TUMBLEWEED – The Waterfront Years 1991-1993 (Aztec Music)

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La prima notizia sarebbe che i Tumbleweed si sono riformati.

Ma siccome le reunion non fanno più notizia, passo alla seconda: la Aztec Music rimette in circolazione la discografia indipendente della band grunge di Tarrawanna nata dalla fusione di Unheard e Proton Energy Pills. C’è dentro tutto il materiale pubblicato per la Waterfront, corredato dagli splendidi disegni di Lenny Curley che la band utilizzò in larga parte per vestire le proprie uscite discografiche e che contribuirono a legittimare l’adozione dei Tumbleweed nel novero dei gruppi di estrazione proto-stoner. L’iniziale amore per il garage rock (qui documentato dalle rendition di Mr. Pharmacist o Sweet Young Thing) viene infatti travolto da uno tsunami di riff sabbathiani  (Daddy Long Legs, Ocean, Sundial) e distorsioni figlie di Dinosaur Jr. (Acid Rain) e Kyuss (Shakedown, Atomic).

Non tutto è rimasto ben saldo nella nostra memoria ma non è proprio a questo che serve sfogliare le foto? In ventanni è successo di tutto, anche insabbiare il nostro passato, figurarsi ricordare i Tumbleweed.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

The+Waterfront+Years+1991++1993+tumbleweed

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THE HOT RATS – Turn Ons (Hot Rats Records)

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Vi siete accorti di niente?

Uhm….vi aiuto…..

The Crystal Ship invece che Break On Through.

Big Sky invece che You Really Got Me.

Queen Bitch invece che Ziggy Stardust.

E.M.I. invece che God Save the Queen.

I Can‘t Stand It invece che Sweet Jane.

Bike invece che Lucifer Sam.

Dunque?

Ancora niente?

Va be’….il gioco è semplice e ha una sua efficacia.

Tirare fuori dei brani su cui tutti abbiamo sbattuto il naso più volte.

Canzoni familiari, ma non troppo sputtanate.

Di quelle che sai per certo che le hai già sentite ma che mentre le risenti chiedi già al compagno di fianco il dove, il quando, il come, il con chi. 

I Supergrass (che di loro si tratta, lo sapete) insomma fanno i furbi.

E sono certo che saranno sui cartelloni di almeno metà dei Festival estivi di quest’anno.

L’anno prossimo poi nessuno se ne ricorderà più.

Ma questo non è colpa loro. Qualcuno tra voi ricorda ancora qualche side-project?

Qualcuno ricorda gli A Perfect Circle? I Brad? I Glove? I Probot?

Qualcuno spera già da ora che sarà diverso per i Them Crooked Vultures o per gli Hot Rats tra cinque o sei anni?

Ma il disco, dicevamo, funziona, anche se non rifai Bike con il campanellino della tua bici o E.M.I. senza la pernacchia conclusiva.
Spogliandole un po’ delle suppellettili che sono loro necessarie, ma non indispensabili, per vivere.

E funziona si perché Nigel Godrich, Gaz Coombes e Danny Goffey sanno il loro mestiere piegando spesso i brani alle loro esigenze (l’esempio più efficace la stravolta versione acustica e in falsetto di Fight For Your Right ma pure Damaged Goods o Up the Junction, NdLYS) ma anche perché di dischi che riescono a divertire dall’inizio alla fine non ce ne sono più. E qui il “già sentito” funziona sempre.

È come fare un puzzle coi pezzi della tua vita.

Di quando amavi Jim Morrison perché faceva fico con le ragazzine.

Di quando scopristi che i Pink Floyd avevano una vita precedente a The Dark Side of the Moon e che era migliore della successiva.

Di quando credevi negli eccessi dei Sex Pistols. Con e senza pernacchie.

Di quando ti chiudevi nella stanza a fare l’air guitar sui riff tamarri dei Beastie Boys.

Di quando ballavi le canzoni dei Cure sbavando di rossetto e saliva.

E poi, diciamocelo francamente: chi non vorrebbe poter suonare canzoni così?

I Supergrass lo hanno fatto.

Facendo un torto a nessuno e dimostrando come valgano più di tanta robaccia che oggi vi vendono su Itunes a 99 centesimi al chilo.

 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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