LES NEGRESSES VERTES – Mlah (Delabel)

0

Dentro il Louvre, il museo d’arte parigino, è custodita la Mona Lisa.

Uno dei più alti esempi di perfezione artistica.

Entri e lei ti guarda. E credi stia guardando proprio te.

Poi c’è un’altra Gioconda, molto più esotica e kitsch.

La dipinge nel 1950 Vladimir Tretchikoff ispirandosi a una ragazzina cinese che l’artista ha incontrato in un ristorante di San Francisco.

Il pittore russo appronta lo schizzo, poi va torna nel suo studio e dipinge la faccia di verde. Una cinese dalla pelle verde.

L’avrete vista di sicuro appesa alle pareti in qualche puntata dei Monty Python o su Frenzy di Hitchcock.

È un quadro che starebbe bene in una vignetta di Corto Maltese e che a molti sembra ridicolo, compreso un gendarme parigino.

Così che quando sente questo gruppo di cenciosi buskers dalle barbe ispide che suonano le loro canzoni ubriache ai bordi di una strada parigina si avvicina e li apostrofa “Ehi voi, vagabondi! Sembrate delle negrette dalla pelle verde”.

Loro che non sanno cosa sia il razzismo, lo guardano e ridono.

Imbracciano le chitarre, danno fiato alle trombe, comprimono l’aria nei mantici delle fisarmoniche e tirano fuori una canzone intitolata La Danse Des Nègresses Vertes.

È quello il battesimo delle Negre Verdi, la miglior band francese degli anni Ottanta.

Hanno le facce da straccioni ma vestono in cravatta e gilet.

Hanno i capelli impomatati ma se aprono la bocca si vede che disertano il dentista da almeno dieci anni. E se la aprono, si sente anche che non bevono solo acqua.

Metà zingari e metà punk.

Emarginati.

Negri con la pelle verde.

Quando finiscono in studio per registrare il primo album si portano dietro le canzoni che hanno imparato a suonare per strada, come avevano fatto le Violent Femmes a Milwaukee. Un altro nome declinato al femminile, guarda caso.

Canzoni che odorano di risacca di mare, di sbronze, di anarchia, di balli zigani e sagre paesane, di valzer ebbri e di banlieue dove l’immondizia vola come aeroplanini di carta e i bambini imparano troppo presto sperando di dimenticare in fretta. Mlah (tutto bene) ci porta in dono questa Francia colorata eppure imbevuta di malinconia, questa Parigi incrostata di ruggine e sprofondata nel muschio di una Senna troppo stanca di portarsi dietro il dolore di tanta gente sperduta sotto la collina di Montmartre.

Un disco dove il dolore e la poesia metropolitana ballano su un carro allegorico sparando coriandoli, confusi tra la pioggia.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Les Negresses Vertes_Mlah

Annunci

THE REPLACEMENTS – Stink (Twin/Tone)

0

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce al secondo disco dei Replacements, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Replacements_Stink (Vinyl)(Start Your Ear Off Right Exclusive)_081227954765.jpg

OBLIVIANS – Desperation (In the Red)

2

È il 28 Giugno.

Prima di partire per le vacanze, col cofano già pieno di tanta di quella roba che poi ne userai la metà, mi spettino col nuovo disco degli Oblivians e mi riconcilio col rock ‘n’ roll e le chitarre.

Roba di cui mi accorgo di aver pieni non solo gli scaffali.

Sono in una fase di rigetto. E non è colpa di nessuno.

Infilo un disco dietro l’altro e non me ne va bene manco uno.

Poi magari sento Sammy Davis Jr cantare Mr. Bojangles e mi commuovo, come è successo ieri l’altro.

Sto invecchiando.

Ma non credo di essere l’unico.

Non trovo quello che cerco.

Anzi, peggio, non mi va nemmeno più di cercare.

Mi sono impigrito, sto mettendo pancia, alle sette del mattino guardo Peppa Pig e alle otto ascolto Il Ruggito del Coniglio quando prima non mi svegliavo senza due caffè e una doppia dose di Stooges e Ramones, non compro più riviste di musica, ho eliminato Dangerhouse dalle pagine preferite di Explorer, mi viene duro solo quando è inevitabile.

E la cosa più brutta è che dopotutto non ci sto neanche tanto male.

Del resto quando tento di ascoltare cosa hanno da dire i miei vecchi eroi (cazzo ne so….David Bowie, Iggy Pop, i Dropkick Murphys, Mark Lanegan, gli Oblivians), li trovo invecchiati quanto me. Forse anche di più.

Desperation, dicevo, mi riappacifica col calore bianco delle chitarre.

Ma il vecchio spirito del rock ‘n roll non abita più ne dentro me, ne’ dentro le canzoni degli Oblivians.

Non fraintendetemi, si tratta di un disco dignitoso.

Che fa sempre il solito rumore di ferraglia, magari stavolta di ferraglia arrugginita.

Dentro c’è tanto, ma tanto Ramones (I‘ll Be Gone, Pinball King, Oblivion, Little War Child, Desperation). Ma ci sono pure i Devo hardcore di Run for Cover, i Wire sfilacciati di Fire Detector e i Gories convulsi di Em. E, ovviamente, c’è il rock ‘n’ roll lercio degli Oblivians, guardati spesso attraverso la lente dei Reigning Sound. 

Legittimo che alla trentunesima riga vi state chiedendo come sia alla fine, questo atteso ed inaspettato rientro in scena dei signori Oblivians.

Ma è molto più probabile vi siate fermati prima.

Io sono andato fino in fondo invece. E, onestamente, una demo crampsiana come Mama Guitar (un pezzo inciso da Andy Griffith, morto proprio mentre gli Oblivians registravano l’album, NdLYS) me la sarei pure risparmiata. Perché va bene il rock ‘n roll, va bene il chiasso, va bene Cochran beatificato e seduto alla destra del Padre, va bene il punk schiavo di Memphis e va bene pure la mia demenza senile ma se il tentativo era stupirmi, è stato un tentativo fallito.

Ah! Quasi dimenticavo! Com’è?

È come una donna quando non batti chiodo da un mese.

Ti sembra di vedere l’Eden e invece magari era solo l’Abissinia.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

1368866935_oblivians