AA. VV. – In Fuzz We Trust (Stag-O-Lee)

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A Rudi Protrudi piace farsi guardare l’uccello.

Non c’è niente di male, piace anche a me.

Si chiama esibizionismo ed è perseguibile per legge. E a Rudi tocca stare in guardia. Anche perché mi pare negli ultimi anni stia un po’ esagerando.

Le vittime adesso sono gli anziani.

Dopo i figli illegittimi che hanno trovato riconoscimento legale sui due volumi di Illegitimate Spawn, su questa In Fuzz We Trust che ne rappresenta idealmente il terzo volume tocca ai padri putativi del suono fuzztonico gingillarsi col membro di Mr. Protrudi.

Solo che i vecchietti, si sa, sono viziosi.

E così spesso danno un’occhiata al loro, di uccello. Magari per vedere se funziona ancora. Capita ad esempio a quel che resta degli Shadows of Knight che suonano I Never Knew sognando ancora di Gloria. O agli Electric Prunes che aprono All the King‘s Horses con lo stesso vibrato di I Had Too Much to Dream (Last Night). O a Craig Moore che dirotta con gli Arrows She‘s Wicked dalle parti della Blackout of Grately dei suoi Gonn. O ancora i Vanilla Fudge che ci introducono a Black Box come fecero con la Eleonor Rigby quarantasei anni fa o ai Monks che predicano su Hurt On Hold come se suonassero la loro Monk Time.

Insomma, per essere “il più grande disco tributo mai registrato” come strillano le liner notes, ce ne passa. Anche se immaginiamo la goduria di Rudi nel vedere molti dei suoi idoli di sempre sotto la sua cappella (quella sacra e quella profana, NdLYS).

Le cose migliori arrivano da una Ward 81 suonata in tandem dai Pretty Things e dai Plasticland con uno splendido e folle cameo di Mr. John Zacherle in persona, da una Avalanche suonata con vigore da Mr. Davie Allan, da una Look for the Question Mark rifatta dall’orgoglio nostrano Stange Flowers che avevamo già goduto a sentire su Illegitimate Spawn e che qui vede la partecipazione di Wally Walzer dei Pretty Things e dalla spavalda e proto hard Black Box griffata Vanilla Fudge.

Il resto è pura curiosità.

Una roba facile da saziare.

Mica come l’uccello.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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COUNTING CROWS – August and Everything After (Geffen)

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Puoi cantarlo parola per parola, come un disco degli Smiths. O immaginarti piccolo e minuscolo come un granello di polvere sbattuto dal vento sulla tela della grande bandiera americana. È Agosto. E tutto quello che viene dopo, che in genere è l’autunno. È il dolore vulnerabile e la malinconia inquieta della post-adolescenza. È la domenica mattina della vita, quella in cui ti svegli con un leggero mal di testa e lasci ammonticchiarsi le cose che ti eri promesso di fare. Quel breve attimo infinito che separa la emme dalla enne sulla tastiera E.161 del tuo telefono. Quell’uggia carica di buoni propositi, di chiazze grigie e bianche che si muovono dentro la tua testa come nuvole gravide nel cielo di Novembre.

Questo è August and Everything After. Retoricamente abbarbicato alla più tradizionale musica radiofonica americana eppure così pregno di parole e di carezze alle cui lusinghe è impossibile sottrarsi. Perché ognuno ha le sue ferite da leccare o nascondere. Un piccolo tormento al cui dolore non si può fuggire, neppure su quel treno carico di fuliggine e di conversazioni inutili che passa sopra Raining in Baltimore. Un tallone scoperto che abbiamo dimenticato di immergere nello sciroppo di superbia ed orgoglio, un muscolo che abbiamo lasciato svestito mentre indossavamo il nostro cappotto ordinario. Quello per andare a lavoro. Quello per prendere i bambini a scuola. Quello per accompagnare la mamma dal medico. Quello da appendere dietro la porta di casa, per vestirsi di un dolore nuovo, meno elegante. Un dolore da salotto.   

E poi? Cos’altro vi serve sapere? Che è stato prodotto da T-Bone Burnett? Che sono in cinque? Che dentro ci trovate le chitarre e pure la fisarmonica? Che potrebbero essere i Los Lobos che provano il repertorio dei Pearl Jam? O che potrebbero essere i R.E.M. alle prese con la musica della Band? Che tutti penseranno che Mr. Jones è dedicata a Dylan quando invece è dedicata a un altro Signor Nessuno della provincia americana (Marty Jones)?

È questo quello che vi serve?

Cominciate a contare i vostri corvi, piuttosto.  

Uno per il dolore, due per la gioia, tre per le ragazze e quattro per i ragazzi,

cinque per l’argento, sei per l’oro, sette per un segreto da non raccontare mai.

Certe volte il piacere cade giù come la pioggia. Altre volte è il dolore.

August and Everything After sta proprio lì in mezzo.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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