AA. VV. – Dimensions of Sound (Mystery Scene)

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Curioso primato quello dei Royal Nonesuch di Springfield. A dispetto di una fama che non ha mai varcato quella settoriale del giro garage-punk e quindi con una visibilità di sicuro nemmeno lontanamente comparabile a quella dei colossi del movimento come Fuzztones, Chesterfield Kings, Miracle Workers e via discorrendo, sono l’unica band cui fu riservato il privilegio di comparire come “testimonial” sulle copertine di ben due raccolte di perle garage anni Ottanta.

La più vecchia di queste è Dimensions of Sound, uscita nel 1988 per la defunta Mystery Scene, in quegli anni dispensatrice di ottimi singoli per Wylde Mammoths, Mistreaters, Dukes, Fourgiven, Crimson Shadows.

Dimensions of Sound, nella sua sfaccettata e altalenante scaletta sembra voler raccogliere il testimone delle Battle of the Garages della Voxx Records, documentando anche l’inizio della fase stoogesiana che caratterizzò il fenomeno dal 1987 in avanti e qui rappresentata dalla bellissima cover di I Got a Right ad opera dei Miracle Workers posta proprio in apertura.

Ci sono ottimi pezzi come i due che comprovano la metamorfosi dei Workers (anche la Ain‘t No Use gettata dai finestrini di Overdose in scaletta, NdLYS), la fantastica e stilosa You Need Love dei Royal Nonesuch, il “tema” dei Blacklight Chameleons, la Nightmares dei Crimson Shadows e ancora gli eccezionali contributi di Stomachmouths e Untold Fables con due delle cose migliori del loro repertorio come la cover di Almost There per i primi e Watch Your Step, Woman per la band di Robert Butler.

Belli anche il rutilante beat dei Thanes la divertente cover di You Don‘t Love Me ad opera di Zebra, la bella moglie di Lee Joseph degli Yard Trauma e anche il freakbeat degli United States of Existence.

A corredo ci sono ovviamente anche episodi minori come quelli di Not Quite, Yellow Sunshine Explosion, Comedown o degli insolitamente appannati Fourgiven che però costituiscono 1/3 sul totale del disco.

Una percentuale accettabile per farne una delle ultime compilations essenziali della discografia garage anni ’80 già allora in rapido declino.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Dangerhouse # 1 / # 2 (Frontier)

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Il punk inglese nasce il 22 Ottobre del 1976.

Quello californiano il 18 Aprile dell’anno successivo.

Entrambe le date portano un unico nome sopra: The Damned.

Se New Rose era stato il primo pezzo di vinile che, clandestinamente, era arrivato sugli scaffali dei negozi e quindi sui piatti della generazione X infettando mezza Inghilterra, il concerto della band di Dave Vanian e soci allo Starwood Club è quello che accende la miccia sul carburante versato dai teppisti californiani lungo le eleganti strade di Hollywood.

Un po’ di quella benzina finisce nelle mani di Rat Scabies che quella sera dà fuoco alla batteria, sul palco dello Starwood. Dave Vanian gira per il palco con una maschera antigas, in assetto di guerra. Captain Sensible ha uno splendido basso a violino come quello di Paul McCartney, qualche collana e il solito buffo paio di occhiali.

Nient’altro, nemmeno un paio di mutande.

Suonano nove pezzi, poi vanno via. Sono ospiti a casa di Tomata Du Plenty e Tommy Gear, conosciuti in città come Screamers. 

Molti dei presenti a quel concerto suonano in una garage band.

Tutti gli altri lo faranno dal giorno successivo.

Tutti tranne uno: Dave Brown.

Era stato il tastierista per gli Screamers di Tomata e Gear ma nell’estate del ’77 decide che vuole tirar su un’etichetta che possa dare visibilità a quell’incredibile girone infernale. Così nasce la Dangerhouse.

15 dischi dal Luglio del 1977 al Gennaio del 1980.

15 colpi: ta-ta-ta-ta, come una Beretta 92.

Il punk è un affare che va risolto in poco tempo.

Le chiacchiere stanno a zero.

Gran parte di quella fottutissima storia è stipata dentro questi due volumi della Frontier Records.

Ventisei spari in tutto. Molti dei quali dritti al cuore:

Let’s Get Rid of New York dei Randoms di un giovanissimo John Doe, Neutron Bomb dei Weirdos, Los Angeles degli X, Too Much Junk degli Alley Cats, We Are the One degli Avengers, Class War dei Dils, No Compromise dei Rhino 39, We Will Bury You dei Bags. Un’aberrante pioggia di proiettili sparati tra la folla.

