ROYAL TRUX – Il discorso del re

Neil Michael Hagerty fa il medico legale.

Non per professione, ma per vocazione.

Scuce e seziona cadaveri.

Una passione insana e necrofila coltivata sin dall’adolescenza, in quella combutta di becchini drogati chiamati Pussy Galore, una band che fa rumore. Tanto.

Scavano nel cimitero del rock ‘n roll, come fanno in tanti nel bel mezzo degli anni Ottanta.

Solo che loro lo fanno con i martelli pneumatici.

Quando le punte dei demolitori perforano il terreno salta in aria tutto: zolle di terra, lombrichi, schegge di legno, scaglie di marmo, pezzi di ossa, brandelli di carne.

Non sono dei restauratori, tantomeno degli ebanisti.

Non ne sanno nulla di colle viniliche, intarsi, gommalacca e sverniciatori.

Trattano il rock ‘n roll come la palla da demolizione fa con la casa dei coniugi Blandings su Mr. Blanding Builds His Dream House.

Nuovi edifici che crollano.

Infatti loro sono gli Einstürzende Neubauten dell’american rock ‘n roll.

Feroci e metallici, come la scarica di un Tommy Gun.

Un’avventura cominciata tra un buco e un altro e finita a sputi in faccia.

Dopodiché Neil molla tutti, arraffa qualche carcassa e la trasporta in un capannone che occupa assieme a un paio di tossici e che allestisce ad obitorio.

Un enorme capannone dove rottami e pattume giacciono incolti e selvaggi tra tappeti di siringhe usate e giungle di bottiglie riempite di piscio.

Sui telai ossidati di qualche rete matrimoniale e sulle carcasse squarciate di qualche materasso sforacchiato giacciono i corpi di cadaveri eccellenti: Rolling Stones, Don Van Vliet, Muddy Waters, i Can, Son House, i Suicide, i Velvet Underground, gli Stooges.

Un posto irreale dove degrado e perversione si insinuano sotto pelle, come un fiotto di eroina che corrode le vene, un cimitero suburbano dentro cui ogni tanto passa qualche sagoma di vita che ha la forma di una blatta, di un ratto, di un pidocchio.

Parassiti fra i parassiti.

Altre volte ha la linea di una bambola: si chiama Jennifer Herrema, ha quindici anni, un’anoressia sconcia e lo sguardo perso nel vuoto. Anche lei è una parassita.

Entra e richiude la porta alle sue spalle.

Dentro restano quelle salme sventrate, quell’aria insalubre, quel puzzo acuto e pungente di ammoniaca mista ad acido citrico che satura le narici, qualche cartoccio di hamburger e loro due: il Ken e la Barbie della Generazione X, chiusi dentro una casa degli orrori.

Quel momento, quel preciso momento è l’atto di nascita dei Royal Trux.

Il loro primo disco (Royal Trux) è un mostro in decomposizione, un perno corroso e deformato dalle ruggini attorno cui ruotano le viscere delle loro vittime, i pezzi di carne macilenta tirati fuori da quelle autopsie illegali, uno spiedo dove Neil e Jennifer hanno infilzato le interiora dei loro idoli giovanili fissandole per ore mentre si sfiniscono di acido.

Il suono dei Royal Trux degli esordi è il suono di quel kebab sclerotico, di quella massa di carne che cuoce e gronda di grasso ma è priva di muscoli, è atrofica. 

Ma il capolavoro arriva all’alba degli anni ’90: un Ortro a due teste intitolato Twin Infinitives che sposa l’astrattismo del noise con i mantra drogati di Fugs e Red Krayola e con le dissertazioni free e space-jazz di Sun Ra, Ornette Coleman, Charlie Parker ricoprendole delle polveri cosmiche dei Gong e delle immagini sfigurate degli eroi della no-wave americana dei tardi anni Settanta.

Un doppio album spietato e lucidissimo, malgrado le due bambole affoghino nelle droghe. Dissonante ed irriproducibile, come una porta scardinata che si apra sul nulla interstellare. Niente ossigeno, niente luce, niente di niente.

Solo rumori e voci che appaiono, si deformano e poi scompaiono. 

Perché quei corpi vivisezionati con tanta cura dentro quel capannone hanno anche delle anime, che ora cantano dannate in questo buco nero che le inghiotte.      

Twin Infinitives è un disco costruito più attorno all’assenza di qualcosa che sulla sua presenza. Incorporeo e fatiscente.

Una festa celebrata quando tutti gli invitati sono già andati via.

Straniante, dissonante e perverso come un Metal Machine Music dell’era post.

Il terzo disco è di nuovo omonimo, essenziale e straccione.

