CHROME – Alien Soundtracks / Half Machine Lip Moves / Red Exposure / Blood on the Moon / Third From the Sun (Lilith)

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La recente acquisizione del catalogo Chrome e la sua immediata ristampa nella prestigiosa collana Dig-A-Log (Vinile 180gr + CD in unica confezione, al prezzo di uno soltanto) mi da l’occasione per tirare fuori una delle storie più sconosciute della storia della musica moderna, ancora oggi avvolta da un velo di mistero duro da penetrare.

Rifletteteci….

Quante foto dei Chrome avete visto in vita vostra?

Una? Forse due?

Magari siete stati davvero avidi e tenaci e ne avete viste tre o quattro.

Ma davvero non di più.

Fate mente locale e fate i vostri calcoli.

I Chrome non avevano un’immagine pubblica ma un immaginario.

Un immaginario fortissimo di identificazione con l’alieno che fa paura, l’ignoto mutante che viaggia di galassia in galassia, il truce viaggiatore del cyberspazio, il dirottatore delle sonde interplanetarie.

Vascelli pirata.

Pattumiere interstellari dove giacciono le scorie di satelliti che non avranno mai nessun porto d’attracco.

L’Universo Parallelo.

Svegliati Neo. Matrix ha te. Segui il coniglio bianco.

Alien Soundtracks, il dissestato disco che dopo i tribalismi marocchini di cui è disseminato il disco di debutto apre il varco all’ingresso di Helios Creed sulla nave spaziale di Damon Edge: è la torre di Babele del Sistema Solare.

Suoni sovrapposti, frequenze dissonanti, fruscii, feedback futuribili, lerciume elettrico, fusibili che fondono, sibili di cherosene, lamiere soffocate dal ghiaccio.

The Monitors suona come se l’astronave degli Stooges di Fun House fosse andata ad impattare con quella degli Hawkwind di In Search of Space mentre la filastrocca demenziale di ST37 sembra rimettere in sesto le “macchine” di Lothar and The Hand People, Slip Into the Android è una sinfonia dislessica, un tritacarne dove vengono maciullati i corpi del prog-rock e del free-jazz, Chromosome Damage sono i Germs chiusi nella cabina di pilotaggio mentre Derby Crash sputa sul finestrino, All Data Lost è il rumore del vostro hard disk che fonde e va in loop mentre ascoltate Are You Experienced?

Un groviglio parossistico di psichedelia, progressive, krautrock, motor city sound, space rock, di Grateful Dead e Brian Eno, di Frank Zappa ed MC5, di Faust e Jimy Hendrix, di Destroy All Monsters e Gong.

Un concept album svitato e zappiano sulle avventure di Pharoah Chromium, un alieno abitante del pianeta Grux.

Del resto Helios Creed, hawaiano di nascita e californiano di adozione, è uno che vanta almeno due o tre “incontri ravvicinati” con marziani e venusiani.

Molto più probabilmente li ha solo sognati, e ora brama di dipingerli in musica.

La ristampa Lilith aggiunge in coda l’ambientale The Manifestation (of the Idea) uscita qualche anno dopo come inedito sulle raccolte Chrome Box e No Humans Allowed.

La seconda bestia di questa apocalisse sonora si intitola Half Machine Lip Moves, ancora più sfilacciato del precedente, sembra pensato sotto una pioggia stellare che si riversa a conati. Eppure quello che passa sotto queste tempeste di rumore è ancora puro, secco garage rock. TV As Eyes o March of the Chrome Police sono permeate dalla stessa trivialità dei Sonics, dei Dogs, degli Stooges, dei Monks, dei primi Stones anche se tutto viene macinato dalle ruote dentate di mostri bionici come Mondo Anthem o Half Machine Lip Moves.

Le tre bonus della ristampa sono i tre pezzi della storica raccolta Subterranean Modern dedicata alla destabilizzante scena new wave di San Francisco e alla quale i Chrome regalarono Anti-Fade, Meet You in the Subway e, come gli altri, una sovversiva versione di I Left My Heart in San Francisco, una vecchia canzone gay portata alla notorietà da Tony Bennett.

Red Exposure sfiata e de-umanizza il suono della band di San Francisco.