Roba per internati in fissa per i caccia bombardieri e le danze epilettiche.

Ognuno si trovi un riparo o si tenga alla larga da qui.

E non prenda alla leggera l’avvertimento sul cartello a righe oblique.

 

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MASSIMO VOLUME – Aspettando i barbari (La Tempesta Dischi)

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Aspettavamo i barbari. E il primo giorno del decimo mese dell’anno 2013, sono arrivati. Approfittando dei nostri ponti levatoi abbassati, delle nostre torri sguarnite.

Con le nostre truppe sorprese nel sonno o a masticare tabacco per simulare una febbre atavica e incurabile. Una febbre con cui cingere il dolore e renderlo manifesto, perché il nemico se ne accorgesse e muovesse a pietà. Un malessere indotto, per sopportare meglio la nausea. Perché “vince chi resiste alla nausea”, per dirlo con le parole di Danilo Dolci. O “chi non ha da perdere”.  

L’ultima guerra.

Messa in piedi proprio per noi, figli di un secolo che non avrà spazio nei libri di storia, bagnati di luce annoiata.  

Vengono. E non hanno nulla da prendere.

Perché si son già presi tutto quelli che invece venivano in auto confortevoli e abiti ben stirati, con l’alito fresco e le camicie pulite. Quelli che venivano accolti con le bandiere issate e le cortigiane già calde.

Aspettando i barbari è un disco folgorante, come ogni disco del Sig. Volume Massimo, da Bologna. Classe 1991.

Un disco inquieto, come e più di quelli che l’hanno preceduto. Un disco che ci sfida a non perdere la memoria, obbligandoci a ricordare, che ci piaccia o no.

L’ultimo baluardo della nostra individualità violentata dalle multinazionali del food, del sesso e del tempo libero. Ora che la Nutella e la Coca-Cola ci rassicurano mettendo il nostro nome sull’etichetta e McDonald‘s ci invita a tradire il pizzicagnolo sotto casa per sederci a fare colazione sui suoi sgabelli che puzzano di scorregge alla senape, invitando amici che diserteranno per non sentirsi in obbligo con noi e, soprattutto col resto del mondo.

Aspettando i barbari è, ancora una volta, un disco per cavalcare la solitudine. Un disco che racconta storie ordinarie e straordinarie. Un disco dove gli altri sono, sempre e soltanto, un ricordo, una memoria, un souvenir mentre il nostro dolore è sempiterno, perpetuo, immortale.

Ho avuto a cena gente che si vergognava di me. Hanno diviso il mio pane e bevuto il mio vino. E ora mi dolgo.

io sono l’altro
lui che volta le spalle
bruciato di luce
confuso nel paesaggio

e senza dare nell’occhio
esco fuori dall’inquadratura
devoto a nessuno
votato alla fuga”.

Bentornato, Attila.

Bentornato, Sig. Volume.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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L’ENFANCE ROUGE – Bar-Bari (Wallace)

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Il nuovo tragitto dell’aliscafo italo-francese sceglie un percorso breve ma pieno di intemperie. Lo si intuisce già dalla copertina che stavolta si fregia del tratto deciso di Igor Hofbauer del collettivo Komikaze, con quel mare nero petrolio e una tempesta dalle proporzioni bibliche che incombe feroce sulla chiatta alla deriva.

Lo si capisce ancora meglio salendoci sopra, a quella zattera.

Mezz’ora di viaggio in balia delle onde che ti schiaffeggiano come i tentacoli di una piovra gigantesca.

Mezz’ora attraverso le mille scariche elettriche che Zeus e Nettuno si scambiano con l’implacabilità divina che gli è propria.

Bar-Bari è un disco arrabbiato, plasmato con l’indignazione di chi assiste allo sfascio del mondo, al suo crollo socio-geologico, allo svilimento della cultura, alla spettacolarizzazione del nulla ideologico. Un pianeta corrotto e corroso, dove gli intellettuali sono invitati a parlare per poche decine di persone dentro qualche libreria o in qualche circolo libertario mentre i profeti del nulla delirano in diretta televisiva, lungo le spire magnetiche del digitale extraterrestre, per milioni di ebeti che continuano da così tanti anni a guardare il dito che oramai nessuno mostra più loro la luna.  

La musica de L’Enfance Rouge si fa dunque più feroce e tesa, alzando la soglia dell’ostilità cromatica che la caratterizza da sempre.

