JANE‘S ADDICTION – The Great Escape Artist (Capitol)

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Com’era? Si nasce incendiari e si muore pompieri.

Si, mi pare fosse così.

Oppure: si nasce Jane‘s Addiction e si muore U2. Si comincia preparando la brace dove far arrostire il vecchio rock dei supereroi e si finisce soffiandoci sopra per evitare che la carne si asciughi. Si inizia scrivendo una cosa tossica come Pigs in Zen, si continua scardinando le vetuste architravi dell’ hard rock e si finisce per fare reunion su reunion, una più milionaria dell’altra. Perché nel frattempo ai vecchi vizi se ne sono aggiunti (loro assicurano “sostituiti”) di nuovi, come i vestiti firmati e gli accessori con le griffe bene in mostra, esibendo un bel D&G al posto del Parental Advisory che stava sui primi dischi.

I Jane‘s Addiction non fanno più paura. Si sono addomesticati e noi li possiamo accogliere in casa, adesso. Benvenuti nel nostro piccolo mondo domestico, stelle del rock.

The Great Escape Artist è, già dal titolo, un disco in fuga dal passato, carico di suoni stratificati e sovrapposti, turgidamente psichedelici ma senza quel soffio di follia della Jane tossica, ormai del tutto evaporata. Cose come I Can‘t Party Anymore o End to the Lies sono più vicine alla furia strozzata dei Porno for Pyros che all’hard rock mutante degli anni del buco. Un disco rock da comunità di recupero, insomma. Perché si può essere osceni in tanti modi. Scegliete quale più vi aggrada.

 

                                                               Franco “Lys” Dimauro

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U2 – October (Island)

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A risentirlo adesso, dopo esserci sorbiti le parate militari, le planimetrie del geometra Brian Eno, i megaconcerti da luna park, gli appelli alla Nato, le foto con le sbarbine, le disco-connection, le colonne sonore, le raccolte posticce, le ristampe bulimiche, i dischi inutili di cui nessuno si ricorda più manco il titolo, sembra passata un’intera era geologica. Di più: a confronto con gli U2 alieni di Zooropa o Pop, i veri marziani sembrano questi qui.

Gli U2 di October.

Piccoli e fragili.

Nessuno aveva ancora scommesso un’oncia su di loro. E qui in Italia, ricordiamolo, non se li filava nessuno. Troppo “classici” per i lettori di Rockerilla, allora affascinati dal grigio e nero della stagione dark-wave, troppo “outsiders” per quelli di Ciao 2001, ancora legati a feticci come Patti Smith o i Clash. Tutti, anni dopo, avrebbero rivendicato il primato della lungimiranza raccontando paradossali aneddoti sulla propria lunga militanza tra i fan del gruppo.

Storie di italiette piccoline, e di piccoli italiani.

Questa è invece la storia di una band irlandese e del più irlandese tra i dischi di questa band irlandese. October, nonostante il titolo e i toni autunnali, viene inciso durante l’estate del 1981, in parte con testi improvvisati: l’originale stesura dei testi viene infatti sottratta a Bono durante un concerto a Portland e restituita solo 23 anni dopo (ad….Ottobre… NdLYS).

La musica, pur proseguendo nei toni epici del debutto dell’anno precendente, si copre di toni mistici iniziando un confronto umano e artistico con Dio che durerà per qualche anno e verrà definito uno dei migliori “album Cristiani” mai realizzati.

Come allestire una trincea dentro una sacrestia. 

Ma October è soprattutto un disco umorale, cagionevole.

Ha un suo sapore di foglie secche e di cristalli di ghiaccio che non ritroveremo in nessun altro disco degli U2. Come quello racchiuso nei due minuti della traccia che intitola l’album, con The Edge per una volta seduto al piano a tratteggiare questa melodia in minore e Bono a sussurrare un lamento crepuscolare mentre la lancetta dei secondi picchia sul quadrante dell’orologio come pioggia sui vetri.

È il piano bar più triste del mondo e noi siamo seduti al tavolo col bicchiere ormai vuoto come orbite in un cranio senza vita.

