AA. VV. – Dead & Gone # 1 / # 2 (Trikont)

0

Conoscete Josè Guadalupe Posada?

No? E invece si, scommetto che lo conoscete.

Certo, non come Salvador Dalí o Gustave Dorè magari.

Ma se vi nutrite come me di un immaginario mortuario decadente e irriverente, di certo vi ci siete imbattuti, pur senza sapere chi fosse.

Per non tediarvi coi miei sempre lunghi bussolotti vi dirò soltanto che era un tale nato nell’epoca sbagliata. Tutto qua. Un linotipista geniale che, fosse vissuto un secolo dopo, oggi sarebbe un professionista cinquantenne che, dopo aver disegnato le copertine per Cramps, Misfits, Calexico, Gun Club e Fabulous Cadillacs, è diventato il grafico di fiducia per la Voodoo Rhythm, in attesa di disegnare la calavera definitiva, quella che sogna di poter scolpire un giorno sulla sua lapide.

Per ora fermiamoci qui.

E concentriamoci su due dischi allegri come Nicola Sacco la mattina del 23 Agosto del 1927. 

Il tema è la morte. Invocata, bramata, esorcizzata, ridicolizzata, desiderata.

Non c’è omogeneità stilistica ma solo tematica. Dentro c’è davvero di tutto, dai tenores della Confraternita delle Voci di Castelsardo al rap scuro dei Geto Boys, dal country nero dei Beasts of Bourbon alle placide arie di Robert Wyatt, dal pozzo senza fondo in cui Lydia Lunch affonda Gloomy Sunday allo spiritual negro del Bulawayo Church Choir, dalla Strange Fruit che appassisce sotto la voce di Billie Holiday al catarro infame di Tom Waits, dalle musiche da banda di ottoni (concentrate sul primo dei due volumi) alla solitudine resa con strazio agonizzante da un Albert Ayler alle prese con Our Prayer, dalla marcia funebre della Banda della Vucciria di Palermo al requiem scritto da Lou Reed in memoria di Doc Pomus.

Uno di quei dischi “incredibilmente strani” che a me piace collezionare.

E non solo a me, ovviamente: Fritz Ostermayer che ha curato l’assemblaggio delle scalette, è un noto cinquantaquattrenne DJ austriaco (voce e selecter storico per FM4, il canale alternativo della radiofonia d’Oltralpe, NdLYS) che coltiva tra le proprie ossessioni (la musica elettronica, le murder ballads, John Cale, la musica tradizionale e popolare, la cultura sado-maso) proprio quella per il triste mietitore e per, e qui torniamo al punto di partenza, Josè Guadalupe Posada.

La copertina e il libretto interno in lingua tedesca sono infatti corredati dalle storiche calaveras dell’artista messicano.

Umorismo macabro, satira grottesca, humour nero, sarcasmo bizzarro.

Un monito per ricordarci che la morte ci è sempre accanto, anche quando cerchiamo di sfuggirle e che forse quella che immaginiamo da vivi, nel suo orrore, è anche migliore di quella che ci toccherà.

Josè Guadalupe Posada sarebbe morto in assoluta solitudine, dopo aver assistito alla morte del figlio e della moglie.

Il sindaco di Città del Messico, nella sua magnanimità, gli avrebbe riservato una misera bara di sesta classe.

Non in donazione, soltanto in prestito. Addirittura per ben sette anni!!

Trascorsi i quali la sua calavera, quella vera, sarebbe finita in un ossario pubblico, confusa in mezzo alle tante che si era divertito a disegnare.

Dead and gone…..

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 R-1364910-1213173040

images

Annunci

JULIAN COPE – Saint Julian (Island)

0

Julian Cope è un egocentrico. Un tossico egocentrico che odia la metà delle persone del mondo e che è odiato dall’altra metà.

Ha fatto parte di una delle band più sopravvalutate della storia e ha litigato con tutti anche lì. Così si è trovato a intraprendere una carriera solista nella quale, a parte lui, non crede nessuno. Ma lui è ossessionato da se stesso, oltre che dalle automobili giocattolo. E ha troppi fantasmi nella testa. Alcuni li mette in musica nei suoi primi dischi che però non vendono come lui si aspetterebbe. Soprattutto non vendono quanto si aspetterebbe la sua etichetta.

