MONSTER MAGNET – Spine of God (Glitterhouse)

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Oltre lo stoner.

Oltre il metal.

Oltre lo space rock.

Dentro la follia drogata di una psichedelia distorta e fumosa.

Signori, chinate il capo davanti alla più grande hard rock band degli anni Novanta.

Direttamente da Red Bank, New Jersey e già pronti per le stelle.

Dopo due demo e un mini album che annunciavano la minaccia imminente, ecco arrivare Spine of God ad annebbiarci i sensi, carico di sporcizia e catrame.

Un oscilloscopio che traduce visivamente le frequenze comprese tra il muro di fuzz di Ron Asheton e i generatori di rumore di Dik Mik.

C’è molto Stooges e molto Hawkwind qui dentro.

Ma ci sono pure Sam Gopal, i Black Sabbath e i DMZ.

C’è molta eroina, tanta da schiattare.

Spine of God ha un suono dopatissimo e fondente come metallo sciolto.

È heavy metal suonato da una garage band di New York sfatta di crack.

Figlio degenere del Detroit sound malato di Death e Stooges.

Rozzo e depravato fino all’oscenità, tinto di un misticismo grottesco fino al paradosso, completamente immerso nei fumi del THC, Spine of God non lascia tregua, è un continuo allerta ai sensi, un pressante, stordito viaggio dentro le fauci dell’Inferno.

Qui dentro niente più esiste se non voi e la vostra scimmia.

È un posto dove la paura diventa tangibile, palpabile e abominevole.

Disegna ombre sul muro, e non hanno la forma dei gabbiani ma quella di una spada con l’ago al posto della lama. Qui incombe la morte e la sua icona.

Spine of God è il nostro fantasma che viene a prenderci per mano per portarci dove non vorremmo. Lo senti camminare strisciando sul pavimento, lo senti ridere e urlare, ne avverti la presenza nelle viscere mentre cerchi una via di fuga che non troverai.

Oggi, 28 Febbraio 1992, il metal muore.

Lunga vita ai Monster Magnet.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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VIRGIN PRUNES – …If I Die, I Die (Rough Trade)

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Il Lypton Village non è un villaggio turistico per accogliere con sorrisi di cartapesta i visitatori della vecchia Irlanda. Ma è una comune punk un po’ matta che cerca di mettere scompiglio nella calma della Dublino degli anni Settanta ispirandosi al teatro estremo, all’arte figurativa, alle musiche sperimentali, agli spettacoli delle atrocità. Gli agitatori culturali della città entrano ed escono da questo collettivo spontaneo e un po’ folle.

È dentro questo pentolone che nasce e si sviluppa l’idea del progetto Virgin Prunes.

Derek Rowan e Fionan Hanvey sono tra gli attivisti più esagitati assieme a Paul Hewson, che da lì a breve andrà a fondare gli U2 portandosi con sè il nome che Derek e Fionan gli hanno appiccicato addosso: Bonavox. Proprio come quel negozio di apparecchi acustici che ha aperto sulla North Earl Street.

Le storie delle Virgin Prunes e degli U2 si incroceranno decine di volte, da lì in avanti. Perché Dik Evans, il chitarrista che Derek (Guggi) e Fionan (Gavin Friday) hanno reclutato è il fratello di The Edge, il chitarrista che invece si è scelto Bonavox per dare compimento alla sua idea di combat rock fiero e impegnato. Ma non solo. Lo splendido e inquietante bambino ritratto sulle copertine di Boy e War non è altro che Peter Rowen, il fratellino di Guggi e Trevor Rowan nel frattempo diventato bassista delle Prugne Vergini. Nel 1992 Gavin Friday partecipa come corista alla cover di Satellite of Love scelta come B-side del singolo One mentre l’anno successivo Bono e The Edge ricambiano partecipando al suo Shag Tobacco. Intanto Gavin lavora con Bono alla colonna sonora di In the Name of the Father.

Torneranno a farlo anni dopo per la colonna sonora di Moulin Rouge e per quella di In America mentre lavorano alacremente alla riedizione di Peter and the Wolf di Prokofiev.

Gavin e Bono diventano anche soci in affari aprendo un locale ultra-kitsch su Suffolk Street, al centro di Dublino chiamato Mr. Pussy‘s Cafe De Luxe.

I Virgin Prunes però erano un’altra cosa.

