Dirty Water)

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L’anno scorso, mentre voi eravate intenti ad ascoltare i singoli di Crystal Castles, xx e Wavves, i Routes cacavano fuori il primo grande 45 giri garage del nuovo decennio con due tracce di elementare e merdosissimo beat punk che pareva suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Ora è la volta del primo album europeo, secondo in assoluto per la devastante band nipponica che ha scelto di riservare alle uscite minori le cover e concentrarsi sul materiale originale per la scaletta di Alligator, splendidamente illustrato da Christophe Lopez-Huici, il grafico francese che presta i suoi servigi a Shinding! e alle scuderie Get Hip e Fat Possum, tra le altre.

Rispetto a Left My Mind il suono è meno deragliante ma per niente più educato.

I Routes aprono le casse del cimitero di Back from the Grave e ci si infilano dentro. E, come accadeva su quelle copertine, mandano al rogo tutto quello che è venuto fuori dopo il ’66. Noi compresi.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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