Gli spigoli sonori vengono arrotondati, i rumori di chitarra ammorbiditi dall’uso del flanger e piegati al suono delle macchine.

John Cyborg vuole la sua parte da primo attore. E la ottiene.

Si veste da drugo e mette su queste impalcature di drum-machines attorno alle quali i Chrome allestiscono una serie di idee improvvisate in studio, lo stesso frequentato in quei giorni dai Dead Kennedys di Fresh Fuit For Rotting Vegetables e dagli MX-80 per Out of the Tunnel.

Stessa aria electro-punk si respira nei due pezzi del 12” Inwords inclusi qui come bonus assieme al messaggio robotico di Informations, retro del singolo estratto dall’album.

Blood on the Moon riveste il suono dei Chrome di una patina gotica che li avvicina alle compagini dark, industrial e art-punk di oltre Oceano, Throbbing Gristle, Killing Joke e Wire in testa.

Il suono è compresso e tenebroso, fustigato dall’implacabile martellìo della batteria elettronica, una sequenza di brutalità non lontane da quelle che stanno avviando a Chicago i Big Black di Steve Albini e che più tardi metteranno in moto altre band estreme come Jesus Lizard e Nine Inch Nails.

Sono plotoni e squadriglie della morte che avanzano verso di noi. Implacabili e più scure delle loro stesse ombre.

E che per la prima volta, dopo quattro anni, decidono di salire su un palco.

Lo fanno in Italia, all’Electra Festival di Bologna nel Luglio del 1981.

La traccia bonus di questa reissue ne documenta qualche minuto di improvvisazione free ma se volete gustarvi per intero quello che probabilmente è il debutto live più tardivo della storia del rock, potete procurarvi il bootleg Chromosome Damage pubblicato nel 1986.

A chiudere questa tornata di ristampe arriva pure 3rd From the Sun, hendrixiano nel titolo e scuro nei contenuti, intossicato da un frastuono metallico impetuoso ed androide precursore delle derive cyber-metal di una band come i Voivod da cui viene travolta anche la moglie di Edge Fabienne Shine che diventerà membro stabile della band fino alla separazione dal marito nel 1995, poco prima che Damon partisse veramente per le galassie .

Le bonus sono stavolta riservate all’ultimo singolo della coppia Creed/Edge che esploderà nel giro di un anno tra rancori, fobie e beghe legali.

Qualcuno ha precorso i tempi, qualcuno li ha semplicemente seguiti ma i Chrome hanno fatto un viaggio folle e solitario.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Half-Mute (Ralph) / Desire (Ralph)

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Immaginate la sala da ballo de Il Gattopardo popolata degli scheletri della Danse Macabre. 

In un angolo del salone un’orchestra che suona note intagliate nel ghiaccio, sputando aria gelida sui brandelli di macramè, sui divani broccati, sulle radiche di noce, sugli specchi e sui lampadari di ambra e cristallo.

Sembrano venire da un altro pianeta.

O forse da un po’ più vicino, dalla Luna.

Fanno musica da camera pensando a quelle del Castello di Elisabetta Bàthory, su a Cachtice.

Nei salotti perbene dell’Old Europa, all’epoca, non li conosce ancora nessuno anche se il gruppo (che in realtà viene da San Francisco, e non dai crateri lunari) ha più di un riferimento con certa musica elettronica europea di stampo krauto.

E difatti lì finiranno, dopo pochissimi mesi.

Prima a Rotterdam, quindi a Bruxelles.

A musicare balletti, pièce teatrali, set d’avanguardia, mostre d’arte e altri dischi.

Tutti assieme, divisi, in duo, in trio. Molti belli, qualcuno brutto. Altri inutili. 

Ma sono i primi anni, come accade quasi sempre, quelli per cui vale la pena spendere tutto.

Piccoli capolavori sospesi tra decadentismo, avanguardia, jazz ed elettronica.

Half-Mute è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City College di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.

Un disco che oggi soffre il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea.

Half-Mute rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili.  

Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.

Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.

Half-Mute è, oggi come allora, un disco che non scalda.

Half-Mute è una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.

Agghiaccianti canzoni come 59 to 1, Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco.

Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo disco sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the Clouds.

