CESARE BASILE – Sette pietre per tenere il diavolo a bada (Urtovox)

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Cesare Basile canta il dolore, da sempre.

Lo canta con parole dure. Ossa, forche e vermi.

Perché non si abbia a confonderlo con il sonno arretrato di cui ci lasciò monito Walter Chiari. Il dolore cantato da Cesare non dà scampo, mai.

È questo crogiolarsi nell’affanno della vita probabilmente il suo limite maggiore,

perché le facce crucche oggi non piacciono più a nessuno.

E Cesare è uno che sorride di rado.

In questo disco forse ancora meno.  

Sette pietre per tenere il diavolo a bada è un disco frammentario in cui convivono i tanti spettri che popolano la casa dell’autore catanese e in cui collidono le schegge delle musiche con cui Cesare ha riempito la sua saccoccia di uomo apolide: il blues affranto di Nick Cave (Strofe della guaritrice, tratta da alcuni versi di Danilo Dolci) e il fatalismo ateo di Fabrizio De André (Lo scroccone di Cioran), la satira dolorosa del serbo Frane Milčinski Ježek (qui tradotto nella versione di E Lon Lan Ler realizzata per il cortometraggio My World Is Upside Down) e l’orgoglio martire di Rosa Balistreri e Ignazio Buttitta di La Sicilia havi un patruni che assieme alle altre strofe dialettali de L’Alavò rappresenta il segno del ritorno a casa, privato ed artistico, per Basile. Un approdo disperato. Come su uno di quei barconi che ingombrano il mare a Sud di Lampedusa scaricando il loro carico di vite umane.

Solo che Cesare è su un barcone tutto da solo, anche se ad attenderlo a riva, come sempre, c’è una scia di mani dondolanti: Marcello Caudullo, Alessandro Fiori, Salvo Compagno, Fulvio Di Nocera, Massimo Ferrarotto, Luca Recchia, Roberto Angelini, John Bonnar, Vera Di Lecce, Lorenzo Corti, Rodrigo D’Erasmo, Alessio Russo, Toni Kitanovsky, Roberto Dell’Era, Enzo Mirone, Enrico Gabrielli.

Manca stavolta, ma solo per problemi organizzativi, John Parish che probabilmente avrebbe potuto dare una dimensione più unitaria a tutto il lavoro che altrettanto probabilmente Basile ha invece voluto evitare per scelta, lasciando che questi frammenti restassero disgiunti ma vicini, come pagine di un diario di bordo.

Scorrendo il quale pure a volte si prova un senso di fastidio, nonostante tutti abbiano paura a dirlo per timore di fare un torto all’autore, per quella riverenza paracula che prolifera in Italia e secondo la quale non puoi muovere nessuna critica a chi, per merito e per default, è considerato un inviolabile della musica.

I dischi di Cesare invece emozionano e infastidiscono, allo stesso tempo.

Come quelli di Piero Ciampi e di Claudio Lolli.

Perché vibrano di un impetuosità intima talmente intensa da non lasciarti spazio vitale. Hanno un orizzonte talmente basso che a passarci sotto ti spacchi la testa.

Sono imperfetti, nudi e strazianti e disdegnano l’umiltà.

Sette dischi per tenere il diavolo a bada, che sommati fanno un bel po’ di sassi.

Che tuttavia non saranno sufficienti per il compito loro assegnato.

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Cover sette pietre basile

SOUNDGARDEN – Badmotorfinger (A&M)

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Il 1991 è l’anno in cui il grunge capitalizza, diventando l’affare musicale del decennio e, col senno di poi, l’ultimo investimento non strutturale delle multinazionali del disco. Tutto ciò cui le major si dedicheranno negli anni successivi, di fronte alla crisi del mercato del disco e allo sviluppo del junkismo illegale, sarà solo il reinvestimento con poco capitale sul “catalogo” e sulla I-tunizzazione del proprio materiale d’archivio e una lunga ristrutturazione aziendale fatta di fusioni, incorporazioni, abbattimenti, cessioni, licenziamenti e quant’altro.

Sono gli ultimi anni in cui gli A&R delle case discografiche vengono pagati per battere il territorio come cani da tartufo in cerca di galline dalle uova d’oro da far diventare i nuovi beniamini della popolazione indie-rock, da allora in poi resteranno comodamente seduti davanti al loro desk scandagliando la rete.

Insomma, il grunge fu l’ultimo bagno di sudore della storia del rock.