Non solo musicalmente ma concettualmente.

Si ispirano ad Antonin Artaud e mettono in scena uno spettacolo dove fondono arte medievale e teatro, improvvisazione e dadaismo, scorie di musica industriale e scarti di cultura tribale, travestitismo e avanzi di paganesimo gotico.

Sono delle maschere di cera che recitano il culto dell’eccesso.

Del resto sono musicalmente degli inetti. Fanno chiasso, tanto.

E si ostinano a coinvolgere i naufraghi del punk in spogliarelli allucinati, in mutilazioni simulate o a sottoporsi ad umilianti bagni di merda.

Merda d’ artista, come quella di Piero Manzoni.

Solo che mentre quella stava innocuamente chiusa dentro una boccia di vetro come del pesto genovese, quella delle Prunes era spalmata sugli stretti tunnel di plastica dentro cui il pubblico era costretto a strisciare per entrare a vedere la loro esibizione di “avanguardia”. Ma musicalmente, come si diceva, sono un oltraggio all’udito.

A mettere un po’ d’ordine in quella cacofonia di voci imploranti da corsia psichiatrica e mazze da circo degli orrori è Colin Newman.

È lui a mettere ordine nella cesta delle Prugne.

Non scarta il marciume, semplicemente lo nasconde. Come i fruttivendoli.

È l’arte del vendere messa a disposizione dell’invendibile. E, d’improvviso, il rumore delle Virgin Prunes diventa musica. Trova una via di uscita dal claustrofobico cubo di plexiglass in cui sembrava imprigionata.

…If I Die, I Die è un disco oltraggioso ma penetrante. Un cavallo di Troia usato per scardinare i sicuri portoni del perbenismo borghese. Una messinscena pateticamente volgare, sfacciata, annegata nell’eccesso grottesco di una teatralità così esibita da essere oscena. Le Prunes mettono in scena un dramma che è soprattutto psicologico, inscenato pensando tanto al cabaret decadente di Kurt Weill quanto ai sabba della Walpurgisnacht, alle folli danze blasfeme del lebbrosario di Pratofungo e ai rituali di purificazione della Regola Coenobialis.

L’ingresso questa volta non è cosparso di merda perché adesso si entra in un vero e proprio tempio e quando si schiudono le porte, ad accoglierci è Ulakanakulot: un corridoio pieno di cocci di vetro e brandelli di velluti persiani. Echeggiano campane tibetane e tamburi rituali ad accompagnarci al cospetto degli officianti. Decline and Fall è il requiem d’iniziazione.

Sweethome Under White Clouds. Entrano le fiaccole. In fila indiana. Uomini incappucciati le reggono sui palmi delle mani, senza bruciarsi e senza venirne rischiarati. Hanno il passo quieto di una processione funebre. Si dispongono in cerchio. Le voci si sovrappongono, una sull’altra. Una sembra quella di un folle.

Una sagoma smagrita suona il clarinetto reggendosi su un trespolo.

Poi i tamburi si fanno largo, tra una pioggia di cristalli. È Bau-Dachong.

Un arpeggio limpido di chitarra risuona dentro un diluvio di rumori in caduta libera.

Dalle feritoie lungo le pareti entrano piccole lame di luce. La stanza si riempie. E la cerimonia collettiva ha inizio. Dapprima sulla danza araba di Pagan Lovesong quindi sul glam di Baby Turns Blue, poi sugli scampanellii rassicuranti di Ballad of the Man che riporta la follia delle Prunes dentro gli schemi della ballata post-punk e della parodia pop.

È proprio allora che Gavin, il Cerimoniere Supremo, chiama all’adunata i suoi servi.

Partono le invocazioni. Le mura di Jerico sono destinate a cadere. Ed ecco incunearsi il torbido sospetto che tu ci sei appoggiato. Ma è troppo tardi.

Quando la danza sufi che accompagna Caucasian Walk è diventata un vorticoso girotondo di anime dannate, le mura di stanno già sgretolando spegnendo il canto dannato in un tumulo di polveri e macerie. L’Officiante Supremo è l’unico a lasciare il tempio sulle sue gambe, declamando versi di Oscar Wilde.

Tutto è compiuto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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KING KHAN AND THE SHRINES – Idle No More (Merge)

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Dio Khan!

L’estate è finita e il disco dell’estate arriva adesso che le donne cominciano di nuovo a coprirsi.