Una tavola scavata dai tarli e imbandita con i resti raffermi del rock ‘n roll, del jazz, del blues, dell’avanguardia.

Come se l’elastico del blues, stanco di essere tirato per cinquanta anni, si spezzasse all’improvviso per riaccartocciarsi velocemente implodendo su se stesso.

Royal Trux raccatta i resti dell’orgia e dei bagordi del banchetto usando la copertina di Freak Out come paletta per gettarli subito dopo in pasto ai Cats and Dogs con cui amano circondarsi nel loro nuovo ranch situato nelle campagne di Rappahannock County e pagato coi soldi spillati alla Virgin. Sono i due dischi dove torna forte l’ossessione per gli Stones che accompagna Neil da anni e che vestono i Royal Trux di una fisicità che Twin Infinitives aveva loro negato, malgrado sia una carnalità deviata da una percezione sintetica, adulterata, deforme.

Hagerty sperimenta un sacco di accordature aperte imparate sui dischi degli Stones anche se spesso è costretto a chiudere in anticipo i concerti perché le articolazioni delle falangi sembrano volersi spezzare come fusti di bambù.

Sono pure i due album che fanno breccia nel nuovo pubblico indie che nel frattempo ha eletto i Nirvana e i Pavement a paladini di un’insolenza giovanile talmente ostentata da risultare irritante se non eversiva. 

I Royal Trux puzzano.

Ma la Virgin è costretta a tapparsi il naso, ora che è iniziata la caccia ai nuovi Nirvana.

Perché del resto anche loro scuoiano cadaveri, nonostante vestano negli atelier d’alta moda e non di stracci sovrapposti l’uno sull’altro, come ama fare la Herrema.

E la caccia alle nuove galline dalle uova d’oro è una guerra all’ultimo sangue che si combatte in un clima di concorrenza spietata che in questo caso significa evitare l’assalto di Geffen e Warner Bros.

Così Jenny mette su il suo contratto, lo fa leggere al suo avvocato e lo porta al presidente della Virgin.

Quando Neil e Jennifer attraversano i corridoi degli uffici della multinazionale gli impiegati si chiudono in bagno e spengono le macchine del caffè. Qualcuno raddrizza le foto dei propri figli piazzate storte sulla scrivania, quasi a volerne contenere qualsiasi tendenza alla sovversione all’equilibrio morale. Qualcun altro va a cercare il vecchio catalogo Calvin Klein che ha messo nei cassetti per capire dove ha già visto quella faccia da sgualdrina anoressica. Qualcuno starnutisce.

Il presidente, un giapponese dall’accento inglese, è al suo primo contratto e non vuole fallire. Legge, disapprova, discute e alla fine cede.

Con la Virgin i due firmano l’impegno per tre album: hanno in mente una trilogia dedicata ai tre decenni che ne hanno preceduto l’ingresso nel tendone del rock ‘n roll circus. I suoni si fanno grassi e opulenti, levigati dalle mani di David Briggs, distanti anni luce dalle fosche nebbie putrescenti di Twin Infinitives e plasmate su quel randagismo rauco e sgraziato che da Daydream Nation in poi si è appiccicato ai palati del pubblico alternative.

Il repertorio si arricchisce di qualche banalità (Ray O Vec, Horror James) e si mette prono, pronto a farsi montare dal re caprone del rock.

Il suono dei Royal Trux di Thank You e Sweet Sixteen è compiaciuto, cerimoniale e ruffiano come lo sguardo di Marc Bolan sulle prime file del suo pubblico adorante.

Hanno rimesso in piedi i cadaveri del loro obitorio, come dei manichini.

Come delle sagome al poligono di tiro.

Sagome nere con un bersaglio a cerchi concentrici stampato all’altezza del cuore.

Neil Hagerty carica e spara.

Jennifer Herrema carica e spara.

Dan Brown carica e spara.

Chris Pyle carica e spara.

David Briggs ingrassa e lucida le pistole, finché un cancro non se lo porterà via lasciando la band a fare tutto da sola per il disco successivo.

I bersagli cadono uno ad uno, anche se non tutti i colpi vanno a segno.

Le pance pingui della major però non gradiscono e storcono la bocca pubblicando il primo.

Danno di stomaco quando gli presentano il secondo.

Al terzo disco, il contratto è già finito nel cesso, a far compagnia agli assorbenti di Sweet Sixteen.

Nel frattempo i due, sotto falso nome, producono un sacco di roba: i Delta 72, i Make-Up, Edith Frost, i Chicks, i Kills, i Palace Bros, i Delakota.

