STAN RIDGWAY – The Big Heat (I.R.S.)

Il 1986 fu un anno di dischi formidabili.

Devo averlo già scritto da qualche altra parte, ne sono certo.

Un anno affollato di dischi che tornano ancora oggi a tormentarci lo stomaco.

È quello l’anno in cui Stan Ridgway, il Johnny Cash della new-wave, decide di farsi rivedere nei saloon che anni prima aveva frequentato con la sua vecchia gang di pistoleri. Non lo si vedeva in giro da un paio di anni buoni, dai tempi di quella rapina finita male organizzata assieme a Stewart “mani veloci” Copeland, un fuorilegge presentatogli proprio dal barista dell’Illegal Regiment Saloon, fratello di sangue del biondo avventuriero di origini egiziane.

Ora, mentre la sua vecchia banda di malviventi si trasferisce a far danni a Sammystown, lui è di nuovo in giro.

Ha una donna con sè, una tale Pietra Wexstun, e una piccola combriccola di gentaglia reclutata di volta in volta in base alla propria abilità.

È questa la ciurma che mette mano a The Big Heat, album che non fa rimpiangere per nulla i tempi dei vecchi Wall of Voodoo, seppure ne prenda le distanze con misurata eleganza.

La vecchia passione per le musiche western rimane uno dei tratti dell’estetica musicale di Stan, che qui usa per disegnare l’apoteosi morriconiana di Camouflage.

Una canzone per quei cowboys mandati a combattere in Vietnam e tornati dentro bare vuote piene solo di cocaina.

Nel frattempo si è affinata la sua abilità descrittiva, la sua sintesi narrativa: Ridgway riesce a scrivere delle vere e proprie spy-stories chiuse nel breve giro di una manciata di minuti. Lui è William McGivern e Fritz Lang assieme, chiusi dentro un ascensore che scivola giù dal 125° piano nella notte americana.

Con un taccuino da nove pagine in mano.

Analogamente, fuori dalle fredde architetture dei WoV, la sua musica ha la possibilità di rendersi sferica, multifocale, ellittica.

Prende forme nuove dominate dalla sua voce nasale e atonale.

L’apertura dell’album è già perfetta: una gran parata di sintetizzatori (ben quattro) a dipingere un quadro urbano dalle tinte noir. Dentro scorrono ululati di lupi e stridori di sirene. Il suono è ricercato ma ad effetto garantito, come nella tradizione di Hugh Jones (produttore e tecnico per Sound, Simple Minds, Fiat Lux, Modern English tra gli altri, NdLYS), vagamente imparentato con la Equality di Howard Jones, seppure in una dimensione molto meno hi-energy.

Hugh mette le mani anche su Drive, She Said, la storia di una fuga in auto che apre l’altro lato del disco e che viene scelto come primo estratto dell’album.

Il pezzo è quello più ferocemente rock della partita, con un ficcante riff di chitarra e un passo martellante scandito da una batteria metronomica e tagliato dagli inserti dell’armonica di Stan. Sullo sfondo, sempre la giungla metropolitana americana.

Lingue d’asfalto e luci di semafori, come ai tempi dei Wall of Voodoo.

Pick It Up (and Put It in Your Pocket) e Salesman rimandano ai dischi di Peter Gabriel per questo equilibrio infame tra elettronica e canzone d’autore.

Can‘t Stop the Show ha un altro testo fantastico, un sogno Felliniano spezzato, come il braccio della protagonista, dalla cruda tangibilità di un mondo che non ha spazio per i sogni, nemmeno quelli di cartapesta.  

Ironia della sorte, la parte di slappin’ bass è affidata a Mike Watt.

Forse il più grande bassista del rock alternativo americano che proprio l’anno precedente ha deciso di abbandonare lo “spettacolo” dopo la tragica morte di D. Boon, il suo amico nei Minutemen. Can’t Stop the Show è la prima cosa che lo riporta a suonare. Un rientro timido, prima della decisione di fondare i fIREHOSE.

Il lato più meditabondo di Stan Ridgway emerge in Walkin’ Home Alone, tutta immersa in un dolce clima da Cotton Club. Spazzole, linea di basso smooth, trombone. Giornali spiegazzati e chewing-gum masticate sui marciapiedi.

Qualche soffio di vento, di quelli che ti fanno alzare il bavero e volare il cappello, qualche lampione arrugginito. E la sensazione di essere rimasto solo per davvero, mentre il mondo ti scivola sotto come il tappeto di un joywalk che non riesci proprio a spingere.

Prendilo e mettilo in tasca. O qualcun altro lo farà al posto tuo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

stan_ridgway-the_big_heat(1)

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