Ispirato dal movimento per i diritti civili nato in Canada lo scorso Dicembre, Mr. King Khan (che Canadese è di nascita) rimette in piedi in fretta e furia i suoi Shrines lasciati a marcire per un intero lustro e assembla un nuovo, straordinario disco.

Un album che più di ogni precedente profuma di aromi sixties, nel consueto narghilè dal sapore boogaloo. Meno tossico rispetto a certi fumi che uscivano fuori dalle feritoie di What Is?! che lasciavano immaginare gli Shrines come una moderna versione della band di Sun Ra.

Qui sembra di stare con un piede ficcato nei dischi dei Love e il sedere infilato dentro il juke box che passa Nino Ferrer.

Un disco festoso, finchè non arriva il buco in gola di Darkness. Un atto di dolore che inaugura lo spazio dedicato al ricordo di Bobby Ubangi (Bad Boy), Jay Reatard e Jay Montour (So Wild). Due ultime pacche sulle spalle degli amici andati a far baldoria altrove.

Of Madness I Dream, inizialmente pensata per intitolare l’intero disco, è la ballata scivolata giù da un disco degli Stones (Beggars Banquet? Sticky Fingers? Let It Bleed?) che ci sorprende quarantenni bisognosi di un sogno per cui poter ancora sanguinare.

Un giorno farò una festa e inviterò tutti gli amici che mi sono rimasti.

Mi basteranno due metri quadrati e un disco di King Khan.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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THE BLUE VAN – Love Shot (Iceberg)

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E ci siamo giocati anche questi.

Non che fossero una band indispensabile però delle belle cose le avevano sempre tirate fuori, dal cofano del loro Blue Van.

Love Shot invece, a parte una copertina soft-porno in pieno seventies-style (chi si ricorda quelle eroticissime degli Ohio Players? NdLYS) comincia subito male, con un rockazzo che ricorda le cose (e non le migliori) di Billy Idol.

Non va meglio lungo il resto del disco, tra scopiazzature dei Primal Scream di Give Out But Don‘t Give Up (Love Shot) e dei Wolfmother (la bolgia heavy prog di You Live, You Learn, You Die) quando non dei Rooney (il singolo mooolto radio-oriented Fame and Glory). Ma il peggio arriva nelle ballatone stuccose e appiccicose di violini che un paio di volte vorrebbero farci provare il brivido della canzone d’amore e invece fanno venire quello del blocco intestinale.

E a poco serve fare un booklet con gli accordi dei pezzi e con la pubblicità della Wrangler se poi suoni scontato come il palinsesto di Virgin Radio.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLACK MOUNTAIN – Wilderness Heart (Jagjaguwar)

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La prima cosa che ho notato è stata la somiglianza sputata tra Sadie, il pezzo che chiude Wilderness Heart e When I Come Home, il pezzo che chiudeva Moonshiner dei Boohoos, più di venti anni fa.

Che non è un difetto. Anzi, ce ne fossero di pezzi come quello.

Però è l’ennesimo segno che tutto è stato già detto, e meglio.

E i Black Mountain lo sanno.

Le loro canzoni sono farcite di creme assaggiate così tante volte da avere la nausea anche solo a nominarle, così ve le risparmierò.

Del resto basta aprire qualsiasi ricettario online per leggere gli ingredienti.

Anche Wilderness Heart è dunque costruito come i due album precedenti su questa unione tra sapori folk, hard rock e progressive.

Anche qui, come sugli altri, dopo un po’ ci si annoia. E non è che si debba andare oltre i dieci minuti per avere il primo sbadiglio. Che qui ha il titolo di Radiant Hearts ma potrebbe benissimo avere quello di Roadrunner, Buried By the Blues o The Space of Your Mind. Le occasioni per assopirsi sono talmente tante che quasi mettono soggezione. Soprattutto se hai invitato gli amici ad ascoltare quello che da più parti viene annunciato come uno dei dischi più caldi della stagione e dopo un po’ scopri che devi tirar fuori i plaid per non far loro raffreddare le gambe.

Cari Black Mountain, il capolavoro è di nuovo rimandato.

Ma mi pare sia la terza volta.

E non è che dobbiamo aspettare la commissione più clemente per sperare nel grande salto. E che cazzo, un po’ di impegno sui libri che mamma e papà vi hanno comprato mettetecelo pure voi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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