HOODOO GURUS – Mars Needs Guitars! (Big Time)

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Con l’arrivo di Mark Kingsmill gli Hoodoo Gurus si preparano a trasformarsi da eccezionale band di culto a band eccezionale.

Abbandonata la visionarietà del disco di debutto, la scrittura di Dave Faulkner si fa matura, classica, cristallina e perfetta come quella dei suoi eroi: Byrds, Db‘s, Kinks, Flamin’ Groovies, Plimsouls, Beat.

Dolce/amara come il pezzo che apre la nuova raccolta.

Fuori, tutto il mondo si inginocchia al suo genio.

Fleshtones, R.E.M., Elvis Costello, Barracudas, Dream Syndicate, Flamin’ Groovies, Bangles, Ramones dichiarano il proprio amore alla band australiana. Nessuno si annoia quando gli Hoodoo Gurus salgono sul palco con le loro camicie paisley e il loro carico di energia positiva.

Il primitivismo dichiarato su Mars Needs Guitars! (l’intero album ma anche il manifesto programmatico che è la title-track) è lontano da quello orgogliosamente esibito dalle band garage-punk che spopolano in quello stesso istante.

Gli Hoodoo Gurus infilano le mani nel baule arrugginito del rock ‘n roll e tirano fuori ogni cosa che gli piace. Come dei bambini nella ludoteca dei loro sogni, non hanno bisogno di ordinare per genere. I cowboys a cavallo (Hayride to Hell) possono benissimo stare accanto agli attrezzi da spiaggia (Like Wow-Wipeout), il fantoccio di Tarzan (In the Wild) fianco a fianco con le astronavi spaziali (Mars Needs Guitars!), i tamburi africani (Poison Pen) accanto alle macchinine decappottabili (Death Defying). Gli echi crampsiani degli esordi hanno ceduto il passo a un power pop condito con le più belle chitarre e le migliori armonie vocali del decennio. Le palme californiane che i Gurus hanno piantato nel deserto australiano non fanno ombra. C’è un sole cocente che arroventa la sabbia e che dipinge miraggi di spiagge e onde solcate dai surf, canyon di roccia rossa e liane ciondolanti da giungle inospitali.

Marte è salvo. La Terra pure.        

Bring the Hoodoo down!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SATELLITERS – Outta Here!! (Soundflat)

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I Satelliters sono i custodi del classico garage punk degli anni Ottanta, e non da ieri. Il combo tedesco è in giro da molto più tempo della media delle garage band in circolazione, fatti salvi i nomi dei reduci.

A me non piacciono le istituzioni, e loro lo sono. Ma con gusto.

Outta Here!! conferma quanto di buono c’era sul loro ultimo album che era un autentico jukebox dove ad ogni tasto corrispondeva una band: gli Electric Prunes, gli Standells, i Litter, gli Shadows of Knight e così via.

Anche qui i riferimenti si sprecano e se conoscete la materia li troverete da soli senza dover scavare troppo in fondo. Ma mentre di Where Do We Go? si apprezzava un bel gusto chitarristico, qui la band pare ripiegare su una soluzione più di comodo affidata all’uso un po’ uniforme dell’organo.

È un po’ un gioco di specchi visto che nel genere tutto è già stato detto e non sarà certo questo disco a imporsi come nuovo manuale del beat-punk nonostante qualche stilettata arrivi a perforare la carne, ma data senza la convinzione che vorremmo.

                                                                          Franco “Lys” Dimauro


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ROYAL TRUX – Il discorso del re

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Neil Michael Hagerty fa il medico legale.

Non per professione, ma per vocazione.

Scuce e seziona cadaveri.

Una passione insana e necrofila coltivata sin dall’adolescenza, in quella combutta di becchini drogati chiamati Pussy Galore, una band che fa rumore. Tanto.

Scavano nel cimitero del rock ‘n’ roll, come fanno in tanti nel bel mezzo degli anni Ottanta.

Solo che loro lo fanno con i martelli pneumatici.

Quando le punte dei demolitori perforano il terreno salta in aria tutto: zolle di terra, lombrichi, schegge di legno, scaglie di marmo, pezzi di ossa, brandelli di carne.

Non sono dei restauratori, tantomeno degli ebanisti.

Non ne sanno nulla di colle viniliche, intarsi, gommalacca e sverniciatori.

Trattano il rock ‘n’ roll come la palla da demolizione fa con la casa dei coniugi Blandings su Mr. Blanding Builds His Dream House.

Nuovi edifici che crollano.

Infatti loro sono gli Einstürzende Neubauten dell’american rock ‘n roll.

Feroci e metallici, come la scarica di un Tommy Gun.

Un’avventura cominciata tra un buco e un altro e finita a sputi in faccia.