Un disco “sinistramente occidentale” come loro stessi lo definiscono.

E che nessun tesserato del popolo della libertà si sogni di vederci una sottesa allusione partitica in quanto qui è piuttosto una visione pre-apocalittica ad emergere. Occidentale nella scelta frontale dei suoni, sinistro per le ombre che la sua sagoma proietta, in questa eclissi culturale che la avvolge.

L’Occidente che divora se stesso, dilaniandosi come un Filippo Argenti dall’anima dannata.

Bar-bari in un mondo che veste Burberry.

Portate i sacchetti per il vomito, che ve li riempiamo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE DREAM SYNDICATE – Velluto elettrico

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Comincia e finisce con un colpo secco di rullante. Nel mezzo ci passano nove pezzi che, come un aratro, disegnano il primo solco per quello che sarà il Paisley Underground della prima metà degli anni Ottanta, malgrado The Days of Wine and Roses suoni, col senno di poi, diverso da tutto quello che verrà dopo, Dream Syndicate compresi. Vicino alle convulsioni di Modern Lovers, Velvet Underground e Television, tagliato storto e con le impunture ancora a vista.

Il debutto a lunga durata, così come era stato qualche mese prima per l’omonimo mini-LP dello stesso anno, suona con una urgenza e un’aria da artigianato rock che nessun disco dei Syndicate potrà più replicare.

Le piallature sul suono del gruppo californiano lo appiattiranno un po’ per volta fino a renderlo del tutto inoffensivo nella sua perfezione formale. Qui dentro invece, più che il riff acido di Tell Me When It‘s Over e quello garage di That‘s What You Always Say (i Cynics lo ricopieranno pari pari per Waste of Time, NdLYS) che consegnano da subito i Syndicate alla storia del rock moderno, sono pezzi come Definitely Clean, Then She Remembers, Halloween, The Days of Wine and Roses, l’insolente Until Lately e la tenebrosa When You Smile a fare schiuma nella risacca di questo mare elettrico increspato dalle chitarre fuori tono di Precoda e Wynn che risuonano dentro uno dei debutti più eclatanti del rock americano degli anni Ottanta.  

È il 1984 quando la A&M “fiuta” l’affare Paisley. I Dream Syndicate, gruppo-cardine  del ritorno alla roots-music che si respira nei primi anni Ottanta, vengono messi sotto contratto e chiusi in studio con un produttore di discreta fama (tra le sue produzioni ci sono i Pavlov‘s Dog, i Dictators e il discusso secondo album dei Clash, tra l’altro) e di buona inventiva lessicale (a lui pare si deva il termine “heavy metal” così come il moniker dei Blue Öyster Cult, NdLYS) come Sandy Pearlman che però, grazie al cielo, fallisce il tentativo di rovinare del tutto la musica del gruppo di Steve Wynn plasmandola alle leggi del mercato secondo le indicazioni della major. Questo perché i Dream Syndicate di Medicine Show sono ancora una band che, pur avendo accusato il primo grande colpo (la defezione di Kendra Smith, che andrà a formare gli Opal), sa scrivere grandi canzoni. Polversose, epiche, nervose, taglienti, figlie di quell’epopea dei grandi perdenti che abitavano i dischi di Neil Young, Lou Reed e Bruce Springsteen. Quella che ne esce più visibilmente malconcia è Armed With an Empty Gun, ammaccata da una batteria sovrappeso, bardata con una chitarra col gain sbagliato, goffamente appesantita da cori barricadieri. Tutto il resto mantiene una dignità pari a quella dei dischi precedenti, anche se è completamente evaporata quell’elettricità abrasiva figlia dei Velvet e dei Television che aveva generato le epilessie di Halloween o Some Kinda Itch. Il campo pestato dai Syndicate è piuttosto il rock muscoloso e sudaticcio per charros tormentati dall’apologia del selvaggio West e con le narici ingolfate dallo sterco dei buoi (Still Holding On to You, Daddy‘s Girl, Bullet With My Name On It), la ballata polverosa (Burn col piano cristallino di Tom Zvoncheck e i cori precisi dei Long Ryders e il pathos da terra di frontiera evocato dall’inarrivabile Merritville) e la jam chitarristica orfana dei Quicksilver e dei Crazy Horse (Medicine Show e la lunga John Coltrane Stereo Blues diventeranno dei classici irrinunciabili dei loro live-show), da sempre una delle “smanie” della band. 

