TEENAGE JESUS AND THE JERKS – Shut Up and Bleed (Cherry Red)

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Se il merito maggiore del punk era stato quello di riconsegnare il rock ‘n roll in mano ai giovani, il proprio limite più evidente fu quello di rimanere in qualche modo ingabbiato. Al sovvertimento delle regole paventato da look sempre più violenti e insidiosi si era preferito alla fine ripristinare il vecchio ordine costituito. E così ecco i Ramones suonare i pezzi dei Beach Boys e dei Rivieras, i New York Dolls quelli di Bo Diddley, Patti Smith quelli di Who e Them (o addirittura Manfred Mann), i Talking Heads rifare Al Green e i Television sognare i Velvet Underground.

Una rivoluzione estetica e sociale che però alla fine non aveva osato andare oltre gli argini e imporre delle regole veramente nuove e rivoluzionarie.

A criticare più o meno apertamente quel movimento ci pensò l’area no-wave che faceva capo a James Chance e Lydia Lunch. L’idea era quella di sovvertire le regole, distruggere ogni canone e instaurare un nuovo concetto musicale ed etico che portasse alle estreme conseguenze l’idea fondante del punk: impara tre accordi e forma un gruppo. Ai Teenage Jesus and The Jerks non interessava adattarsi alla nuova dottrina. Imparare tre accordi? E perché mai? Se quello che realmente contava era esprimersi, tutto il resto non solo non era indispensabile, ma neppure necessario. La loro musica è una folle, istintiva e mostruosa macchina di convulsioni epilettiche dissonanti e strazianti. Lydia Lunch urla come un babbuino scuoiato vivo mentre sotto di lei i suoi comprimari massacrano e sbrindellano i loro strumenti sotto il peso delle loro clave. Se la conoscenza degli strumenti e della loro armonizzazione è pari a zero, quella dei concetti base della costruzione armonica e melodica sono parecchie decine sotto lo zero. Niente suona neppure lontanamente simile a quello per cui è stato ideato. Tutto ha il suono di una catastrofe aberrante. Come dei Nerone follemente innamorati della loro città, i Jerks coprono di petrolio la loro metropoli e le danno fuoco. Nessun disco dell’era punk era stato così vicino alla follia quanto queste smorfie epilettiche. Nessuno era riuscito a creare un’estetica dell’orripilante così instabile e alienante. Nessuno era riuscito a sonorizzare l’agonia e il coma di una generazione senza futuro.  

Oltre le fogne. Dentro il corpo mutilato di un ratto seppellito nella merda.  

  

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

            Teenage Jesus And The Jerks , Beirut Slump - Shut Up And Bleed -

 

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CASINO ROYALE – Soul of Ska (Vox Pop)

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Non furono i primi. Il primato dello ska, in Italia, spetta agli Statuto di Torino.

Ma furono i migliori, anche dopo che le ombre lunghe degli Specials avrebbero disertato le loro anime e lasciato il posto ad altri spettri che ne avrebbero decretato lo status di band poliedrica e dalla caratura internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta i Casino Royale sono una band di otto rude boys che raccoglie cocci da esperienze molteplici, implose in pochissimo tempo. C’è chi viene dal punk, chi dal garage-rock, chi dall’hardcore, chi dalla new-wave. Ci sono schegge di Shockin’ TV, Pression X, Rappresaglia.

Una miscela che trova nella musica in levare giamaicana il proprio punto di fusione.

E in quegli anni in cui molte scene musicali metropolitane stanno implodendo l’energia dello ska prende piede con rinnovato vigore. In fondo ci si accorge che, a parte i nomi grossi che ci suonano familiari, c’è tutto un mondo da scoprire e una giungla di piccole leggende giamaicane intricata come dei dreadlocks. Dal vivo i Casino Royale accendono le sale. Fiati e ritmi skankin’, aria di festa, atteggiamenti da rude boys gentili, occhialini neri e due MC che si spartiscono il ruolo di leader, finchè scopriranno che l’ego di uno mal sopporta quello altrettanto invasivo dell’altro.

Rimestano nel vecchio, i Casino Royale degli esordi. Ma suonano come una cosa nuova. L’approdo alla lingua italiana è ancora lontana, così come la voglia di meticciato e di musica globale che inghiottirà la band già con Jungle Jubilee e in via definitiva da Dainamaita in poi. Proprio per questo Soul of Ska fa un po’ storia a sé nella discografia della band milanese. Ci sono dentro un paio di cover dei giamaicani Blues Busters (I Won‘t Let You Go e Soon You‘ll Be Gone) e una deliziosa versione in levare di Under the Boardwalk dei Drifters. Il resto è farina del sacco di Aliosha Bisceglia, Giuliano Palma, Michelino Pauli e Ferdi ed è il grano migliore della raccolta, dalla divertente Stand Up, Terry! che fa il verso allo ska idiota dei Bad Manners alla memorabile Casino Royale che diventa il pezzo “inevitabile”, quello che chiude la scaletta dei concerti, quello che tutti cantano saltando come dei matti, quello che addirittura finisce come traccia nello spot dello shampoo antiforfora più famoso d’Italia (non so quante bottigliette ne abbiano potute vendere tra gli skinhead che affollano i loro concerti dell’epoca, NdLYS), dal trascinante non-sense di Mr. Spock & Mr. Space al morbido blue beat di Housebreaker al boogaloo anni sessanta di Bad Times alle arie western della strumentale Ten Golden Guns. I Casino Royale non fanno ancora tendenza e ti costringono ad agganciare le bretelle per aver salvi i pantaloni durante i loro concerti.

I loro gig all’epoca sono ancora il ritrovo per skin e punkabbestia che si ritrovano in quelle piccole storie ordinarie di sveglie che suonano sempre troppo presto e di giovani che sbarcano il lunario facendo i topi d’appartamento nei quartieri bene della città e sono disertati dai modaioli. Troppo difficile immaginarsi quello che i Casino diventeranno negli anni Novanta. Troppo difficile dimenticare quanto ci fecero sudare. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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