ROBERTO CALABRÒ – Eighties Colours (Coniglio Editore)

Eighties Colours è la storia di una rivoluzione.

Una rivoluzione perpetrata, e scorrendo queste pagine se ne afferma il sospetto, con un esercito esiguo (un centinaio di nomi in tutto tra musicisti, giornalisti, produttori e “professionisti” del settore), scarsissimi mezzi, moltissima passione e la convinzione netta di essere dalla parte del giusto.

Il giusto, allora, era donare al rock la sua essenzialità primordiale spogliandolo dai vestiti sintetici dell’elettro-pop.

Per farlo era indispensabile riportare indietro le lancette del tempo. Sorpassare in controsenso le derive post-punk che erano degenerate nella new-wave glaciale dei primi anni Ottanta, le maree furiose dell’hardcore e del punk, risalire le correnti del prog e dell’hard rock come salmoni pronti a deporre le uova nel posto giusto e infine trovarlo, questo posto giusto, nel rock americano ed europeo dell’epoca beat e psichedelica. Fu questa esigenza ad innescare, un po’ ovunque, le guerre del Paisley Underground e del neo-garage. Gli avamposti italiani, questa volta, non si fecero trovare impreparati. Per niente.

Del resto molte matricole avevano fatto il loro addestramento reclute nei casermoni del punk dove vigeva la legge del DIY. Sapevano dunque darsi da fare con i mezzi allora a disposizione. Annunci, lettere, volantini, telefonate.

Molto inchiostro, molte parole, molta benzina in quegli anni. E, dopo tanto tempo, di nuovo….tanti Colori!

Roberto Calabrò ripercorre quei sei anni con l’entusiasmo che gli è proprio, con l’impeto di chi li ha vissuti in prima persona, di chi ha visto nascere e morire le sue band del cuore, quelle per le quali avresti sempre e comunque trovato un posto dove dormire o un pasto caldo, se ce ne fosse stato bisogno.

Quelle per cui avresti ipotecato casa pur di comprare un loro disco, se papà e mamma te lo avessero concesso.

E adesso che la musica non si compra più, che ci si è dimenticati per anni di far riparare la piastra per i nastri TDK o di comprare una nuova puntina Shure e che ci pare sempre più incredibile credere che anche noi siamo vissuti in un’epoca dove non esistevano il PayPal, l’email, Facebook, Youtube, Myspace, il PostePay, l’I-Phone, l’I-Pod, gli MP3, ora che ci pare davvero improbabile poter spedire una lettera alla Casella Postale 144 di Pavia con una banconota occultata dentro per ricevere, dopo due mesi, uno di quei fantastici gingilli che ci facevano venire la pelle d’oca.

Un 45 giri. Un cerchio di vinile nero da far ruotare su un piatto mentre il mondo restava fermo tutt’intorno. Un piccolo manufatto con qualche errore di stampa, senza bollino SIAE e senza nessun codice a barre. Ora che tutto questo sembra un corto circuito alle pacchiane comodità del nostro presente, Eighties Colours aggiunge un altro colore alla tavolozza di quegli anni: quello della nostalgia.

Eppure Calabrò non sceglie il taglio nostalgico ma quello celebrativo e documentaristico. Tutte le uscite discografiche del periodo vengono analizzate con qualche commento personale o attraverso le lenti dei musicisti, oppure spulciando tra le recensioni dell’ epoca, perlopiù tratte da Rockerilla, il mensile che grazie al trasporto di Claudio Sorge e Federico Ferrari si fece portavoce del rinascimento garage e psichedelico italiano e per il quale dal ’96 lo stesso Calabrò finirà per scrivere.

Il libro, ricco di fotografie e copertine del periodo, indaga sul fenomeno partendo dal 1985 e scegliendo di analizzarlo anno per anno.

Si inizia con “La nascita della scena” che documenta i centri geografici nevralgici per la fioritura del fenomeno: la Torino dei No Strange e Sick Rose, la Bologna degli Allison Run e degli Ugly Things, la Roma dei Technicolour Dream, la Toscana di Liars, Useless Boys e Pikes in Panic, la Milano dei Pression X e dei Four By Art, la Piacenza dei Not Moving e identifica proprio nell’omonima compilation curata da Claudio Sorge l’uscita-chiave dell’intera scena.

Il secondo capitolo è quello consacrato a “I primi dischi”. Che sono spesso i più importanti ma che sbattono il muso sul muro di incompetenza di studi di registrazione, produttori e fonici che hanno scordato cosa voglia dire far suonare uno strumento che non sia un synth o una batteria elettronica. Prova ne siano l’album dei Technicolour Dream o quello degli Out of Time, soffocati entrambi da produzioni incerte, acerbe, ingenue, inadatte.

Si prosegue con “L’esplosione della scena”, il capitolo dedicato al 1986, l’anno d’oro del garage punk mondiale e della scena psych italiana: escono Faces dei Sick Rose e Sinnermen dei Not Moving ma pure il secondo album dei Four By Art e il debutto folgorante dei BooHoos, esordiscono i grandi Pikes in Panic, gli enormi Birdmen of Alkatraz. La scena è un tino in fermentazione. La rete si allarga, comincia a guadagnare rispetto e visibilità anche fuori confine.