Quindi, paradossalmente e a sorpresa, la discussa scelta di Pearlman al banco regia si rivela efficace: Sandy effettua un drenaggio necessario all’interno del suono del gruppo ripulendo gli interstizi dalle ultime scorie new-wave di cui pure Wine and Roses era in qualche modo “infetto” (un pezzo come Then She Remembers era autentico delirio post-punk, per tacere delle linee di basso che avvelenano tutto il disco o il gorgheggio cafone di Until Lately). Ecco perché, ancora oggi, se dovessimo definire il Paisley Underground usando un solo album a paradigma, Medicine Show sarebbe il primo titolo a venirci in mente. È la canonizzazione di un genere, l’album dei ricordi del roots-rock americano, una sagoma da tiro al bersaglio abbandonata in qualche ranch devastato da cowboys senza troppi scrupoli e con troppe cose da dimenticare.

 

Il grigio da cui provano ad uscire i Dream Syndicate con il terzo Out of the Grey è quello che ha avvolto la formazione di Steve Wynn all’indomani del capolavoro Medicine Show e che ha portato via, dopo Kendra Smith, un altro pezzo di storia della band, quel Karl Precoda che aveva regalato i propri sogni visionari alla costruzione del sindacato.

Il gruppo californiano perde un’altra scheggia e, assieme a lei, un altro po’ di smalto. Per trovare un imbianchino in grado di passare diverse mani di vernice (colorata) sulla sfaldatura, Steve scende fino al cimitero della città. Lo trova chinato all’altezza del 45mo sepolcro, intento a restaurare una lapide divorata dalle muffe. Si chiama Paul Cutler. E fa bene il suo lavoro. Anche quando si tratta di restaurare i vecchi bauli del gruppo (basta sentirlo all’opera sul Live at Raji‘s del 1989).

Quello di cui è orfano questo nuovo disco è invece il piano di Tom Zvoncheck che aveva reso classico il suono di Medicine Show e che Steve e Paul si trovano a supplire con un buon bagno nell’elettricità figlia delle cavalcate acide e polverose di Neil Young. Ne vengono fuori pezzi come Boston, Slide Away, Now I Ride Alone o 50 In a 25 Zone, ficcatisi da subito tra i classicissimi del tardo Paisley.

Meno felice il suono troppo artificioso di Dancing Blind, You Can‘t Forget o Forest for the Trees dove si smarrisce il senso di una musica che comincia pericolosamente a rovinare verso l’AOR. Come se qualcuno stesse piano piano sganciando il freno a mano. Come se qualcuno, ad ogni centinaio di miglia, cercasse di cacciare via la polvere dal lunotto azionando i tergicristalli.

Come se qualcuno volesse fuggire dal grigio senza aver ancora dipinto il cielo di blu.

L’atto conclusivo della vicenda Dream Syndicate è un disco che parla di fantasmi.

Fantasmi che hanno un nome e un cognome, come chiarito dalla copertina:

Steve Wynn, Paul R. Cutler, Mark Walton, Dennis Duck.

Ghost Stories chiude nella maniera più scontata una delle più belle storie del rock americano degli anni Ottanta con la cosa più brutta che si possa chiedere ad un gruppo psichedelico: un disco ordinario, oleografico e banalmente muscoloso.

La band che aveva sfidato la new wave riempendo l’aria di chitarre acide e nervose, che aveva teso un’imboscata al rock spingendone la carovana fino al luogo prescelto per l’agguato, lasciandolo sbranare dai canini strappati dalle bocche di Velvet Underground e Television se ne andava via con un paio di ballate al pianoforte come Whatever You Please e l’opprimente Someplace Better Than This, con un orribile boogie figlio degli Status Quo come Weathered and Torn, una I Have Faith che sembra caduta dal secondo album dei Commotions di Lloyd Cole senza che nessuno se ne accorgesse, una parodia della musica da saloon come My Old Haunts e una versione tutta testosterone di See That My Grave Is Kept Clean e la sommessa e amara When the Curtain Falls che prova a ritirare su il manichino di Neil Young senza riuscire a sorreggerlo.

Il sogno è finito.

Ci si alza e si va tutti a casa. Ognuno nella propria. Con l’augurio sotteso che sia lontana da quella degli altri.

Il vino è finito e le rose appassite.

E i fantasmi non riescono più nemmeno a farci paura.

 

Come appendice alla vicenda Dream Syndicate la Normal pubblica il postumo 3 ½ raccogliendo dieci out-takes degli ultimi due album della band californiana, ovvero quelli dell’epoca post-Precoda.