Cope ci mette un po’ per riprendersi dalla botta e ritrovare l’energia, anche fisica.

Si dedica a un jogging sempre più estremo, sempre più pesante.

E nelle cuffie si porta musica sempre più energica.

Non più Syd Barrett ma Alice Cooper, i Sonics, i Guess Who, i Sex Pistols, Chuck Berry.

Si toglie il guscio di tartaruga e si veste di pelle. Come i Ramones. Anzi, di più.

E infatti decide che a produrre il suo nuovo disco sia Ed Stasium. Quello che ha messo mano ai dischi dei Ramones e ha suonato di nascosto le piccole parti solistiche sui loro album visto che Joey si rifiuta di suonare qualcosa che vada oltre i due accordi in sequenza.

Perché Cope ha in mente un disco potente, diretto.

E Saint Julian lo è. Magari anche banale, nell’accessibilità pop che lo caratterizza e che la critica non gli perdonerà mai, dopo due dischi dalla bellezza deturpata come World Shut Your Mouth e Fried.

Ma è quello di cui Julian Cope ha bisogno. Di uno schianto. Di sostituire la sua faccia a quelle delle tante merdose pop-stars che affollano Top of the pops.

Ci riesce, perché Saint Julian è un disco compatto, ordinato, certamente più equilibrato e psichicamente stabile rispetto a quelli che lo hanno preceduto e anche di molti che verranno, dove doserà pazzia e genio in lunghe ampolle colorate piene spesso di roba indigeribile ma anche dispensatrici di miracolose pozioni pop.

È un disco fatto per saziare la sua fame di successo, di visibilità, di gloria.

Sulla copertina si fa immortalare in questa posa un po’ idiota da salvatore del rock, sceso in terra per redimere tutti. E si fa fotografare da Peter Ashworth che è un fotografo a la page. Lavora nel mondo della moda, Peter, ma nel suo studio ospita anche tante stelle e meteore del pop di quegli anni. I Soft Cell, Belouis Some, gli Eurythmics, gli Erasure, i Visage, Adam Ant, Morrissey (suo il celebre scatto di Morrissey steso sul pavimento tra i libri di Oscar Wilde, NdLYS), gli Associates.

Usa molti faretti colorati e molto cerone, Peter. E può aiutare a far sembrare bello quello che bello magari non è.

Dentro ci sono le cose più dure mai fatte da Julian Cope fino a quel momento: Pulsar e Spacehopper sono delle pressanti canzoni dal taglio garage e dal passo galoppante. Come larga parte del disco hanno più di un richiamo allo Spazio. Perché Julian sogna soprattutto di questo in quegli anni. Di pianeti che esplodono, di astronavi che atterrano nel giardino di casa, di corpi marziani.

Screaming Secrets e Saint Julian sono un aggiornamento delle canzonette storpie del suo primo album, ovviamente rivedute e corrette per piacere al mondo intero, inzuppate di coretti degni degli Archies e ammiccanti distese di oboe e clarinetti in parte suonati dallo stesso Cope sotto il falso nome di Double De Harrison.

Poi c’è un funky androide come Planet Ride, i tre bellissimi singoli Trampolene, World Shut Your Mouth e la trasognata Eve‘s Volcano, una canzone che parla di una fellatio come se stesse cantando di raccogliere margherite nel giorno del solstizio d’estate. Shot Down vuole essere nel titolo un omaggio ai Sonics ma è un’altra power song piena di chitarre raglianti e piccoli effetti spaziali per tastiere.

A Crack in the Clouds chiude tra rintocchi di campane e scrosci di temporali prima di schiudersi in una sinfonia per archi, chitarre e tastiere, tornando come di consueto ad assecondare la tendenza di Julian ad invadere ogni traccia del mixer, a sovrapporre strumento su strumento, a creare piccole architetture pop.

Saint Julian è il Cope cucito dentro gli abiti da pop-star.

Ha nascosto il suo amore per gli svitati del rock ‘n roll degli anni Sessanta e Settanta e si è divertito a rendersi piacevole, passando più tempo davanti allo specchio che a strisciare sul pavimento e regalandoci dieci canzoni da cantare. Perché tutti siamo delle rockstar, anche se il mondo lo ignora.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Juliancopesaintjulian