La band porta il disco sui palchi del Vecchio Continente mostrandosi permeabili alle drammatizzazioni del ballo contemporaneo e del teatro di avanguardia con cui vengono in contatto e a cui rubano nuovi elementi che elaboreranno nel secondo album.

La musica che abita Desire è una musica da ballo che annienta il movimento, che ti strangola. Ma lo fa con l’eleganza di un elastico da papillon.

Ha queste curve discendenti come quelle di East e Again che debbono suonare un po’ come il rumore dell’acqua dentro le orecchie di chi sta decidendo di affogare dentro il Danubio blu.

C’è quest’aria di frac sporcati di tamarindo e succo di pera che si muovono dentro il vortice del valzer annoiato di Jinx.

Ci sono i loro cadaveri che gemono su Victims of the Dance.

C’è il retrobottega da emporio cinese di Music # 1.

C’è la musica algida da Spazio 1999 di Incubus e In the Name of the Talent.

C’è il siparietto da film muto di Holiday for Plywood.

E c’è l’elettronica nera della title track, fitta come la pioggia dell’ultimo fotogramma di Blade Runner.

Piove, dentro la musica dei Tuxedomoon, come sugli zigomi di Roy Batty.

E i nostri cuori ne raccolgono.

Come grondaie sotto cieli di piombo. E di silicio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ELECTRIC PRUNES – Too Much to Dream (Rhino)

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Se metti sul piatto le Nuggets, la prima cosa in cui ti imbatti è un ronzio.

Un ronzio che ha fatto la storia della musica contemporanea tanto quanto il fuzz di (I Can‘t Get No) Satisfaction degli Stones. È l’unico pezzo delle Nuggets ad avere avuto una visibilità oltre i confini dell’underground.

Lenny Kaye lo usa per aprire la sua raccolta. Ed ha ragione. L’intro di I Had Too Much to Dream (Last Night) schiude un mondo. Un mondo bellissimo.

È il mondo della musica psichedelica.

Della musica che sperimenta con l’elettronica, che crea universi paralleli, che “apre” le porte.

La musica delle Prunes è, allora, una giostra di eccentricità.

È come stare seduti su un cavalluccio volante.

E a volte pare di perdere l’equilibrio.

Altre volte, quando l’effetto delle pasticche diventa blando, ti viene il dubbio che sia tutta una messinscena. Perché pezzi come The King Is in the Counting House, About a Quarter to Nine o Onie sono di un orrore che si perdona a fatica.

Ma poi arrivano a soccorrerti pillole come Train for Tomorrow, Are You Lovin’ Me More, Sold to the Highest Bidder, Bangles, Get Me to the World On Time e il mondo ti pare nuovamente fatato.

La musica delle Prunes è figlia del suo tempo.

Passato il quale è finita per risultare inutile. Comunque mediocre.

È figlia dei pedali e dell’effettistica che l’industria musicale sta mettendo a disposizione delle giovani leve del rock underground.

Come lo sono Hendrix e i Pink Floyd.

Gente che se fosse nata quaranta anni dopo probabilmente avrebbe fatto del glitch-pop o del dubstep. E il mondo sarebbe salvo dall’incubo perenne di un The Wall suonato per intero e senza variazione di una sola nota ogni tre anni, per dire.

Il meglio di quanto hanno fatto è circoscritto al biennio 66/67, che è quello trattato per intero in questa antologia della Rhino. Che, si sa, quando mette mano su qualcosa, lo fa sempre mettendole nel posto giusto, come me quando faccio la mano morta sui pullman.

C’è dentro tutto quanto inciso per la Reprise prima della svolta mistica della Messa in Fa Minore, compreso il primissimo folgorante singolo Ain‘t It Hard/Little Olive uscito prima di entrare nelle officine di Annette Tucker e Nancie Mantz e che all’epoca non si cagherà nessuno e c’è il solito corredo di belle foto e copertine d’epoca + una bella intervista che nessuno leggerà (visto che verrà omessa dai torrent che tutti usano per scaricare la musica, anche quella necessaria, NdLYS) e in cui la band spiega anche perché venne costretta ad incidere le lordure di cui parlo all’inizio del pezzo e di come i Prunes non fossero niente più che un marchio registrato già all’indomani dell’uscita di Underground.