Ovverosia, per perifrasi, non i migliori.

Certamente i meno coraggiosi.

I Dream Syndicate si sono comodamente afflosciati dentro un suono da barrelhouse band che il piano boogie di Chris Cavacas dei Green on Red presente in alcune tracce rende ancora più fedele alla tradizione da club americana portandolo a comporre roba mediocre tipo Killing Time o la lunga e tediosa Lucky.

Del resto anche quando il gruppo prova a tirare fuori il suo lato più rock ecco venire fuori degli insulsi rock scoloriti con la trielina come Weathered and Thorn, Blood Money o Running From the Memory.

Anche la splendida When You Smile, qui fotografata dal vivo, viene ridotta a una pallida pantomima di quelle che in Italia riescono a stupire solo il pubblico di Vasco Rossi.

Dal ciarpame si salva solo la bella The Best Years of My Life, ancora sporca dei vecchi sogni di frontiera del Sindacato.

Qualcuno aveva perso i nastri.

E qualcuno li ha ritrovati.

Qualcun altro ce li ha venduti, senza per questo renderci più ricchi.

 

Non ci son più, i giorni del vino e delle rose:
Fuori da un sogno nebbioso
La nostra strada emerge per un attimo, poi si richiude
dentro un sogno.    

La reunion dei Dream Syndicate tarda ad arrivare ma, come per molte altre band della nostra giovinezza, arriva. Anche non è quel sogno che volevamo fosse.

Dapprima per le solite comparsate nostalgiche, poi nel 2017  per un nuovo lavoro in studio.

Poco importa, per un pubblico sempre più malato di nostalgia, se in camera d’assemblea non si vedranno Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni prima. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet With My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione “asciutta” di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Don’t say you Wynn, don’t say you lose.

                                             

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE FUTURE PRIMITIVES – Into the Primitive (Voodoo Rhythm)

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Oltraggioso garage punk da Cape Town, lungo la strada che dall’Ohio degli Alarm Clocks porta al Giappone dei Routes e all’Australia dei Frowning Clouds passando per la Detroit dei Gories, l’Italia dei Superflui e l’Inghilterra dei Milkshakes.

Antropologicamente legata a quella forma elementare di espressione musicale che fu de-Cryptata da Tim Warren negli anni Ottanta. Johnny Tex, Heino Retief e Warren Fisher suonano come iene che si cibano di carcasse marce di garage rock, desperate rock ‘n roll e surf music. I musi sprofondati dentro quelle viscere spappolate, a tirar su brandelli di carne sanguinolenta, come tre Fiere avide e lungocrinite. Se rispetto ai due dischi precedenti (This Here‘s e la raccolta di scalcinate cover versions Songs We Taught Ourselves) si sente venire a galla una lievissima sensibilità melodica, quest’ultima è sempre soffocata dall’approccio spontaneo, tribale ed animalesco dei tre sudafricani che pare seppellire tutto in un velenosissimo e catramoso latrato rock ‘n roll.

Un disco assolutamente necessario per i maniaci del garage beat a bassissima fedeltà. Gli altri finiranno per odiare il fracasso di chitarra, basso e batteria che si muovono quasi all’unisono, andando a comprare al supermercato le brioscine degli Strypes. Quelle coi grassi idrogenati, la data di scadenza e il numero verde per i consumatori che dovessero rabbrividire nel trovarci dentro un pochino di muffa.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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MOVIE STAR JUNKIES – A Poison Tree (Voodoo Rhythm)

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Ricordate? Per me fu il miglior disco del 2008.

Per gli altri no. Poi l’hype è montato e Melville è diventato un piccolo caso.

Oggi i MSJ sono una band su cui gravano molte aspettative.

I Junkies suonano sporco. Come se dovessero disseppellire cadaveri da un immondezzaio piuttosto che da un cimitero. Appartengono in tutto ad una cultura gar(b)age-punk anarcoide e trasversale. Sciacalli che si cibano di carcasse.

Birthday Party, Scientists, Suicide, Groupies, Not Moving.

Carogne che puzzavano già da vive.

Come puzzano oggi i Movie Star Junkies.

A Poison Tree non delude le attese di cui sopra.

L’aria sinistra di Melville non è evaporata, malgrado le nebbie appaiano diradate, i contorni più nitidi, definiti. Ma ciò che appare non è il rassicurante pratino di Farmville. Piuttosto una selva di ferule dipinta con tinte da surf-noir (Under the Marble Faun, Almost a God, The Saddest Smile) o con piccole galoppate western come The Walnut Tree o Hail. Non credo ci verrà molto da ridere quando arriveranno a sporcare il vostro pub preferito, malgrado stavolta raduneranno più gente del previsto. Cominciate a preparare la segatura.   

