BLACK SABBATH – Sabbath Bloody Sabbath (WWA)

Per tutti gli anni Settanta i Black Sabbath incarnarono il suono del Male.

Un helter skelter che dalle selve britanniche portava in rovinosa e vorticosa caduta fin dentro la pancia dell’Inferno.

Una voce folle e luciferina, un suono intarsiato nelle pareti rocciose dell’Inferno.

I Black Sabbath agli inizi del decennio ridefiniscono i canoni estetici e stilistici dell’hard rock ripulendolo dalle scorie blues e levigandolo come una scultura di pietra lavica, raffreddandone l’anima fino a renderlo gelido, esanime.

Rimodulano distorsioni e accordature e disegnano la sagoma del metal scolpendolo con tratti perfidi e diabolici.

È il primo inquietante e minaccioso ritratto della musica ossianica che poi verrà elaborata, partendo da inquadrature diverse ma speculari, dai Banshees di Join Hands e che i Sabbath mettono a fuoco nella tetralogia classica degli esordi, dopo di che Ozzy e Tony decidono di agganciare il loro suono alla montante scena progressive sfruttando l’amicizia con Rick Wakeman.

Rick diventa il membro aggiunto e i suoi sintetizzatori diventano la cosa nuova dentro il suono della band. A loro affidano il sipario di Who Are You? imbastito da Osbourne proprio attorno elle evoluzioni di synth del tastierista degli Yes, creando un esperimento inedito nelle solide architetture del progetto Black Sabbath.

Altrove (il requiem elettrico di Sabbra Cadabbra e la sognante Spiral Architect ispirata proprio da un sogno del bassista Geezer Butler, NdLYS) il tocco di Wakeman è più misurato, bilanciato dalle solite colate dei riff di Iommi.

Tuttavia l’introduzione all’opera è puro Sabbath-style con quel giro di chitarra  monolitico, pressante come un infarto e all’apparenza impenetrabile e che invece dopo appena 40 secondi si squarcia lasciando passare fasci di luce, per poi richiudersi come un sepolcro. A National Acrobat è anche lei sgombra dal peso delle tastiere ed è una minisuite in tre movimenti dalla quale pescheranno a piene mani schiere di metal bands a venire, dai Metallica ai Fu Manchu. Finale mozzafiato ed eccoci dentro le bellissime trame liquide di Fluff che, come già successo con Orchid o Laguna Sunrise, asseconda il vezzo di Tony Iommi di riservare per sè piccoli angoli bucolici, piccoli rifugi antiatomici nascosti tra foglie di platano. Gli altri due classici di Sabbath Bloody Sabbath si intitolano Killing Yourself to Live e Looking for Today. La prima è una canzone robusta che finisce in una vera galoppata hard. Non come quelle di Rocco Siffredi ma poco ci manca.

Allo scadere dei primi due minuti la chitarra di Iommi si infuoca e si intreccia attorno a se stessa, con un ottimo lavoro di overdubbing che ne accresce il tono drammatico. Succede la stessa cosa tre minuti dopo. Ma a questo punto il pezzo è già diventato una corsa di formula uno, e lo schianto è vicino.

Looking for Today è uno dei pezzi più eleganti della storia dei Sabbath. Rivestita di apparente ottimismo e colorata dagli accenti di un flauto, è una delle perle nascoste del repertorio del Sabba Nero, a torto ritenuto uno dei pezzi minori per questa sua natura ambigua e formalmente distante dalle gravi atmosfere catacombali che li distinguono. E invece chiude in maniera straordinaria l’ultimo grande disco dei Signori del Male. Poi verranno storie di pipistrelli, estasi tecnologiche, morti in autostrada, fiction televisive e fiction da palcoscenico e poi ancora altre morti.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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