L’ultima esperienza totalizzante condivisa dalle folle “alternative” e confortata dai dati di vendita.

Dopo torneranno le nicchie. E, non a caso, si comincerà anche a parlare di “post”.

Com’era stato per il dopo-punk. Una stagione di riflusso. Stavolta più lunga del previsto.

Ma è in quest’anno palindromo che si gioca la scommessa sul grunge, con i dischi che marcheranno a fuoco l’intero decennio ma di cui molti, anche tra i profeti, ancora ignorano la portata.

Il 16 Aprile è proprio la A&M a celebrare l’intera scena e il primo martire che ogni fenomeno rock che si rispetti deve esibire con la pubblicazione dell’album dei Temple of the Dog.

Il martire era Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone.

Il 28 Maggio è la volta del grunge fluorescente di Gish degli Smashing Pumpkins, da Chicago.

Il 27 Agosto esce Ten dei Pearl Jam, destinati a diventare l’ultima rock band del millennio anche se nessuno lo sa ancora.

Il 24 Settembre arriva Nevermind dei Nirvana.

Rockerilla, la rivista che aveva odorato il culo alla scena di Seattle quando il grunge era ancora una belva famelica e aveva “adottato” il movimento in Italia, gli dedica una striminzita recensione indicandolo come un’ottima scopiazzatura dei Replacements e sacrificando ben due pagine della rubrica al doppio color nero dei Metallica e al quadruplo odor di cacca dei Guns ‘n Roses.

Credo si siano morsi le mani per i dieci anni successivi.

L’8 Ottobre viene pubblicato Badmotofinger dei Soundgarden.

I cloni sono già alle porte, educati agli esercizi di copiato. Si chiamano Everclear, Bush, Stone Temple Pilots, Stiltskin, Creed, Silverchair. Il plurale è quasi bandito dall’ iconografia della vera grunge-band. Chissà perché.

I Soundgarden sono, tra tutti, quelli con una propensione più marcata verso il metal spacca timpani. Vuoi per l’uso di riff elaborati e vorticosi, vuoi per l’ugola di Chris Cornell, capace all’epoca di eguagliare la forza di un Robert Plant e o di un Dave Tice.

Ma in loro vive questo innovativo taglio cerebrale e concentrico che fa ancora storcere la bocca a tanti. Non solo ai metallari. È qualcosa di strutturalmente complesso, cervellotico, spiazzante. E loro lo sanno, ne sono consapevoli.

Come il riff contorto di Jesus Christ Pose, tutto incurvato e rappreso.

Saranno loro stessi a definirlo simile al rumore delle pale di un elicottero.

Una roba con cui ora abbiamo fatto pace ma che allora suonava del tutto aliena.

Io ci misi qualche mese per aprirgli la porta di casa.

Rusty Cage non gli è da meno. È meno spiritato ma è il riff-chiave dell’hard-rock moderno come quello di Whole Lotta Love lo era stato per quello storico.

Sesta corda abbassata in SI e un rapidissimo raddoppio di legati che, filtrati attraverso un effetto a pedale, sembrano fare andare il riff a rovescio.

Il nuovo bassista (dapprima “bocciato” e poi recuperato tra i ranghi proprio prima di entrare in studio, NdLYS) Ben Shepherd porta con se un ottimo gusto creativo.

È sua l’idea del giro torcibudella di Jesus Christ Pose così come sono in parte farina del suo sacco gli scatti propulsivi e la furia hardcore che violenta Face Pollution e totalmente sua è la dolcezza di Somewhere che diventerà il canovaccio estetico per i Soundgarden melodrammatici di Fell On Black Days e Black Hole Sun su Superunknown.

La scrittura dei ‘garden trova su Badmotorfinger la giusta pista di asfalto per lanciare il proprio velivolo in fuga dal loro aeroporto privato e pronto a solcare i cieli del mainstream-rock di fine secolo, muovendosi tra gli archi torti di Mind Riot, le montagne russe del tour-de-force di New Damage, e i trampolini di Drawing Flies o Room a Thousand Years Wide con tanto di fiati fusi assieme alla colata di zolfo dei riff di Kim Thayil. È con questo disco che si consegnano alla storia del rock come gli Zeppelin della stagione del grunge. Una folgore infuocata che squarciò il cielo plumbeo del rock ficcandosi nella pietra come un’Excalibur che ancora nessuno è riuscito a tirare fuori dalla roccia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Soundgarden_-_Badmotorfinger