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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VERDENA – WOW (Universal)

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Gli album doppi si recensiscono in larga parte da soli, almeno per metà.

Come per l’annuale raduno dei gemelli ogni rock album nato con tale patrimonio genetico, per omozigota o eterozigota che sia, chiama all’adunata la solita lista di illustri predecessori che per essersi macchiati di analogo peccato di superbia ed ambizione meritano di essere aggiunti come appendice contemporanea all’Antropologia pragmatica di Kant.

Nel caso specifico il doppio bianco dei Beatles, Timothy‘s Monster dei Motorpsycho, Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, Daydream Nation dei Sonic Youth, Superunknown dei Soundgarden, Leaves Turn Inside You degli Unwound, Physical Graffiti degli Zeppelin, Odessa dei Bee Gees, Ummagumma dei Pink Floyd, Tago Mago dei Can e via discorrendo.

Mattoni in parte scalfiti dai Verdena per ricavare la malta con cui tirare su queste pareti e usando come impasto collante molta tradizione italiana buia degli anni ‘70, quella del Battisti più empirico, del Battiato sperimentale, della Premiata Forneria Marconi, de Le Orme. Tutta roba che i fratelli Ferrari, per ragioni anagrafiche, non hanno frequentato in tempo reale ma che tuttavia sembra essersi trasformata nel barattolo di marmellata preferito dalla band bergamasca, lasciando ai vecchi torbidi frastuoni grunge solo lo spazio per qualche ruggito sabbathiano (Attonito, Lui gareggia, Sul ciglio) che pare colato fuori dalle pattumiere delle sessions di Requiem.  

Tutto il resto di WOW è invece, in effetti, un disco concettualmente molto vicino allo spirito anarchico degli anni Settanta. Nostri e non, siccome gli ectoplasmi di Van Der Graaf Generator, King Crimson, Who o Quatermass si affacciano dalle finestre di questo edificio infestato dai fantasmi al pari di quelli dei nomi nazionali citati qualche riga sopra.

Elaborato, prolisso e verboso, totalmente fuori dal concetto della fruibilità immediata con cui il formato digitale sta invece educando le nuove generazioni di ascoltatori che, presumo, lo troveranno in larga parte indigeribile, con i suoi pianoforti molli (Castelli in aria), i suoi angoli sinfonici (Tu e me), il suo minimalismo osceno (12,5 mg), le sue tastiere orfane di Pagliuca e Hammill (Le scarpe volanti), i suoi test  polifonici (A cappello), i suoi cantucci pastorali (la Razzi arpia inferno e fiamme scelta per anticipare, a ragione, il contenuto complesso dell’album, NdLYS), i suoi ronzii elettronici (La volta) che abbozzano idee pop talmente fuori dalle orbite radiofoniche da risultare commercialmente temerarie, visto come gira il mercato del disco in Italia e confrontate con la triste parata di canzonette che riempiono le classifiche e i palinsesti che lavorano per plasmare il gusto dei decerebrati che se ne lasciano passivamente conquistare.

La lunga attesa è stata dunque premiata chiedendo in cambio un’ora e mezza del nostro tempo, senza nessuna concessione all’ascolto-biberon.

Un’ora e mezza che non basterà a farveli piacere, questi due gemelli scorbutici che appena riusciranno a balbettare le prime sillabe vi chiederanno di rivedere la vostra opinione sulla musica di quel decennio terribile.

Ora che credevate di avere tutte le risposte, vi toccherà nuovamente farvi delle domande. WOW!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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CHROME – Alien Soundtracks / Half Machine Lip Moves / Red Exposure / Blood on the Moon / Third From the Sun (Lilith)

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La recente acquisizione del catalogo Chrome e la sua immediata ristampa nella prestigiosa collana Dig-A-Log (Vinile 180gr + CD in unica confezione, al prezzo di uno soltanto) mi da l’occasione per tirare fuori una delle storie più sconosciute della storia della musica moderna, ancora oggi avvolta da un velo di mistero duro da penetrare.

Rifletteteci….

Quante foto dei Chrome avete visto in vita vostra?

Una? Forse due?

Magari siete stati davvero avidi e tenaci e ne avete viste tre o quattro.

Ma davvero non di più.