Dopodiché Neil molla tutti, arraffa qualche carcassa e la trasporta in un capannone che occupa assieme a un paio di tossici e che allestisce ad obitorio.

Un enorme capannone dove rottami e pattume giacciono incolti e selvaggi tra tappeti di siringhe usate e giungle di bottiglie riempite di piscio.

Sui telai ossidati di qualche rete matrimoniale e sulle carcasse squarciate di qualche materasso sforacchiato giacciono i corpi di cadaveri eccellenti: Rolling Stones, Don Van Vliet, Muddy Waters, i Can, Son House, i Suicide, i Velvet Underground, gli Stooges.

Un posto irreale dove degrado e perversione si insinuano sotto pelle, come un fiotto di eroina che corrode le vene, un cimitero suburbano dentro cui ogni tanto passa qualche sagoma di vita che ha la forma di una blatta, di un ratto, di un pidocchio.

Parassiti fra i parassiti.

Altre volte ha la linea di una bambola: si chiama Jennifer Herrema, ha quindici anni, un’anoressia sconcia e lo sguardo perso nel vuoto. Anche lei è una parassita.

Entra e richiude la porta alle sue spalle.

Dentro restano quelle salme sventrate, quell’aria insalubre, quel puzzo acuto e pungente di ammoniaca mista ad acido citrico che satura le narici, qualche cartoccio di hamburger e loro due: il Ken e la Barbie della Generazione X, chiusi dentro una casa degli orrori.

Quel momento, quel preciso momento è l’atto di nascita dei Royal Trux.

Il loro primo disco (Royal Trux) è un mostro in decomposizione, un perno corroso e deformato dalle ruggini attorno cui ruotano le viscere delle loro vittime, i pezzi di carne macilenta tirati fuori da quelle autopsie illegali, uno spiedo dove Neil e Jennifer hanno infilzato le interiora dei loro idoli giovanili fissandole per ore mentre si sfiniscono di acido.

Il suono dei Royal Trux degli esordi è il suono di quel kebab sclerotico, di quella massa di carne che cuoce e gronda di grasso ma è priva di muscoli, è atrofica. 

Ma il capolavoro arriva all’alba degli anni ’90: un Ortro a due teste intitolato Twin Infinitives che sposa l’astrattismo del noise con i mantra drogati di Fugs e Red Krayola e con le dissertazioni free e space-jazz di Sun Ra, Ornette Coleman, Charlie Parker ricoprendole delle polveri cosmiche dei Gong e delle immagini sfigurate degli eroi della no-wave americana dei tardi anni Settanta.

Un doppio album spietato e lucidissimo, malgrado le due bambole affoghino nelle droghe. Dissonante ed irriproducibile, come una porta scardinata che si apra sul nulla interstellare. Niente ossigeno, niente luce, niente di niente.

Solo rumori e voci che appaiono, si deformano e poi scompaiono. 

Perché quei corpi vivisezionati con tanta cura dentro quel capannone hanno anche delle anime, che ora cantano dannate in questo buco nero che le inghiotte.      

Twin Infinitives è un disco costruito più attorno all’assenza di qualcosa che sulla sua presenza. Incorporeo e fatiscente.

Una festa celebrata quando tutti gli invitati sono già andati via.

Straniante, dissonante e perverso come un Metal Machine Music dell’era post.

Il terzo disco è di nuovo omonimo, essenziale e straccione.

Una tavola scavata dai tarli e imbandita con i resti raffermi del rock ‘n roll, del jazz, del blues, dell’avanguardia.

Come se l’elastico del blues, stanco di essere tirato per cinquanta anni, si spezzasse all’improvviso per riaccartocciarsi velocemente implodendo su se stesso.

Royal Trux raccatta i resti dell’orgia e dei bagordi del banchetto usando la copertina di Freak Out come paletta per gettarli subito dopo in pasto ai Cats and Dogs con cui amano circondarsi nel loro nuovo ranch situato nelle campagne di Rappahannock County e pagato coi soldi spillati alla Virgin. Sono i due dischi dove torna forte l’ossessione per gli Stones che accompagna Neil da anni e che vestono i Royal Trux di una fisicità che Twin Infinitives aveva loro negato, malgrado sia una carnalità deviata da una percezione sintetica, adulterata, deforme.

Hagerty sperimenta un sacco di accordature aperte imparate sui dischi degli Stones anche se spesso è costretto a chiudere in anticipo i concerti perché le articolazioni delle falangi sembrano volersi spezzare come fusti di bambù.

Sono pure i due album che fanno breccia nel nuovo pubblico indie che nel frattempo ha eletto i Nirvana e i Pavement a paladini di un’insolenza giovanile talmente ostentata da risultare irritante se non eversiva. 

I Royal Trux puzzano.

Ma la Virgin è costretta a tapparsi il naso, ora che è iniziata la caccia ai nuovi Nirvana.

