THE PRIMITIVES – Lovely (Cherry Red)

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Tutto quello che non era stato possibile cantare mentre Psychocandy stuprava i nostri canali uditivi diventò canticchiabile nell’Aprile del 1988, quando nei negozi di dischi arrivò il debutto dei Primitives di Coventry. Sixties-pop e rumore, accenni di banghra beat e abbecedario punk della scuola dell’obbligo sotto il braccio della bella signorina Tracy Tracy, biondina rientrata dall’Australia appena in tempo per diventare la Debbie Harry dell’indie-pop inglese. Carne tenera e bianca da mostrare sul banco frigo di Top of the Pops. Negli anni in cui ogni band inglese diventa subito grande, i Primitives diventano i più grandi di tutti, o quasi.

Lovely, inciso dopo una raffica di singoli ad innesto rapido, rappresentò la parafrasi  primaverile del post-punk autunnale di Jesus and Mary Chain.

Tracy soffia sulle nuvole nere del cielo dei fratelli Reid ed ecco venire fuori il sole dei Teletubbies. Pa-pa-ppa-ra, Tu-ru-tu-tu, Na-na-nah, Sha-la-la-la-la, Ta-ra-ta-ta, Woo-pa-pa-ra, Pe-re-ppè-ppè : tutto lo scibile del bubblegum pop viene sciorinato in trentacinque minuti.

Chiaro che a noi musoni con il cuore avvolto dagli spolverini e i piedi chiusi negli anfibi non piacesse più di tanto. Noi che si odiava le copertine dei Beach Boys, ora dovevamo immaginare di fare il surf sulle acque chete del fiume Avon.

Noi che l’unica Traci che si tollerava di “signorile” aveva solo il cognome, non potevamo sopportare di patteggiare per una smorfiosetta agghindata come Madonna quando aveva da poco perso la verginità.

A risentirlo dopo un quarto di secolo in questa tracotante versione della Cherry Red in doppio cd rimane la convinzione che non avessimo sbagliato a spegnere radio e tv quando i Primitives passavano da quelle parti. Però diventa patologicamente comprensibile, ora che qualcuno di noi si è pure laureato, come fosse facile contrarre il contagio ascoltando canzonette come Crash, Carry Me Home, Thru the Flowers, Spacehead, Nothing Left, Dreamwalk Baby, Stop Killing Me, Buzz Buzz Buzz.

Il tempo scagiona tutti.   

Vedrete che grazieranno pure me.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

The_Primitives

ECHO & THE BUNNYMEN – Ocean Rain (Korova)

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Tronfio e altezzoso.

Con le ghette ai piedi e il bastone dal pomello placcato oro.

Ocean Rain è il Soft Parade dell’era new-wave, boriosa messinscena dell’egocentrismo vanaglorioso di Ian McCulloch, la parata di trombe e tamburi che scorre sotto la tribuna dell’arena davanti al suo Cesare.

Ian è in competizione col mondo, in quegli anni.

Rilascia interviste dove non risparmia nessuno ed è convinto di essere il nuovo Jim Morrison. Raramente accenna un sorriso e se parli male della sua musica non avrà pietà dell’ integrità morale di tua madre. Sdegnoso e sprezzante.

I dischi dei Bunnymen hanno assecondato questa sua fame narcisista crescendo attorno a lui, facendosi grassi come dei Botero che hanno inghiottito dei violoncelli e tirando fuori un disco come Ocean Rain che piace (o non piace, dipende) proprio per questa sua verbosità ampollosa.

Per questo essere abbondante e barocco. Hanno un intera orchestra al loro servizio e sanno che non possono permettersi di sbagliare. Ian non se lo perdonerebbe mai.

E poi hanno quella canzone.

Quella canzone che per Ian è, ovviamente, “la più bella canzone mai scritta”.

E se non lo è, poco ci manca.

Si intitola The Killing Moon e ha un tono melodrammatico da fine del mondo, una giostra emotiva che ruota dentro una stanza dagli specchi deformanti. Ha questa andatura epica e decadente carica di un amore devastante.

Ha in se tutto il dolore e la bellezza del mondo. Puoi cavalcarla o sprofondarci dentro. Toccare le cime dell’Olimpo o annegarci inghiottito dagli abissi.

Ocean Rain è un disco dominato dal blu. Il blu dell’acqua e delle onde. Il blu chiaro della devozione e della pace e il blu scuro della tristezza e della solitudine.

Il blu profondo del silenzio e della notte.

Il blu argentato di canzoni come Silver, Cristal Days, My Kingdom e Seven Seas con queste cascate di violini che sembrano piombare dalla volta celeste e il blu sepolcrale di Nocturnal Me o Ocean Rain.

Piove di un crepitio leggero, piove di lacrime e pioggia.

Piove di nuvole dense.

Piove come se non volesse più smettere.

Piove di acqua senza sale.

Piove come un temporale in campagna.

Piove da far paura.

Piove una pioggia oceanica.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE UNTOLD FABLES – Every Mother‘s Nightmare (Dionysus)

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Da Orange County, California.

Gli Untold Fables furono una delle tante briciole di polvere stellare lasciate dal passaggio della cometa garage-punk degli anni Ottanta.

Sono in quattro: Paul Carey alla voce, armonica e maracas, Jon Niederbrach alla chitarra, Robert Butler al basso e Paul Sakry alla batteria.

Suonano bene per quello che il genere richiede, tanto che i loro servigi vengono chiesti un po’ da tutta la comunità neogarage locale, dai Fourgiven agli Yard Trauma fino ai Miracle Workers con cui Robert finirà per suonare in pianta stabile già con Overdose.

È Brett Gurewitz dei Bad Religion a produrre questo loro disco di debutto.

Lee Joseph è invece chi glielo pubblica, sotto la sua etichetta Dionysus.

È il primo album che Lee distribuisce per la Mordam, dopo essersi sganciato dalla Bomp! di Greg Shaw.

È un disco sporco di punk come lo erano quelli di Eyes (grande ossessione della band, NdLYS), Count Five, Pretty Things e Shadows of Knight venti anni prima, con un perfetto bilanciamento tra originali e pezzi d’epoca, tutti immersi in tempeste di fuzz (Girl of My Own, Other Fish, Rockhead) o in bufere di maracas e cembali (Let Me Know, Revenge, You’re Hated vicinissima allo spirito demente dei Primates, Gone My Way). Una selva di R ‘n B cisposi e di fuzz songs assassine.

Una cesta piena di crotali incattiviti dalla polvere che brucia i loro occhi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Untold Fables - Front