Fate mente locale e fate i vostri calcoli.

I Chrome non avevano un’immagine pubblica ma un immaginario.

Un immaginario fortissimo di identificazione con l’alieno che fa paura, l’ignoto mutante che viaggia di galassia in galassia, il truce viaggiatore del cyberspazio, il dirottatore delle sonde interplanetarie.

Vascelli pirata.

Pattumiere interstellari dove giacciono le scorie di satelliti che non avranno mai nessun porto d’attracco.

L’Universo Parallelo.

Svegliati Neo. Matrix ha te. Segui il coniglio bianco.

Alien Soundtracks, il dissestato disco che dopo i tribalismi marocchini di cui è disseminato il disco di debutto apre il varco all’ingresso di Helios Creed sulla nave spaziale di Damon Edge: è la torre di Babele del Sistema Solare.

Suoni sovrapposti, frequenze dissonanti, fruscii, feedback futuribili, lerciume elettrico, fusibili che fondono, sibili di cherosene, lamiere soffocate dal ghiaccio.

The Monitors suona come se l’astronave degli Stooges di Fun House fosse andata ad impattare con quella degli Hawkwind di In Search of Space mentre la filastrocca demenziale di ST37 sembra rimettere in sesto le “macchine” di Lothar and The Hand People, Slip Into the Android è una sinfonia dislessica, un tritacarne dove vengono maciullati i corpi del prog-rock e del free-jazz, Chromosome Damage sono i Germs chiusi nella cabina di pilotaggio mentre Derby Crash sputa sul finestrino, All Data Lost è il rumore del vostro hard disk che fonde e va in loop mentre ascoltate Are You Experienced?

Un groviglio parossistico di psichedelia, progressive, krautrock, motor city sound, space rock, di Grateful Dead e Brian Eno, di Frank Zappa ed MC5, di Faust e Jimy Hendrix, di Destroy All Monsters e Gong.

Un concept album svitato e zappiano sulle avventure di Pharoah Chromium, un alieno abitante del pianeta Grux.

Del resto Helios Creed, hawaiano di nascita e californiano di adozione, è uno che vanta almeno due o tre “incontri ravvicinati” con marziani e venusiani.

Molto più probabilmente li ha solo sognati, e ora brama di dipingerli in musica.

La ristampa Lilith aggiunge in coda l’ambientale The Manifestation (of the Idea) uscita qualche anno dopo come inedito sulle raccolte Chrome Box e No Humans Allowed.

La seconda bestia di questa apocalisse sonora si intitola Half Machine Lip Moves, ancora più sfilacciato del precedente, sembra pensato sotto una pioggia stellare che si riversa a conati. Eppure quello che passa sotto queste tempeste di rumore è ancora puro, secco garage rock. TV As Eyes o March of the Chrome Police sono permeate dalla stessa trivialità dei Sonics, dei Dogs, degli Stooges, dei Monks, dei primi Stones anche se tutto viene macinato dalle ruote dentate di mostri bionici come Mondo Anthem o Half Machine Lip Moves.

Le tre bonus della ristampa sono i tre pezzi della storica raccolta Subterranean Modern dedicata alla destabilizzante scena new wave di San Francisco e alla quale i Chrome regalarono Anti-Fade, Meet You in the Subway e, come gli altri, una sovversiva versione di I Left My Heart in San Francisco, una vecchia canzone gay portata alla notorietà da Tony Bennett.

Red Exposure sfiata e de-umanizza il suono della band di San Francisco.

Gli spigoli sonori vengono arrotondati, i rumori di chitarra ammorbiditi dall’uso del flanger e piegati al suono delle macchine.

John Cyborg vuole la sua parte da primo attore. E la ottiene.

Si veste da drugo e mette su queste impalcature di drum-machines attorno alle quali i Chrome allestiscono una serie di idee improvvisate in studio, lo stesso frequentato in quei giorni dai Dead Kennedys di Fresh Fuit For Rotting Vegetables e dagli MX-80 per Out of the Tunnel.

Stessa aria electro-punk si respira nei due pezzi del 12” Inwords inclusi qui come bonus assieme al messaggio robotico di Informations, retro del singolo estratto dall’album.

Blood on the Moon riveste il suono dei Chrome di una patina gotica che li avvicina alle compagini dark, industrial e art-punk di oltre Oceano, Throbbing Gristle, Killing Joke e Wire in testa.