Perché del resto anche loro scuoiano cadaveri, nonostante vestano negli atelier d’alta moda e non di stracci sovrapposti l’uno sull’altro, come ama fare la Herrema.

E la caccia alle nuove galline dalle uova d’oro è una guerra all’ultimo sangue che si combatte in un clima di concorrenza spietata che in questo caso significa evitare l’assalto di Geffen e Warner Bros.

Così Jenny mette su il suo contratto, lo fa leggere al suo avvocato e lo porta al presidente della Virgin.

Quando Neil e Jennifer attraversano i corridoi degli uffici della multinazionale gli impiegati si chiudono in bagno e spengono le macchine del caffè. Qualcuno raddrizza le foto dei propri figli piazzate storte sulla scrivania, quasi a volerne contenere qualsiasi tendenza alla sovversione all’equilibrio morale. Qualcun altro va a cercare il vecchio catalogo Calvin Klein che ha messo nei cassetti per capire dove ha già visto quella faccia da sgualdrina anoressica. Qualcuno starnutisce.

Il presidente, un giapponese dall’accento inglese, è al suo primo contratto e non vuole fallire. Legge, disapprova, discute e alla fine cede.

Con la Virgin i due firmano l’impegno per tre album: hanno in mente una trilogia dedicata ai tre decenni che ne hanno preceduto l’ingresso nel tendone del rock ‘n roll circus. I suoni si fanno grassi e opulenti, levigati dalle mani di David Briggs, distanti anni luce dalle fosche nebbie putrescenti di Twin Infinitives e plasmate su quel randagismo rauco e sgraziato che da Daydream Nation in poi si è appiccicato ai palati del pubblico alternative.

Il repertorio si arricchisce di qualche banalità (Ray O Vec, Horror James) e si mette prono, pronto a farsi montare dal re caprone del rock.

Il suono dei Royal Trux di Thank You e Sweet Sixteen è compiaciuto, cerimoniale e ruffiano come lo sguardo di Marc Bolan sulle prime file del suo pubblico adorante.

Hanno rimesso in piedi i cadaveri del loro obitorio, come dei manichini.

Come delle sagome al poligono di tiro.

Sagome nere con un bersaglio a cerchi concentrici stampato all’altezza del cuore.

Neil Hagerty carica e spara.

Jennifer Herrema carica e spara.

Dan Brown carica e spara.

Chris Pyle carica e spara.

David Briggs ingrassa e lucida le pistole, finché un cancro non se lo porterà via lasciando la band a fare tutto da sola per il disco successivo.

I bersagli cadono uno ad uno, anche se non tutti i colpi vanno a segno.

Le pance pingui della major però non gradiscono e storcono la bocca pubblicando il primo.

Danno di stomaco quando gli presentano il secondo.

Al terzo disco, il contratto è già finito nel cesso, a far compagnia agli assorbenti di Sweet Sixteen.

Nel frattempo i due, sotto falso nome, producono un sacco di roba: i Delta 72, i Make-Up, Edith Frost, i Chicks, i Kills, i Palace Bros, i Delakota.

Il rientro nell’autorimessa Drag City (che aveva battezzato il proprio catalogo col loro singolo Hero Zero e stampato i primi quattro dischi, NdLYS) è inaugurato da Singles, Live, Unreleased, un triplo rotolone di vinile che riallaccia il nodo tra la band e la sua vecchia dimora, in forma spietata: detriti e cocci portati via durante la corsa.

Rumori, dissonanze, covers stravolte, bad trips.

Un “worst of” di polaroid sfuocate.

È il come eravamo dei Royal Trux che nel frattempo sono diventati altro.

Il nuovo disco di inediti esce infatti subito dopo e si intitola Accelerator, pieno di un suono che sembra parodiare se stesso, una enorme chewing gum dove il rock ‘n’ roll non viene più sbranato ma rimasticato, rimodellato in forme plastiche pur riservandosi angoli di follia blues licantropa e di piccole assonnate cavalcate psichedeliche.

I Royal Trux non sono più la band che piscia dentro le bottiglie di plastica.

E nemmeno sui resti del rock ‘n’ roll.

Già da anni hanno iniziato a tirar su la cerniera dimenticando, con distrazione furba e apparente, di tirare lo sciacquone così che quella melma è diventata lo stesso concime per fertilizzare il proprio campo rigoglioso di frutti dal sapore familiare.

Accelerator, il primo album in studio dopo il ritorno nella culla della Drag City, apre la valvola a farfalla del carburatore spingendo a folle velocità la macchina dei Royal Trux dentro un bubblegum rock da viaggio, con le teste fuori dai finestrini e lo stomaco in subbuglio.