Qui dentro ci sono pepite e bigiotteria. E tante, troppe cose da sognare.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE HEADLESS HORSEMEN – Can‘t Help But Shake (Resonance)

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Non sembrava destinato a durare.

Perché sembrava, e forse lo era, un divertissement.

Una cosetta da dopolavoro assemblata dai nuovi disoccupati della scena garage newyorkese: Peter Stuart dei Tryfles, Elan Portnoy dei Fuzztones, Chris Cush degli Amps e Celia Farber anche lei ex-Tryfles, presto rimpiazzata da Ira Elliot dei Fuzztones prima e quindi da David Ari per le ultime sessions del disco e che più tardi siederà dietro la batteria per i Devil Dogs e i Times Square.

E perché allora gli si preferivano spesso dischetti meno complessi e più “selvaggi”.

E invece, riascoltato oggi, Can‘t Help But Shake ha conservato intatto il suo fascino.

Anzi, è diventato anche più bello. Perché è si un disco che si nutre di certa tradizione sixties come molti dell’ epoca, ma lo fa in una maniera diversa.

Con un respiro tutto suo e i boccagli attaccati alle bombole di ossigeno del power pop dei Raspberries, dei Flamin’ Groovies, dei Last e dei Plimsouls.

È su questo tavolo da gioco che Elan e Peter si giocano la reputazione conquistata negli anni di militanza nelle rispettive band, spostando il tiro verso un suono aperto a influenze folk-rock, Merseybeat (la title track è un pezzo degno di Gerry and The Peacemakers), psichedelia west-coastiana (Her Only Friend è un dolcissimo richiamo all’epoca dei fiori), power-pop e inflessioni jungle-beat degne di Bo Diddley (Same Old Thing) così come a certo freakbeat figlio dei Pretty Things (Not Today, tutta giocata sul filo di un’armonica e arabeschi fuzz) e alla turbe psichiche degli Elevators (se non ci vedete le spirali di Rollercoaster dentro I See the Truth cominciate a preoccuparvi, NdLYS).

Pochi possono contare su un lavoro di chitarre e di voci così prezioso nel giro neo-garage in cui gioco-forza vengono infilati. Chris del resto è un fanatico e un intenditore di strumentazione vintage e riesce a trovare il suono adatto ad ogni esigenza. Finirà infatti di lì a poco a gestire il più rinomato negozio di strumenti di tutta New York, al n. 102 di St Mark‘s Place.

E se la versione frastornata e drogata di Cellar Dwellar non può competere con quella al testosterone dei Fuzztones, le riprese di Bitter Heart dal repertorio dei Tryfles e di I See the Truth da quello degli Optic Nerve fanno il vuoto tutt’intorno.

Can‘t Help But Shake è album dalla bellezza folgorante.

Una nugget per palati fini e per allucinate go-go dancers con le curve da vixen.

Poi, velocemente come erano arrivati, scompaiono.

Prima di darsi alla macchia sporcano qualche altro panetto di vinile: un 12” con quattro pezzi sempre per Resonnce intitolato Gotta Be Cool! e un introvabile EP inciso sotto il falso nome di Chris Such and His Savages e pubblicato per la piccola Chaos Records. Un divertito omaggio all’epoca del Merseybeat con quattro classici (Sick and Tired, Stupidity, Leave My Kitten Alone e I‘m a Hog For You) recuperati con gusto e classe inequivocabili. Ne registrano anche un quinto di pezzo, una cover di Arthur Alexander che però non soddisfa nessuno e resta a marcire nei cassetti degli studi Coyote e fanno un mucchio di concerti come cover-band, chiamando a suonare pure Tom Ward, uno dei becchini più impegnati dell’epoca. 

Si riformeranno di tanto in tanto. Per divertirsi, come credevamo avessero fatto in quell’ormai lontano 1987. E lasciandoci invece uno dei più bei dischi di pop music del decennio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DIAFRAMMA – Siberia (I.R.A.)

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C’è un pezzo, un vecchissimo pezzo dei Diaframma che si intitola Bananamoon.

