THE FUTURE PRIMITIVES – Into the Primitive (Voodoo Rhythm)

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Oltraggioso garage punk da Cape Town, lungo la strada che dall’Ohio degli Alarm Clocks porta al Giappone dei Routes e all’Australia dei Frowning Clouds passando per la Detroit dei Gories, l’Italia dei Superflui e l’Inghilterra dei Milkshakes.

Antropologicamente legata a quella forma elementare di espressione musicale che fu de-Cryptata da Tim Warren negli anni Ottanta. Johnny Tex, Heino Retief e Warren Fisher suonano come iene che si cibano di carcasse marce di garage rock, desperate rock ‘n roll e surf music. I musi sprofondati dentro quelle viscere spappolate, a tirar su brandelli di carne sanguinolenta, come tre Fiere avide e lungocrinite. Se rispetto ai due dischi precedenti (This Here‘s e la raccolta di scalcinate cover versions Songs We Taught Ourselves) si sente venire a galla una lievissima sensibilità melodica, quest’ultima è sempre soffocata dall’approccio spontaneo, tribale ed animalesco dei tre sudafricani che pare seppellire tutto in un velenosissimo e catramoso latrato rock ‘n’ roll.

Un disco assolutamente necessario per i maniaci del garage beat a bassissima fedeltà. Gli altri finiranno per odiare il fracasso di chitarra, basso e batteria che si muovono quasi all’unisono, andando a comprare al supermercato le brioscine degli Strypes. Quelle coi grassi idrogenati, la data di scadenza e il numero verde per i consumatori che dovessero rabbrividire nel trovarci dentro un pochino di muffa.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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MOVIE STAR JUNKIES – A Poison Tree (Voodoo Rhythm)

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Ricordate? Per me fu il miglior disco del 2008.

Per gli altri no. Poi l’hype è montato e Melville è diventato un piccolo caso.

Oggi i MSJ sono una band su cui gravano molte aspettative.

I Junkies suonano sporco. Come se dovessero disseppellire cadaveri da un immondezzaio piuttosto che da un cimitero. Appartengono in tutto ad una cultura gar(b)age-punk anarcoide e trasversale. Sciacalli che si cibano di carcasse.

Birthday Party, Scientists, Suicide, Groupies, Not Moving.

Carogne che puzzavano già da vive.

Come puzzano oggi i Movie Star Junkies.

A Poison Tree non delude le attese di cui sopra.

L’aria sinistra di Melville non è evaporata, malgrado le nebbie appaiano diradate, i contorni più nitidi, definiti. Ma ciò che appare non è il rassicurante pratino di Farmville. Piuttosto una selva di ferule dipinta con tinte da surf-noir (Under the Marble Faun, Almost a God, The Saddest Smile) o con piccole galoppate western come The Walnut Tree o Hail. Non credo ci verrà molto da ridere quando arriveranno a sporcare il vostro pub preferito, malgrado stavolta raduneranno più gente del previsto. Cominciate a preparare la segatura.   

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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VERDENA – WOW (Universal)

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Gli album doppi si recensiscono in larga parte da soli, almeno per metà.

Come per l’annuale raduno dei gemelli ogni rock album nato con tale patrimonio genetico, per omozigota o eterozigota che sia, chiama all’adunata la solita lista di illustri predecessori che per essersi macchiati di analogo peccato di superbia ed ambizione meritano di essere aggiunti come appendice contemporanea all’Antropologia pragmatica di Kant.

Nel caso specifico il doppio bianco dei Beatles, Timothy‘s Monster dei Motorpsycho, Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, Daydream Nation dei Sonic Youth, Superunknown dei Soundgarden, Leaves Turn Inside You degli Unwound, Physical Graffiti degli Zeppelin, Odessa dei Bee Gees, Ummagumma dei Pink Floyd, Tago Mago dei Can e via discorrendo.

Mattoni in parte scalfiti dai Verdena per ricavare la malta con cui tirare su queste pareti e usando come impasto collante molta tradizione italiana buia degli anni ‘70, quella del Battisti più empirico, del Battiato sperimentale, della Premiata Forneria Marconi, de Le Orme. Tutta roba che i fratelli Ferrari, per ragioni anagrafiche, non hanno frequentato in tempo reale ma che tuttavia sembra essersi trasformata nel barattolo di marmellata preferito dalla band bergamasca, lasciando ai vecchi torbidi frastuoni grunge solo lo spazio per qualche ruggito sabbathiano (Attonito, Lui gareggia, Sul ciglio) che pare colato fuori dalle pattumiere delle sessions di Requiem.  

Tutto il resto di WOW è invece, in effetti, un disco concettualmente molto vicino allo spirito anarchico degli anni Settanta. Nostri e non, siccome gli ectoplasmi di Van Der Graaf Generator, King Crimson, Who o Quatermass si affacciano dalle finestre di questo edificio infestato dai fantasmi al pari di quelli dei nomi nazionali citati qualche riga sopra.

Elaborato, prolisso e verboso, totalmente fuori dal concetto della fruibilità immediata con cui il formato digitale sta invece educando le nuove generazioni di ascoltatori che, presumo, lo troveranno in larga parte indigeribile, con i suoi pianoforti molli (Castelli in aria), i suoi angoli sinfonici (Tu e me), il suo minimalismo osceno (12,5 mg), le sue tastiere orfane di Pagliuca e Hammill (Le scarpe volanti), i suoi test  polifonici (A cappello), i suoi cantucci pastorali (la Razzi arpia inferno e fiamme scelta per anticipare, a ragione, il contenuto complesso dell’album, NdLYS), i suoi ronzii elettronici (La volta) che abbozzano idee pop talmente fuori dalle orbite radiofoniche da risultare commercialmente temerarie, visto come gira il mercato del disco in Italia e confrontate con la triste parata di canzonette che riempiono le classifiche e i palinsesti che lavorano per plasmare il gusto dei decerebrati che se ne lasciano passivamente conquistare.

La lunga attesa è stata dunque premiata chiedendo in cambio un’ora e mezza del nostro tempo, senza nessuna concessione all’ascolto-biberon.

Un’ora e mezza che non basterà a farveli piacere, questi due gemelli scorbutici che appena riusciranno a balbettare le prime sillabe vi chiederanno di rivedere la vostra opinione sulla musica di quel decennio terribile.

Ora che credevate di avere tutte le risposte, vi toccherà nuovamente farvi delle domande. WOW!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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