Sull’asfalto, accanto a quattro strisce di gomma bruciata resta una lunga bava verde di succo gastrico. 

Si sono divertiti ad intossicare le radici che avevano maciullato e sciolto nell’acido. Quella che hanno in mano ora è una musica che vive di citazioni, di flashes improvvisi, come killers che tornano sul luogo del delitto e si ritrovano a fare i conti con se stessi, con la propria morbosità omicida, coi resti lucidi e i rimorsi schizofrenici delle proprie coscienze malsane. E così Waterpark apre il fuoco di Veterans of Disorder ammiccando glam e poggiando il culo su un riff tondo e riottoso, poi di colpo la corsa si arresta (Stop), lo schermo si illumina di bianco e ci ritroviamo a spiare dalla serratura un pianoforte color panna, i piedi scalzi di John e Yoko che solcano un bagnasciuga a cui le onde strapperanno via i ricordi griffati sulla sabbia, e quindi via attraverso altre otto tracce che, paradossalmente in completa antitesi col titolo scelto per portarle alle nostre orecchie, risultano essere un ulteriore passo avanti, o più verosimilmente indietro, nel tentativo di mettere ordine nel guardaroba sempre meno sfilacciato di casa Trux, ancora gradevole da ammirare ma tutto pieno di vestiti usati. E’ un boogie rock farcito di assoloni e dentro cui si muovono piccoli batteri di hip-hop culture sinistra e dopata, tenie gelatinose che si muovono dentro una costruzione di cemento messa su proprio sopra quei tumuli vittime dei sacrilegi dei Pussy Galore.

Unica parziale eccezione alla follia dei primi dischi il pastiche sonoro di SickAzz, sei minuti dove la band (che ora comprende Ken Nasta, Chris Pyle, Pete Denton, Dave Pajo e Jon Theodore, NdLYS) mette mano a una sequenza infame di visioni indiane, raga lisergici, avanzi sbrindellati di blues e flauti di pan rubati a Their Satanic Majesties Request.

Pound for Pound accentua la crisi, artistica e affettiva, ricalcando lo stile ordinario di Veterans of Disorder.

L’abitudine ha fagocitato tutto, mettendo in crisi il rapporto creativo e sentimentale tra Neil e Jennifer che adesso fanno più rumore quando litigano che quando suonano.

Jennifer continua ad impasticcarsi come quando era una lolita eroinomane e Hagerty decide che ne ha avuto abbastanza.

La misura è colma ma la coppa è vuota.

È il divorzio da tutto e da tutti, annunciato in conferenza stampa e diventata immediata, cruda realtà.

Di nuovo macerie, stavolta le proprie.

Di nuovo puzza di obitorio, di disinfettante, di sangue rappreso.

Neil e Jennifer si guardano dai lettini, distanti.

I nuovi medici legali si chiamano Domino, Drag City, Plain Recordings, nuovamente pronti tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo 2011 a riaprire i toraci dei due e ritirare fuori le frattaglie di Royal Trux, Twin Infinitives, Royal Trux II, Cats and Dogs, Thank You.

Ora tocca a voi, avvoltoi.

Mentre la Wikipedia italiana, sempre in ritardo clamoroso su tutto, riporta ancora “I Royal Trux furono un gruppo rock statunitense”, il duo Herrema/Hagerty torna sul mercato dopo quasi venti anni di divorzio pubblicando White Stuff, disco di morbosissimo funky-glam che suona come mille lingue che leccano la sagoma di Marc Bolan immortalata su Electric Warrior. O come quelle ciambelle del water imbottite di tessuto, che scaldano il culo e assorbono piscio, se con le immagini più crude riuscite a far volare meglio la vostra fantasia.

Un glam-rock che è, sorvolando sui dischi più enigmatici e avanguardistici del duo, la cifra stilistica preferita dei Royal Trux. Camuffato, mascherato, deformato come nei peggiori incubi di Ty Segall o nei sogni sfocati di Beck ma tutto sommato facilmente individuabile su gran parte dei brani di questo loro nuovo album, da White Stuff a Suburban Junky Lady, da Whopper Dave a Every Day Swan, vicinissimi se non sovrapponibili a quanto prodotto dalla Herrema coi suoi Black Bananas, compresa la fascinazione per le musiche delle tribù urbane qui esibita in pezzi come Sic Em Slow e Purple Audacity #2.

La musica dei Royal Trux tuttavia procede a sbuffi, e qui sta la sua forza.

Non ci sono carezze ne’ pugni ma solo sbuffi di noia tossica.

Hagerty e la Herrema si muovono quasi in assenza di ossigeno, come in quel gioco erotico in cui il culmine orgasmico coincide col momento di asfissia quasi letale. Chissà che adesso non vi tocchi di doverlo provare.

                   

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)

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Esci.