Il rientro nell’autorimessa Drag City (che aveva battezzato il proprio catalogo col loro singolo Hero Zero e stampato i primi quattro dischi, NdLYS) è inaugurato da Singles, Live, Unreleased, un triplo rotolone di vinile che riallaccia il nodo tra la band e la sua vecchia dimora, in forma spietata: detriti e cocci portati via durante la corsa.

Rumori, dissonanze, covers stravolte, bad trips.

Un “worst of” di polaroid sfuocate.

È il come eravamo dei Royal Trux che nel frattempo sono diventati altro.

Il nuovo disco di inediti esce infatti subito dopo e si intitola Accelerator, pieno di un suono che sembra parodiare se stesso, una enorme chewing gum dove il rock ‘n roll non viene più sbranato ma rimasticato, rimodellato in forme plastiche pur riservandosi angoli di follia blues licantropa e di piccole assonnate cavalcate psichedeliche.

I Royal Trux non sono più la band che piscia dentro le bottiglie di plastica.

E nemmeno sui resti del rock ‘n roll.

Già da anni hanno iniziato a tirar su la cerniera dimenticando, con distrazione furba e apparente, di tirare lo sciacquone così che quella melma è diventata lo stesso concime per fertilizzare il proprio campo rigoglioso di frutti dal sapore familiare.

Accelerator, il primo album in studio dopo il ritorno nella culla della Drag City, apre la valvola a farfalla del carburatore spingendo a folle velocità la macchina dei Royal Trux dentro un bubblegum rock da viaggio, con le teste fuori dai finestrini e lo stomaco in subbuglio.

Sull’asfalto, accanto a quattro strisce di gomma bruciata resta una lunga bava verde di succo gastrico. 

Si sono divertiti ad intossicare le radici che avevano maciullato e sciolto nell’acido. Quella che hanno in mano ora è una musica che vive di citazioni, di flashes improvvisi, come killers che tornano sul luogo del delitto e si ritrovano a fare i conti con se stessi, con la propria morbosità omicida, coi resti lucidi e i rimorsi schizofrenici delle proprie coscienze malsane. E così Waterpark apre il fuoco di Veterans of Disorder ammiccando glam e poggiando il culo su un riff tondo e riottoso, poi di colpo la corsa si arresta (Stop), lo schermo si illumina di bianco e ci ritroviamo a spiare dalla serratura un pianoforte color panna, i piedi scalzi di John e Yoko che solcano un bagnasciuga a cui le onde strapperanno via i ricordi griffati sulla sabbia, e quindi via attraverso altre otto tracce che, paradossalmente in completa antitesi col titolo scelto per portarle alle nostre orecchie, risultano essere un ulteriore passo avanti, o più verosimilmente indietro, nel tentativo di mettere ordine nel guardaroba sempre meno sfilacciato di casa Trux, ancora gradevole da ammirare ma tutto pieno di vestiti usati. E’ un boogie rock farcito di assoloni e dentro cui si muovono piccoli batteri di hip-hop culture sinistra e dopata, tenie gelatinose che si muovono dentro una costruzione di cemento messa su proprio sopra quei tumuli vittime dei sacrilegi dei Pussy Galore.

Unica parziale eccezione alla follia dei primi dischi il pastiche sonoro di SickAzz, sei minuti dove la band (che ora comprende Ken Nasta, Chris Pyle, Pete Denton, Dave Pajo e Jon Theodore, NdLYS) mette mano a una sequenza infame di visioni indiane, raga lisergici, avanzi sbrindellati di blues e flauti di pan rubati a Their Satanic Majesties Request.

Pound for Pound accentua la crisi, artistica e affettiva, ricalcando lo stile ordinario di Veterans of Disorder.

L’abitudine ha fagocitato tutto, mettendo in crisi il rapporto creativo e sentimentale tra Neil e Jennifer che adesso fanno più rumore quando litigano che quando suonano.

Jennifer continua ad impasticcarsi come quando era una lolita eroinomane e Hagerty decide che ne ha avuto abbastanza.

La misura è colma ma la coppa è vuota.

È il divorzio da tutto e da tutti, annunciato in conferenza stampa e diventata immediata, cruda realtà.

Di nuovo macerie, stavolta le proprie.

Di nuovo puzza di obitorio, di disinfettante, di sangue rappreso.

Neil e Jennifer si guardano dai lettini, distanti.

I nuovi medici legali si chiamano Domino, Drag City, Plain Recordings, nuovamente pronti tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo 2011 a riaprire i toraci dei due e ritirare fuori le frattaglie di Royal Trux, Twin Infinitives, Royal Trux II, Cats and Dogs, Thank You.

Ora tocca a voi, avvoltoi.

 

 

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

RV21JAN-ROYAL-TRUX

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