Il quarto capitolo fotografa “La seconda ondata” ma registra anche le prime spaccature importanti. Nascono le prime band “satellite”: piccole masse lanciate dalla forza centrifuga delle band madre e dai primi scontri di ego: come gli Steeplejack staccatasi dalla galassia dei Birdmen of Alkatraz, i Pale Dawn e i Magic Potion nati dall’implosione dei Technicolour Dream. Ma il 1987 è anche l’anno di Moonshiner dei BooHoos, di Keep It Cool and Dry dei Pikes in Panic e Young Bastards dei Kim Squad, tre mostri di energia, tre accumulatori al Nichel-Cadmio carichi come delle bombe all’idrogeno, l’anno dell’esplosione della scena milanese che ruota attorno alla Crazy Mannequin di Stefano Ghittoni. Ed è pure l’anno della seconda bottiglia di Eighties Colours. Quando la stappi, ti accorgi che è ancora effervescente. Ma che il gusto sta lentamente cambiando. Gli stili si stanno definendo, aprendo la scena ad altre influenze, a nuovi entusiasmi, a nuovi

“Colori che esplodono”: la scena garage si rinnova con l’arrivo di nuove band: dal beat di Barbieri e Avvoltoi al garage spiritato di Woody Peakers ed Electric Shields e di dischi come quello vigoroso dei Polvere di Pinguino e quello mod oriented degli Underground Arrows giunti finalmente all’ agognato esordio. Tutt’intorno è un fiorire e moltiplicarsi di tante minuscole garage bands menzionate purtroppo anche stavolta troppo di fretta: Superflui, Monks, Five For Garage, Uninvited, ecc. ecc.

“Gli ultimi fuochi” riguarda il 1989 e l’uscita di altri tasselli importanti come From the Birdcage, Shaking Street, Umbilicus, forse gli ultimi dischi fondamentali e decisivi del movimento. “Verso il nuovo decennio” è il capitolo dedicato al 1990, anno di uscita di Floating dei Sick Rose, del secondo disco degli Avvoltoi e soprattutto del mini album di esordio dei Flies, autentica perla nascosta di sixties rock mondiale.

L’ultimo capitolo è “Il fuoco che cova sotto la cenere” del decennio successivo, con qualche rapido e sommario accenno ai dischi e ai nomi che durante gli anni Novanta terranno viva la fiamma: la Misty Lane, la Face Records, la Psych Out, gli Sciacalli. Le appendici in coda al volume sono dedicate alle fanzine dell’ epoca (una su tutte: Lost Trails!!!) e ad un angolo di riflessione evocativa dove alcuni dei protagonisti mettono mano dentro la loro valigia dei ricordi.

Per chiudere, la piccola nota dolente riguarda una discografia dettagliata di tutto il materiale ufficiale uscito dal 1985/1990 ma che purtroppo omette, chissà perché, le svariate demo che allora costruirono un canale di diffusione importante e vitale per il circuito e che all’ epoca rimasero per molte band le uniche testimonianze del loro passaggio su questo pianeta come Stolen Cars, Superflui, Storks, Teeny Boppers, Silver Surfers, David and His Pals, Five For Garage, ecc. ecc.  così come vengono taciute alcune uscite postume dedicate tra le altre a gruppi come Boot Hill Five, Birdmen of Alkatraz, Storks, Barbieri, Woody Peakers (mi riferisco alla collana Back Up della AUA). Una scelta sicuramente voluta ma che priva il libro dell’aggettivo di “definitivo” che invece gli spetterebbe di diritto per lo spirito e la competenza che lo anima (che ridere invece a ridere degli strafalcioni che la stampa, soprattutto locale, dell’epoca, riversava sui suoi ciclostilati, NdLYS).

Eighties Colours è un volume ovviamente destinato a chi, musicista, addetto al settore, semplice appassionato, visse quegli anni con l’entusiasmo che meritavano e per chi voglia avere una esauriente guida per la riscoperta di una stagione del rock italiano che non ebbe paura di confrontarsi con un linguaggio, un’estetica, un’idea stessa del rock ‘n roll che non le apparteneva e che invece le diventò così familiare da poterla plasmare a proprio gusto, esplodendo dal nulla, conquistando il mondo, ritornando nel nulla.

Gli altri lo lascino riposare sugli scaffali e comprino l’ennesima biografia su Ligabue. Qui non c’è posto per loro, nemmeno se facessimo spazio tra i ricordi, nemmeno se volessimo conceder loro un solo giorno dei nostri anni migliori, nemmeno se volessimo far finta che abbiamo ancora la stessa voglia di ridere e di abbracciare il mondo che avevamo allora.

Perché, fuor di retorica, quella del neo-garage fu davvero una febbre. Contagiosa e pandemica. Come e forse più della scena punk, chi ne fu investito non restò con le mani in mano. Chi ne fu infettato lo fu fino al midollo: non ce ne fu uno che non mise su una band, stampò una fanzine, tirò su una casa discografica, una tipografia, un negozio di restauro, di dischi, di strumenti. Qualunque cosa. Anche solo per un anno, per una settimana, un solo giorno.

I Colori degli Anni Ottanta. I Nostri Colori.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Eighties Colours_cover

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2 thoughts on “ROBERTO CALABRÒ – Eighties Colours (Coniglio Editore)

  1. Dovendo sottolineare una linea di tendenza,nella stampa musicale di allora,si potrebbe aggiungere che “Rockerilla” era molto più indirizzata al garage e (subito dopo) a nuovi fenomeni di hard-rock…mentre Il Buscadero ed Il Mucchio spaziavano nella psichedelia in senso più ampio. I No Strange sono sempre stati e continuano ad essere un gruppo psichedelico per definizione,abbastanza lontani da buona parte di quanto c’era e c’è tuttora nella scena neo-garage,soprattutto perchè ci sentiamo più legati a tradizioni indo-europee che statunitensi. Un bell’articolo,comunque…sempre complimenti ! CIAO.

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