Esci fuori a guardar le stelle, Amore Mio, a mirare questo tappeto di semi di cui è cosparso il nostro cielo.

In questa notte di Settembre in cui anche i gufi hanno smesso di cantare.

In questo orizzonte che i fusti dell’agave hanno tagliato per noi perché non ci sperdessimo, perché nessuno oltraggiasse questa quiete, nessuno ne violentasse i silenzi.

Esci. Esci e fatti inumidire da quest’aria che porta in dono ogni lacrima sperduta, ogni sospiro d’amore, ogni greve sbuffo dell’ultimo saluto.

Lasciati coprir le spalle, perché il freddo ti sia amico e non rivale.
Lasciati coprir le mani, le tue mani che hanno avuto la grazia dell’ermellino e del chinchilla e la forza del leone in gabbia, le tue mani che hanno sparso amore come i contadini nelle lunghe giornate di semina e che hanno cercato inutilmente tra i miei rami rinsecchiti il profilo di un frutto, ritirandosi deluse ad ogni stagione.  

Lascia che sia io a farlo, ora che il bel tempo lascia spazio a queste grigie tende di nebbia, ora che l’autunno non sarà addolcito da nessun volo di rondine, ora che la vita mi diserta.

Senti? Passano diavoli ed angeli sui miei campi. Passano, si girano, ritornano.

Sembrano aspettare, come padri ansiosi davanti a stanze d’ospedale.

Seppelliamo asce e cannoni, Amore Mio. E dissotterriamo la nostra coppa di vino, quella che misi da parte per i nostri giorni migliori, brindiamo a questa giostra che gira senza più sorrisi di bimbi, senza più gioia, a questo carnevale magro, a questa parata senza più coriandoli.

Apriamo le finestre Amore Mio, perché entri aria in questi scheletri di cemento e stucco che furono il nostro rifugio, perché non s’abbia a dire che non abbiamo provato, pur sapendo di fallire.

Ho scavato celle con le mie lacrime di cera, moltitudini di prigioni sempre più popolose e ho guardato con orgoglio quel mio favo di miele.

Troppo sprezzante e fiero per accorgermi che tu, Ape Regina, avevi lasciato l’alveare.

Ora c’è un ronzio nell’aria, Amore Mio, come rumori di aerei che vanno lontano.

La mia pista è deserta. La torre di controllo ha la verticale incrinata.

E le siepi hanno invaso la mia accogliente sala d’aspetto.

Non voltarti indietro, mentre ti guardo bucare l’orizzonte.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SANGUE MISTO – SxM (Century Vox)

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La stagione del rap italiano ci restituì la voglia di pensare. E ci fece riappropriare della libertà di poter dire quello che pensavamo. E di dirlo in italiano.

Questa fu la sua forza più grande. Il messaggio.

Quella roba che avevamo sotterrato assieme ai dischi dei cantautori degli anni Settanta e che adesso stava nuovamente venendo fuori. Senza ambiguità poetiche o ermetismi da letterati perché chi fa il rap viene spesso dalla strada o dal punk.

Non ha masticato la cultura beat di Fernanda Pivano o Jack Kerouac, non ha vissuto gli anni di piombo ne’ studiato Pasolini.

Rivendica i suoi spazi sociali e la sua identità culturale. Usa il dialetto come arma di riconoscimento dentro un’Italia che comincia a vivere il dramma dell’immigrazione, dei quartieri dormitorio, della politica collusa col malaffare organizzato.

L’altra novità è che non serve suonare bene.

Anzi, non serve neppure suonare male, come era stato per il punk.

Tutto il messaggio viene convogliato su un tappeto di beat e di campionamenti.

Si rimettono in circolo vecchi groove spolverando qualche disco degli Ohio Players o spulciando tra i tanti tamarrissimi album di rock anni Settanta e si ci stende sopra uno Spuntì di parole spesso scontate ma che però fanno “tribù” (“Uniti è una potenza” gridavano ai tempi dell’Isola Posse All Stars, NdLYS).

Ci si sente tutti in trincea, come quando di cantava Contessa alle parate della FGCI.

Di parole, insomma, ce ne furono tante. In napoletano, in torinese, in genovese, in veneziano, in siciliano, in romano, sardo e salentino.

Ma di dischi che anziché pascolare su questo terreno fertilizzato a semi di James Brown e Afrika Bambaata incidessero nuovi solchi e lasciassero il segno del loro passaggio ce ne furono pochi. Se doveste contarli, le dita di una mano dovrebbero avanzarvi. E se state proprio provando a farlo mentre leggete sono sicuro che inizierete alzando il pollice accompagnandolo con la sigla SxM.

Sangue Misto nel 1994 firmano col loro unico album il primo, forse l’unico vero capolavoro del rap italiano. Un disco lucidissimo, malgrado sia avvolto in foglie di marijuana grandi quanto un Barbetti modificato.

