VINICIO CAPOSSELA – Marinai, profeti e balene (La Cùpa)

Quella del marinaio è una condizione dell’anima.

Chi ce l’ha avverte il bisogno di salpare, di lasciare il porto.

Ora, nessuno sa come e perché, Capossela ad un certo punto della sua carriera avverte quella necessità: prendere il largo da chi lo vorrebbe trasformare nel cantautore borghese avvitato in tristi morne dolorose o avviluppato in caldi mambo da paso doble, da chi lo vorrebbe dipingere come il nuovo Buscaglione e da chi lo vorrebbe disegnare come il nuovo Paolo Conte.

Sa che verrà il giorno in cui cercheranno il nuovo Capossela, e per lui sarà finita.

Così, scioglie le gomene e prende il largo. Via!

Lui salpa e lascia il tabellone delle classifiche sul porto, colorate da stupidi led lampeggianti che si accendono sulla fame di successo. Con frecce che puntano verso l’alto e altre che puntano in basso. Lui, punta altrove.

Il percorso del Capossela degli ultimi cinque anni è quello di un marinaio errabondo, naufrago di se stesso, a cui piace tormentarsi con canzoni putrescenti nate nello spasmo del dolore che non perdona, quello dell’abbandono.

Con Marinai, profeti e balene la nave del capitano Capossela prende definitivamente il largo. La musica di Vinicio oggi è quella di un Robinson Crusoe circondato dagli sbuffi di qualche capodoglio, dalla stridula risata di qualche cormorano solitario che segue la sua nave.

È un disco fantastico e avventuroso, questo doppio di Capossela. Un disco che si può sfogliare, proprio come La Sacra Bibbia, l’Eneide o Moby Dick ovvero i libri che più di altri sembrano averlo ispirato. Citazioni sacre e profane che riaffiorano tra le onde di questo lungo viaggio come era già avvenuto per Ovunque Proteggi e che qui assumono i tratti di un’epopea mistica e acquatica. Le acque bibliche che sul grande romanzo cristiano spartivano e univano le terre del vecchio mondo e tracciavano i confini del popolo eletto sono qui invece l’unica terra possibile. Non c’è traccia di approdo. Il mare diventa l’unico palcoscenico di questo viaggio infinito. Un palco dove albatri e sirene, pirati, vele e stelle polari, conchiglie, sale, balene e legno marcio, ciclopi e polipi giganti si contendono la scena, in questo mondo apparentemente muto cui Capossela dà voce, in questa sommersa meraviglia silenziosa abitata da animali che hanno scelto di non parlare osservando in silenzio l’incanto della natura. È il loro rispetto muto per la bellezza, resa manifesta con una classifica biologica che impone ai pesci brutti l’eterna pena buia degli abissi e ai belli la grazia divina della luce, la dolce carezza delle onde.

Marinai, profeti e balene veste l’universo Caposseliano con un campionario variopinto di modulazioni vocali e di coloriture timbriche dalle proporzioni, ancora una volta, desuete, fatate.

Ghironde, bicchieri, oboe, tamburi di latta, cori sacri, lire, e-bow, flauti, teste di moro, seghe, carillon, marimbas, steel drums, celeste, voci di sirene, catene, clavicembali, lumache marine e ogni altro oggetto che possa restituire l’anima di questo universo bagnato, le risate perdute di questi pesci cui Nettuno ha disegnato una curva triste al posto del sorriso, di questa meraviglia zitta che pure custodisce le voci più belle che mai uomo abbia potuto ascoltare.

E che tuttavia gli vengono negate, come una malìa troppo immensa da poter sopportare per la sua carne glabra di squame, perché “se ascolti le sirene non tornerai a casa, perché la casa è dove si canta di te (…) E se ti fermi ad ascoltarle ti lascerai morire perché il canto è incessante ed è pieno di inganni, e ti toglie la vita mentre la sta cantando”.

Marinai, profeti e balene è un maestoso altare di marmo che prende il largo tra le onde di un Mediterraneo epico e solenne che diventa ora un mare di inchiostro nero-nero (Polpo d’amore suonata con gli amici Calexico) e un istante dopo un acquario da cabaret (Pryntyl, ispirata dallo Scandalo negli abissi di Celine). Un Mediterraneo antico e primitivo dove anche la morte conserva una sua dignità, un suo rituale, una sua sacralità che oggi viene negata ai martiri del secolo nefasto.

La seduzione del Capossela marinaio è preda del mare, sbattuta dalle onde e tormentata dalla risacca. È una seduzione cannibale, che divora se stessa e non si concede ad altri, mentre Vinicio cerca di mettere in salvo ogni sua debolezza, ogni suo dubbio antropico. La fede, l’amore, il peccato, il vizio. Li mette con cura dentro le scialuppe e offre loro una via di scampo dal maestrale che si abbatte sul suo veliero, prima che ogni bolina si tramuti in cappio. Dà ad ogni guscio di noce un nome da ricordare, li spinge dolcemente verso il loro naufragio e li guarda col suo cannocchiale fino a vederli affondare uno ad uno. Il Grande Lievatano, Vinocolo, Nostos, Aedo, Goliath, Lord Jim. Foglie morte che non toccheranno mai terra.

Il capitano intona un trèno, in una lingua che solo lui conosce, che solo lui può udire. Poi, solo le onde.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Marinai-profeti-e-balene-Deluxe-Album-With-Booklet

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