TALKING HEADS – Remain in Light (Sire)

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Qual‘è il suono di un attacco epilettico?

Non le urla di chi resta intontito a guardare.

Intendo il suo suono “dall’interno”. Il rumore di mille piccoli nervi che si muovono come vermi dentro una boccia di vetro fino a tendersi come corde di contrabasso.

È il suono di Remain in Light, il disco che consegna definitivamente i Talking Heads alla storia dopo gli spigoli funk di 77, le marce nervose e irrequiete di More Songs e i ritmi africani di Fear of Music.

Remain in Light è un angolo di giungla keniota al Central Park di New York.

Non è più solo il ritmo della foresta che si agita dentro la musica dei Talking Heads ma il suono delle sue piante, dei suoi animali, dello scorrere delle acque, del crepitare dei rettili che la abitano e del saltellare giocoso delle sue scimmie, il suono dei suoi cicli naturali. Dagli avatar di tucano che si muovono dentro le gabbie di Born Under Punches fino agli insetti equatoriali che si lasciano trasportare da Listening Wind passando per il barrito di elefante che risuona tra le liane di Houses in Motion, Remain in Light è abitato da questo tribalismo che si sposa con le movenze spastiche del funky bianco delle Teste Pensanti e di Brian Eno, qui per l’ultima volta quinto membro della band. Se ne è innamorato talmente tanto da dedicar loro una delle sue più belle canzoni (King‘s Lead Hat) e da elaborare con David Byrne un concetto di musica etnica d’avanguardia che confluirà pure, come già detto, nella musica degli Heads. Nessuno meglio di loro riesce a far convivere la frenesia della città ultramoderna e dell’alienazione delle ordinarie ma disperate vite che la abitano (il testo di Once in a Lifetime è rivelatore in questo senso, tracciando un ennesimo spietato profilo da Psycho Killer protetto dal suo perbenismo di facciata: “puoi trovare te stesso dentro una casa bellissima, con una moglie bellissima. E potresti chiederti: ‘che diavolo ci faccio qui?’”) con le sincopi ritmiche della musica nera tirandone fuori un ritratto nervoso e schizzato mimato dalle movenze spastiche e meccaniche di un Byrne assurto a Pinocchio dell’era new-wave.   

Geniale ritratto di una società che si appresta ad elevare lo stress e le malattie psicosomatiche a propria condanna a morte, i Talking Heads restano tra le cose più mostruosamente innovative e beffarde uscite dall’America del ’77.

Una smorfia, un ghigno che ci ricorda che siamo carne e sangue ma, soprattutto, fasce di nervi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SHORTY – featuring Georgie Fame (Rev-Ola)

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Ci vollero i Matt Bianco, negli anni Ottanta, per far riscoprire il jazz elettrico di Georgie Fame. All’epoca Clive Powell, come risulta all’anagrafe di Leigh, è ancora giovane, avendo da poco compiuto quaranta anni (lo so, anche io venti anni fa pensavo che i quarantenni erano dei matusa imbolsiti e incancreniti dalle arterie. Poi sono passati altri venti anni e ho cambiato idea, come Roger Daltrey, NdLYS).

Il successo lo aveva visto in faccia e con un PPP degno di Sergio Leone appena maggiorenne, quando per tre anni aveva piantato pali e picchetti al Flamingo di Soho, facendosi le ossa con ogni tipo di musica nera, dal jazz al blues passando per lo ska cui lo addestra il suo sassofonista Eddie Thornton.

Uscito da lì, infila una serie di successi nella chart inglese: Yeh Yeh, The Ballad of Bonnie & Clyde, Sunny, Get Away, Try My World, Seventh Son, Peaceful, Sittin’ in the Park… Canzonette leggere e frizzanti ingombrate dal suo Hammond B-3.

Si diverte e fa divertire la Marchesa di Londonderry, da sempre affascinata dal jazz e segreta ammiratrice di Georgie dalla prima volta che l’ha visto in tivù.

Solo che quando scoppia lo scandalo e suo marito scopre la tresca e rinnega il terzo figlio avuto da lei, l’Inghilterra benpensante ed aristocratica (ovvero una buona fetta di chi compra i suoi dischi) lo abbandona. E Georgie accusa i primi fallimenti commerciali. Come questo. Un diavolo di disco registrato dal vivo con una piccola band rock-jazz che la Epic tira fuori quasi in clandestinità nel 1970, celando  chi ne sia l’autore. Il suo nome figura come featuring, su una minuscola scritta in una copertina dove invece campeggia, enorme, un occhio di un uomo di colore. Il disco non viene neppure pubblicato in Inghilterra.

Non viene indicato neppure dove il disco sia registrato o quanta gente ci sia ad applaudire, anche se si capisce che non siamo allo stadio.

Insomma, non è un disco celebrativo. Non è un live album. E non è una raccolta di successi. Non è un disco imprescindibile, però era necessario la Rev-Ola lo ristampasse e ce ne facesse dono perché è un grandissimo album dove il sound di Georgie viene convogliato su binari rock (Oliver‘s Gone) e fusion (Fully Booked), si allunga, si colora, fa le smorfie e le moine come una gatta in calore. Sempre elegante, sempre pieno di vita, mai di dolore.

Il dolore, quello vero, Georgie lo conoscerà la sera del 13 Agosto del 1993, quando è già diventato un collaboratore di fiducia per Van Morrison e Bill Wyman e un turnista di lusso per Clapton e Muddy Waters.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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