Tomorrow risuona di albe celtiche, carica di una drammaturgia epica e decadente e al contempo greve e luttuosa.

C’è molta Irlanda dentro October, anche quando la cornamusa di Vincent Kilduff dei General Humbert (gruppo tradizionale di musica celtica di Dublino, NdLYS) è chiusa nella sua buffa custodia. Merito soprattutto della produzione di Steve Lillywhite che toccherà in breve l’apice di questo chitarrismo pirotecnico con la produzione dei Big Country.

C’è molto dolore e molta rabbia.

Disegnate con ombre lunghissime, come quelle del tramonto.

I concerti sfavillanti le cancelleranno sostituendole con quelle mutanti proiettate dai fari ad incandescenza. Ma a quel punto, nessuno più avrebbe guardato a terra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STRANGLERS – IV: Rattus Norvegicus (United Artists)

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Nessuno parla più degli Stranglers. Ne’ nel bene ne’ nel male.

Così è molto plausibile pensare non manchino a nessuno.

Proprio ora che tutti provano a suonare come loro, come i Sound o come i Chameleons, delle loro ombre non c’ è quasi traccia sulle riviste, nemmeno quelle online. Curioso.

Certo curiosi gli Stranglers lo sono stati anche loro e per niente simpatici.

Forse addirittura la band meno simpatica della storia della new-wave inglese.

Razzisti e sessisti non solo a parole ma anche a fatti, tanto da mettere le mani sulle tette delle femministe che spesso manifestavano ai loro concerti e molestarle fino a vederle scappare. E per farsi rappresentare non scelgono una linguaccia come gli Stones e nemmeno un dirigibile come i Led Zeppelin ma un sorcio.

Un rattus norvegicus.

Che detto così ha pure un suo sapore epicamente nobile da saga nordica, ma che altro non è se non un topo di fogna. A lui dedicano il loro primo album, nel 1977.

Un disco strano, che suona come nessun altro uscito in quell’anno lì.

Perché, al di là dell’immagine pubblica sinistra ed oltraggiosa, gli strangolatori suonano come i Doors. Che nell’anno del doppio sette non è proprio un complimento. Per gli standard dell’epoca un assolo sovrapposto di chitarra e tastiere come quello di Sometimes che parte dopo appena 1 minuto e mezzo dal primo solco è noioso quanto quello di Light My Fire.

Difficile dar loro torto ma è su questo barocchismo ricercato ma un po’ pacchiano che gli Stranglers costruiscono il proprio stile, più avanti rappresentato dalla terribile ballata Princess of the Streets, dalle smaniose scale di synth e di sax che affollano Grip o dagli otto minuti convulsi di Down in the Sewer. Le cose migliori restano Goodbye Toulouse suonata coi nervi a fior di pelle e cantata da Hugh Cornwell con un’insolenza amorevole, il reggae balordo di Peaches, la succinta London Lady che Peter Perrett in parte userà come canovaccio per l’inarrivabile Another Girl, Another Planet e le boccacce beefheartiane di Ugly.

Gli Stranglers di Rattus Norvegicus colevano essere odiati da tutti, anche dai punk.

E il tempo darà loro ragione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE ANOMALYS – The Anomalys (Slovenly)

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Ecco un disco che non passerà mai sulla radio.

Gli Anomalys stanno sul cazzo già dal nome (ops….NdLYS) e non fanno niente per rendersi simpatici. Qui dentro non c’è niente che possa essere ricondotto ad una forma addomesticata di rock ‘n roll, ad un uso didattico della materia musicale.

Gli Anomalys suonano come una qualunque band di criminali di Killed By Death o di Glimpses: disperati e senza alcun futuro.

Sberle garage-punk come Kiss ‘n Ruin o Sorry State sono oggi l’unico vero approdo  del Gories-pensiero.

Scure come le voci verdi e viola dei We the People e sporche come i pisciatoi del CBGB‘s durante i Matinee Days.

Fastidiose come tafani e rumorose come il primo gig dei Germs e il Controversial Negro di Spencer.

Tenete la bocca chiusa, che qui vi salta qualche dente.

 

 

                                                                                              Franco “anomaLys” Dimauro

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