Deda, Neffa e DJ Gruff sviluppano quanto sperimentato dentro La Rapadopa: basi spesso lente, dopate, psicotrope e dilatate come vasche di Belladonna. Poi un flow suggestivo, ben scandito e molle elaborato su un dizionario ricchissimo di nomi e personaggi della nostra infanzia domestica (Domenico Modugno, Mina, Mr. Magoo,  Superman, Ten Ten, il signor Bonaventura, il dado Knorr) e di citazioni da manuale tossicologico (THC, skunk, ciocco, kif, cilum, trip) e ampliato con l’uso di uno slang che diventa subito di uso comune (la “ballotta”, la “porra”, “piglia male”, la “fotta”, il “guaglione”, la “fattanza”, la “mone”, il “chico”, la “dopa” e via così delirando).

Dodici canzoni e almeno cinque capolavori: Lo straniero (una delle tracce più vecchie, già pubblicata su un beat più asciutto e un groove ancora vicino a quello di Kool Herc e dei Public Enemy col titolo Straniero nella mia nazione sulla raccolta Senza tetto non ci sto curata dalla Lion Horse Posse), Cani sciolti (con un basso profondissimo che spacca i vetri dell’auto), La porra (un elogio delle “trombe” realizzata innestando un vecchio groove di Pierre Henry sulla base di Good Old Music dal primo album dei Funkadelic, NdLYS) e le drogatissime Piglia male e Fattanza blu dove sembra di nuotare dentro una nuvola di fumo carico di THC.

Il lato più funky, quello che si ciba dei resti di O’Jays, Miles Davis e Rhythm Heritage e che spunta fuori su pezzi come Manca mone, La parola chiave, Notte o In dopa è ugualmente pieno di vibrazioni anche se la dipendenza dall’esperienza de La Rapadopa è più invasiva, quasi fino alla (voluta) parodia.

SxM è lo scoglio su cui si infrangono le speranze di tante comparse buone per lo spot del Vat 69. Un disco che crea dipendenza, assuefazione anche senza Rizla lunghe a portata di mano.

SxM è una lezione di stile, di “tocco”, di mood.

E nonostante Neffa ci abbia ormai abituato al voltastomaco, non riuscirà a farcelo odiare. Neppure chiamando in soccorso uno come J. Ax.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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ROBERTO CALABRÒ – Eighties Colours (Coniglio Editore)

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Eighties Colours è la storia di una rivoluzione.

Una rivoluzione perpetrata, e scorrendo queste pagine se ne afferma il sospetto, con un esercito esiguo (un centinaio di nomi in tutto tra musicisti, giornalisti, produttori e “professionisti” del settore), scarsissimi mezzi, moltissima passione e la convinzione netta di essere dalla parte del giusto.

Il giusto, allora, era donare al rock la sua essenzialità primordiale spogliandolo dai vestiti sintetici dell’elettro-pop.

Per farlo era indispensabile riportare indietro le lancette del tempo. Sorpassare in controsenso le derive post-punk che erano degenerate nella new-wave glaciale dei primi anni Ottanta, le maree furiose dell’hardcore e del punk, risalire le correnti del prog e dell’hard rock come salmoni pronti a deporre le uova nel posto giusto e infine trovarlo, questo posto giusto, nel rock americano ed europeo dell’epoca beat e psichedelica. Fu questa esigenza ad innescare, un po’ ovunque, le guerre del Paisley Underground e del neo-garage. Gli avamposti italiani, questa volta, non si fecero trovare impreparati. Per niente.

Del resto molte matricole avevano fatto il loro addestramento reclute nei casermoni del punk dove vigeva la legge del DIY. Sapevano dunque darsi da fare con i mezzi allora a disposizione. Annunci, lettere, volantini, telefonate.

Molto inchiostro, molte parole, molta benzina in quegli anni. E, dopo tanto tempo, di nuovo….tanti Colori!

Roberto Calabrò ripercorre quei sei anni con l’entusiasmo che gli è proprio, con l’impeto di chi li ha vissuti in prima persona, di chi ha visto nascere e morire le sue band del cuore, quelle per le quali avresti sempre e comunque trovato un posto dove dormire o un pasto caldo, se ce ne fosse stato bisogno.

Quelle per cui avresti ipotecato casa pur di comprare un loro disco, se papà e mamma te lo avessero concesso.

E adesso che la musica non si compra più, che ci si è dimenticati per anni di far riparare la piastra per i nastri TDK o di comprare una nuova puntina Shure e che ci pare sempre più incredibile credere che anche noi siamo vissuti in un’epoca dove non esistevano il PayPal, l’email, Facebook, YouTube, Myspace, il PostePay, l’I-Phone, l’I-Pod, gli MP3, ora che ci pare davvero improbabile poter spedire una lettera alla Casella Postale 144 di Pavia con una banconota occultata dentro per ricevere, dopo due mesi, uno di quei fantastici gingilli che ci facevano venire la pelle d’oca.