Il suono è compresso e tenebroso, fustigato dall’implacabile martellìo della batteria elettronica, una sequenza di brutalità non lontane da quelle che stanno avviando a Chicago i Big Black di Steve Albini e che più tardi metteranno in moto altre band estreme come Jesus Lizard e Nine Inch Nails.

Sono plotoni e squadriglie della morte che avanzano verso di noi. Implacabili e più scure delle loro stesse ombre.

E che per la prima volta, dopo quattro anni, decidono di salire su un palco.

Lo fanno in Italia, all’Electra Festival di Bologna nel Luglio del 1981.

La traccia bonus di questa reissue ne documenta qualche minuto di improvvisazione free ma se volete gustarvi per intero quello che probabilmente è il debutto live più tardivo della storia del rock, potete procurarvi il bootleg Chromosome Damage pubblicato nel 1986.

A chiudere questa tornata di ristampe arriva pure 3rd From the Sun, hendrixiano nel titolo e scuro nei contenuti, intossicato da un frastuono metallico impetuoso ed androide precursore delle derive cyber-metal di una band come i Voivod da cui viene travolta anche la moglie di Edge Fabienne Shine che diventerà membro stabile della band fino alla separazione dal marito nel 1995, poco prima che Damon partisse veramente per le galassie .

Le bonus sono stavolta riservate all’ultimo singolo della coppia Creed/Edge che esploderà nel giro di un anno tra rancori, fobie e beghe legali.

Qualcuno ha precorso i tempi, qualcuno li ha semplicemente seguiti ma i Chrome hanno fatto un viaggio folle e solitario.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Half-Mute (Ralph) / Desire (Ralph)

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Immaginate la sala da ballo de Il Gattopardo popolata degli scheletri della Danse Macabre. 

In un angolo del salone un’orchestra che suona note intagliate nel ghiaccio, sputando aria gelida sui brandelli di macramè, sui divani broccati, sulle radiche di noce, sugli specchi e sui lampadari di ambra e cristallo.

Sembrano venire da un altro pianeta.

O forse da un po’ più vicino, dalla Luna.

Fanno musica da camera pensando a quelle del Castello di Elisabetta Bàthory, su a Cachtice.

Nei salotti perbene dell’Old Europa, all’epoca, non li conosce ancora nessuno anche se il gruppo (che in realtà viene da San Francisco, e non dai crateri lunari) ha più di un riferimento con certa musica elettronica europea di stampo krauto.

E difatti lì finiranno, dopo pochissimi mesi.

Prima a Rotterdam, quindi a Bruxelles.

A musicare balletti, pièce teatrali, set d’avanguardia, mostre d’arte e altri dischi.

Tutti assieme, divisi, in duo, in trio. Molti belli, qualcuno brutto. Altri inutili. 

Ma sono i primi anni, come accade quasi sempre, quelli per cui vale la pena spendere tutto.

Piccoli capolavori sospesi tra decadentismo, avanguardia, jazz ed elettronica.

Half-Mute è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City Collage di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.

Un disco che oggi soffre il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea.

Half-Mute rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili.  

Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.

Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.

Half-Mute è, oggi come allora, un disco che non scalda.

Half-Mute è una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.

Agghiaccianti canzoni come 59 to 1, Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco.

Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo disco sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the Clouds.

La band porta il disco sui palchi del Vecchio Continente mostrandosi permeabili alle drammatizzazioni del ballo contemporaneo e del teatro di avanguardia con cui vengono in contatto e a cui rubano nuovi elementi che elaboreranno nel secondo album.

La musica che abita Desire è una musica da ballo che annienta il movimento, che ti strangola. Ma lo fa con l’eleganza di un elastico da papillon.

Ha queste curve discendenti come quelle di East e Again che debbono suonare un po’ come il rumore dell’acqua dentro le orecchie di chi sta decidendo di affogare dentro il Danubio blu.

C’è quest’aria di frac sporcati di tamarindo e succo di pera che si muovono dentro il vortice del valzer annoiato di Jinx.

Ci sono i loro cadaveri che gemono su Victims of the Dance.

C’è il retrobottega da emporio cinese di Music # 1.

C’è la musica algida da Spazio 1999 di Incubus e In The Name of the Talent.

C’è il siparietto da film muto di Holiday for Plywood.

E c’è l’elettronica nera della title track, fitta come la pioggia dell’ultimo fotogramma di Blade Runner.

Piove, dentro la musica dei Tuxedomoon, come sugli zigomi di Roy Batty.

E i nostri cuori ne raccolgono.

Come grondaie sotto cieli di piombo. E di silicio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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