Non parla di un posto immaginario ma di uno dei luoghi simbolo della Firenze degli ultimi anni Settanta. Un locale aperto a Borgo Albizi in pieno delirio punk: il 3 Marzo del 1977. La stessa sera della tragedia di Monte Serra. 

È lì che si crea la “scena” fiorentina. Nicola Vannini, Piero Pelù, Antonio Aiazzi, Federico Fiumani, Mirco Sassolini, Ghigo Renzulli, Checco Calamai, Ernesto De Pascale, Gianni Maroccolo, i fratelli Bigazzi, Paolo Favati, Marcello Michelotti, Rip Kirby, Alberto Pirelli, Stefano Gasparinetti Fuochi, Ringo De Palma, Renzo Franchi, Andrea Chimenti, i fratelli Cicchi, Roberto Terzani, Maurizio Fasolo, Francesco Magnelli, Simone Santini si scontrano spesso all’ingresso del locale.

Vanno e vengono. Col cervello pieno di idee. Il punk ha innescato la miccia ma sono soprattutto le icone del dopo e del pre-punk a essere interiorizzate, a tracciare il “solco” artistico. Ian Curtis, David Bowie, Iggy Pop, l’elettronica tedesca, le avanguardie di San Francisco, la new-wave anglosassone, gli Psychedelic Furs, i Throbbling Gristle, gli Ultravox. Bananamoon, il pezzo, finisce dentro Siberia dei Diaframma ma con un titolo diverso: diventa Amsterdam. Il passaggio ufficiale di consegne del baluardo del rock italiano da Bologna a Firenze avviene in quel preciso momento. Siberia esce per una nuova etichetta che decide di investire tutto sul nuovo rock italiano, per di più cantato in italiano: si chiama Immortal Record Alliance ma tutti la ricorderanno come I.R.A.. Nei loro studi piovono band da tutto lo stivale, da Milano a Catania. Ma sono soprattutto due band locali a spartirsi le attenzioni di pubblico e critica: i Litfiba e i Diaframma.

Evocativi e mediterranei i primi, glaciali ed esistenzialisti i secondi. Viaggiano assieme, condividendo palchi, situazioni, studi ed etichette ma i Diaframma arrivano all’album di debutto un pelo prima della band di Piero e Ghigo.

Questo leggero anticipo ne fa il primo vero manifesto del rock cantato in italiano profetizzato da Alberto Castelli e le aspettative non vengono tradite.

Il taglio scelto dalla band toscana è quello della new-wave sepolcrale inglese: Banshees, Cure e Joy Division in primis ovviamente rivestiti da un ermetismo crepuscolare e sottilmente romantico ben interpretato dalla voce desolata di Miro Sassolini.

Nevica sul Lungarno. Quell’anno più che negli anni che li hanno preceduti.

E i Diaframma ne cantano la magia.

Siberia e Neogrigio lasciano subito il segno. Chitarra minimale come piccole, ripetute orme sulla neve, modulata sul flanger, basso che tratteggia linee melodiche come da manuale Joy Division e batteria elettronica secca come ossa di seppia, la tastiera di Ernesto De Pascale che nello sfondo crea altre piccole macchie di grigio e un sax a planare su queste distese di ghiaccio siberiane. La voce di Sassolini che sembra davvero essersi smarrita nella tundra.

Neogrigio è più serrata sin dall’inizio. Come fosse la The Hanging Garden del disco con quell’andamento a rullo, come una corsa dentro un labirinto.

Altro bellissimo pezzo è DeLorenzo con un basso rotondeggiante e la solita ripetitiva trama di chitarra che contribuisce a dare questo clima di desolante alienazione al disco. Specchi d’acqua torna alle accelerazioni di Neogrigio ma con una scelta ossessiva quasi maniacale, tratteggiata con una frase di chitarra ripetuta fino al tormento. Desiderio del nulla è il pezzo più opaco del disco, appesantito da quella claustrofobia gotica che verrà poi sviluppata da una band come Carillon del Dolore e che i Diaframma invece abbandoneranno già dal disco successivo, aprendo le finestre al dolore, lasciandolo venire fuori e preparando i solchi lungo i quali possa colare in tanti piccoli rivoli di sofferenza. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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