Un 45 giri. Un cerchio di vinile nero da far ruotare su un piatto mentre il mondo restava fermo tutt’intorno. Un piccolo manufatto con qualche errore di stampa, senza bollino SIAE e senza nessun codice a barre. Ora che tutto questo sembra un corto circuito alle pacchiane comodità del nostro presente, Eighties Colours aggiunge un altro colore alla tavolozza di quegli anni: quello della nostalgia.

Eppure Calabrò non sceglie il taglio nostalgico ma quello celebrativo e documentaristico. Tutte le uscite discografiche del periodo vengono analizzate con qualche commento personale o attraverso le lenti dei musicisti, oppure spulciando tra le recensioni dell’ epoca, perlopiù tratte da Rockerilla, il mensile che grazie al trasporto di Claudio Sorge e Federico Ferrari si fece portavoce del rinascimento garage e psichedelico italiano e per il quale dal ’96 lo stesso Calabrò finirà per scrivere.

Il libro, ricco di fotografie e copertine del periodo, indaga sul fenomeno partendo dal 1985 e scegliendo di analizzarlo anno per anno.

Si inizia con “La nascita della scena” che documenta i centri geografici nevralgici per la fioritura del fenomeno: la Torino dei No Strange e Sick Rose, la Bologna degli Allison Run e degli Ugly Things, la Roma dei Technicolour Dream, la Toscana di Liars, Useless Boys e Pikes in Panic, la Milano dei Pression X e dei Four By Art, la Piacenza dei Not Moving e identifica proprio nell’omonima compilation curata da Claudio Sorge l’uscita-chiave dell’intera scena.

Il secondo capitolo è quello consacrato a “I primi dischi”. Che sono spesso i più importanti ma che sbattono il muso sul muro di incompetenza di studi di registrazione, produttori e fonici che hanno scordato cosa voglia dire far suonare uno strumento che non sia un synth o una batteria elettronica. Prova ne siano l’album dei Technicolour Dream o quello degli Out of Time, soffocati entrambi da produzioni incerte, acerbe, ingenue, inadatte.

Si prosegue con “L’esplosione della scena”, il capitolo dedicato al 1986, l’anno d’oro del garage punk mondiale e della scena psych italiana: escono Faces dei Sick Rose e Sinnermen dei Not Moving ma pure il secondo album dei Four by Art e il debutto folgorante dei Boohoos, esordiscono i grandi Pikes in Panic, gli enormi Birdmen of Alkatraz. La scena è un tino in fermentazione. La rete si allarga, comincia a guadagnare rispetto e visibilità anche fuori confine.

Il quarto capitolo fotografa “La seconda ondata” ma registra anche le prime spaccature importanti. Nascono le prime band “satellite”: piccole masse lanciate dalla forza centrifuga delle band madre e dai primi scontri di ego: come gli Steeplejack staccatasi dalla galassia dei Birdmen of Alkatraz, i Pale Dawn e i Magic Potion nati dall’implosione dei Technicolour Dream. Ma il 1987 è anche l’anno di Moonshiner dei Boohoos, di Keep It Cool and Dry dei Pikes in Panic e Young Bastards dei Kim Squad, tre mostri di energia, tre accumulatori al Nichel-Cadmio carichi come delle bombe all’idrogeno, l’anno dell’esplosione della scena milanese che ruota attorno alla Crazy Mannequin di Stefano Ghittoni. Ed è pure l’anno della seconda bottiglia di Eighties Colours. Quando la stappi, ti accorgi che è ancora effervescente. Ma che il gusto sta lentamente cambiando. Gli stili si stanno definendo, aprendo la scena ad altre influenze, a nuovi entusiasmi, a nuovi

“Colori che esplodono”: la scena garage si rinnova con l’arrivo di nuove band: dal beat di Barbieri e Avvoltoi al garage spiritato di Woody Peakers ed Electric Shields e di dischi come quello vigoroso dei Polvere di Pinguino e quello mod oriented degli Underground Arrows giunti finalmente all’ agognato esordio. Tutt’intorno è un fiorire e moltiplicarsi di tante minuscole garage bands menzionate purtroppo anche stavolta troppo di fretta: Superflui, Monks, Five For Garage, Uninvited, ecc. ecc.

“Gli ultimi fuochi” riguarda il 1989 e l’uscita di altri tasselli importanti come From the Birdcage, Shaking Street, Umbilicus, forse gli ultimi dischi fondamentali e decisivi del movimento. “Verso il nuovo decennio” è il capitolo dedicato al 1990, anno di uscita di Floating dei Sick Rose, del secondo disco degli Avvoltoi e soprattutto del mini album di esordio dei Flies, autentica perla nascosta di sixties rock mondiale.

L’ultimo capitolo è “Il fuoco che cova sotto la cenere” del decennio successivo, con qualche rapido e sommario accenno ai dischi e ai nomi che durante gli anni Novanta terranno viva la fiamma: la Misty Lane, la Face Records, la Psych Out, gli Sciacalli. Le appendici in coda al volume sono dedicate alle fanzine dell’ epoca (una su tutte: Lost Trails!!!) e ad un angolo di riflessione evocativa dove alcuni dei protagonisti mettono mano dentro la loro valigia dei ricordi.

Per chiudere, la piccola nota dolente riguarda una discografia dettagliata di tutto il materiale ufficiale uscito dal 1985/1990 ma che purtroppo omette, chissà perché, le svariate demo che allora costruirono un canale di diffusione importante e vitale per il circuito e che all’epoca rimasero per molte band le uniche testimonianze del loro passaggio su questo pianeta come Stolen Cars, Superflui, Storks, Teeny Boppers, Silver Surfers, David and His Pals, Five for Garage, ecc. ecc.  così come vengono taciute alcune uscite postume dedicate tra le altre a gruppi come Boot Hill Five, Birdmen of Alkatraz, Storks, Barbieri, Woody Peakers (mi riferisco alla collana Back Up della AUA). Una scelta sicuramente voluta ma che priva il libro dell’aggettivo di “definitivo” che invece gli spetterebbe di diritto per lo spirito e la competenza che lo anima (che ridere invece degli strafalcioni che la stampa, soprattutto locale, dell’epoca, riversava sui suoi ciclostilati, NdLYS).

Eighties Colours è un volume ovviamente destinato a chi, musicista, addetto al settore, semplice appassionato, visse quegli anni con l’entusiasmo che meritavano e per chi voglia avere una esauriente guida per la riscoperta di una stagione del rock italiano che non ebbe paura di confrontarsi con un linguaggio, un’estetica, un’idea stessa del rock ‘n’ roll che non le apparteneva e che invece le diventò così familiare da poterla plasmare a proprio gusto, esplodendo dal nulla, conquistando il mondo, ritornando nel nulla.

Gli altri lo lascino riposare sugli scaffali e comprino l’ennesima biografia su Ligabue. Qui non c’è posto per loro, nemmeno se facessimo spazio tra i ricordi, nemmeno se volessimo conceder loro un solo giorno dei nostri anni migliori, nemmeno se volessimo far finta che abbiamo ancora la stessa voglia di ridere e di abbracciare il mondo che avevamo allora.

Perché, fuor di retorica, quella del neo-garage fu davvero una febbre. Contagiosa e pandemica. Come e forse più della scena punk, chi ne fu investito non restò con le mani in mano. Chi ne fu infettato lo fu fino al midollo: non ce ne fu uno che non mise su una band, stampò una fanzine, tirò su una casa discografica, una tipografia, un negozio di restauro, di dischi, di strumenti. Qualunque cosa. Anche solo per un anno, per una settimana, un solo giorno.

I Colori degli Anni Ottanta. I Nostri Colori.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Eighties Colours_cover

GREEN ON RED – Gravity Talks (Slash)

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Gravity Talks, il debutto “adulto” dei Green on Red sacrifica le atmosfere acide degli esordi per buttarsi a capofitto alla ricerca di una via di restaurazione del vecchio suono americano. Il suono, ancora dominato dalle tastiere doorsiane di Chris Cavacas diventa più vicino alla tradizione dei grandi songwriters americani, da Dylan a Neil Young passando per John Fogerty, Gram Parsons, David Crosby e Robbie Robertson. È l’inizio del viaggio alla riscoperta dell’old-music che porterà alla mappatura della terra dell’oro dei dischi successivi, dischi che riveleranno i Green on Red come dei mestieranti del rock da fattoria, dei film-makers della musica da cartolina.

Ma qui, come all’inizio di ogni viaggio, si respira ancora il sapore dell’avventura.

Il gusto un po’ acerbo della prima fuga tra le highways americane.

Il sapore unico del sentirsi grandi, a dispetto della propria età.

Un gusto che assaporammo assieme e che all’epoca ci parve di poter condividere, nonostante noi si stesse col culo su una trazzera di montagna e non su un’autostrada che spacca il cuore dell’America come un perizoma le chiappe di una donna. Potere della musica. Suggestioni che pezzi come Five Easy Pieces, Abigail‘s Ghost, That‘s What You‘re Here For, Old Chief, Blue Parade, Snake Bit riescono ad evocare con sufficiente credibilità e trasporto, pur nella loro ancora incerta identità artistica.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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