THE DREAM SYNDICATE – Velluto elettrico

Comincia e finisce con un colpo secco di rullante. Nel mezzo ci passano nove pezzi che, come un aratro, disegnano il primo solco per quello che sarà il Paisley Underground della prima metà degli anni Ottanta, malgrado The Days of Wine and Roses suoni, col senno di poi, diverso da tutto quello che verrà dopo, Dream Syndicate compresi. Vicino alle convulsioni di Modern Lovers, Velvet Underground e Television, tagliato storto e con le impunture ancora a vista.

Il debutto a lunga durata, così come era stato qualche mese prima per l’omonimo mini-LP dello stesso anno, suona con una urgenza e un’aria da artigianato rock che nessun disco dei Syndicate potrà più replicare.

Le piallature sul suono del gruppo californiano lo appiattiranno un po’ per volta fino a renderlo del tutto inoffensivo nella sua perfezione formale. Qui dentro invece, più che il riff acido di Tell Me When It‘s Over e quello garage di That‘s What You Always Say (i Cynics lo ricopieranno pari pari per Waste of Time, NdLYS) che consegnano da subito i Syndicate alla storia del rock moderno, sono pezzi come Definitely Clean, Then She Remembers, Halloween, The Days of Wine and Roses, l’insolente Until Lately e la tenebrosa When You Smile a fare schiuma nella risacca di questo mare elettrico increspato dalle chitarre fuori tono di Precoda e Wynn che risuonano dentro uno dei debutti più eclatanti del rock americano degli anni Ottanta.  

È il 1984 quando la A&M “fiuta” l’affare Paisley. I Dream Syndicate, gruppo-cardine  del ritorno alla roots-music che si respira nei primi anni Ottanta, vengono messi sotto contratto e chiusi in studio con un produttore di discreta fama (tra le sue produzioni ci sono i Pavlov‘s Dog, i Dictators e il discusso secondo album dei Clash, tra l’altro) e di buona inventiva lessicale (a lui pare si deva il termine “heavy metal” così come il moniker dei Blue Öyster Cult, NdLYS) come Sandy Pearlman che però, grazie al cielo, fallisce il tentativo di rovinare del tutto la musica del gruppo di Steve Wynn plasmandola alle leggi del mercato secondo le indicazioni della major. Questo perché i Dream Syndicate di Medicine Show sono ancora una band che, pur avendo accusato il primo grande colpo (la defezione di Kendra Smith, che andrà a formare gli Opal), sa scrivere grandi canzoni. Polversose, epiche, nervose, taglienti, figlie di quell’epopea dei grandi perdenti che abitavano i dischi di Neil Young, Lou Reed e Bruce Springsteen. Quella che ne esce più visibilmente malconcia è Armed With an Empty Gun, ammaccata da una batteria sovrappeso, bardata con una chitarra col gain sbagliato, goffamente appesantita da cori barricadieri. Tutto il resto mantiene una dignità pari a quella dei dischi precedenti, anche se è completamente evaporata quell’elettricità abrasiva figlia dei Velvet e dei Television che aveva generato le epilessie di Halloween o Some Kinda Itch. Il campo pestato dai Syndicate è piuttosto il rock muscoloso e sudaticcio per charros tormentati dall’apologia del selvaggio West e con le narici ingolfate dallo sterco dei buoi (Still Holding On to You, Daddy‘s Girl, Bullet With My Name On It), la ballata polverosa (Burn col piano cristallino di Tom Zvoncheck e i cori precisi dei Long Ryders e il pathos da terra di frontiera evocato dall’inarrivabile Merritville) e la jam chitarristica orfana dei Quicksilver e dei Crazy Horse (Medicine Show e la lunga John Coltrane Stereo Blues diventeranno dei classici irrinunciabili dei loro live-show), da sempre una delle “smanie” della band. 

Quindi, paradossalmente e a sorpresa, la discussa scelta di Pearlman al banco regia si rivela efficace: Sandy effettua un drenaggio necessario all’interno del suono del gruppo ripulendo gli interstizi dalle ultime scorie new-wave di cui pure Wine and Roses era in qualche modo “infetto” (un pezzo come Then She Remembers era autentico delirio post-punk, per tacere delle linee di basso che avvelenano tutto il disco o il gorgheggio cafone di Until Lately). Ecco perché, ancora oggi, se dovessimo definire il Paisley Underground usando un solo album a paradigma, Medicine Show sarebbe il primo titolo a venirci in mente. È la canonizzazione di un genere, l’album dei ricordi del roots-rock americano, una sagoma da tiro al bersaglio abbandonata in qualche ranch devastato da cowboys senza troppi scrupoli e con troppe cose da dimenticare.

 

Il grigio da cui provano ad uscire i Dream Syndicate con il terzo Out of the Grey è quello che ha avvolto la formazione di Steve Wynn all’indomani del capolavoro Medicine Show e che ha portato via, dopo Kendra Smith, un altro pezzo di storia della band, quel Karl Precoda che aveva regalato i propri sogni visionari alla costruzione del sindacato.

Il gruppo californiano perde un’altra scheggia e, assieme a lei, un altro po’ di smalto. Per trovare un imbianchino in grado di passare diverse mani di vernice (colorata) sulla sfaldatura, Steve scende fino al cimitero della città. Lo trova chinato all’altezza del 45mo sepolcro, intento a restaurare una lapide divorata dalle muffe. Si chiama Paul Cutler. E fa bene il suo lavoro. Anche quando si tratta di restaurare i vecchi bauli del gruppo (basta sentirlo all’opera sul Live at Raji‘s del 1989).

Quello di cui è orfano questo nuovo disco è invece il piano di Tom Zvoncheck che aveva reso classico il suono di Medicine Show e che Steve e Paul si trovano a supplire con un buon bagno nell’elettricità figlia delle cavalcate acide e polverose di Neil Young. Ne vengono fuori pezzi come Boston, Slide Away, Now I Ride Alone o 50 In a 25 Zone, ficcatisi da subito tra i classicissimi del tardo Paisley.

Meno felice il suono troppo artificioso di Dancing Blind, You Can‘t Forget o Forest for the Trees dove si smarrisce il senso di una musica che comincia pericolosamente a rovinare verso l’AOR. Come se qualcuno stesse piano piano sganciando il freno a mano. Come se qualcuno, ad ogni centinaio di miglia, cercasse di cacciare via la polvere dal lunotto azionando i tergicristalli.

Come se qualcuno volesse fuggire dal grigio senza aver ancora dipinto il cielo di blu.

L’atto conclusivo della vicenda Dream Syndicate è un disco che parla di fantasmi.

Fantasmi che hanno un nome e un cognome, come chiarito dalla copertina:

Steve Wynn, Paul R. Cutler, Mark Walton, Dennis Duck.

Ghost Stories chiude nella maniera più scontata una delle più belle storie del rock americano degli anni Ottanta con la cosa più brutta che si possa chiedere ad un gruppo psichedelico: un disco ordinario, oleografico e banalmente muscoloso.

La band che aveva sfidato la new wave riempendo l’aria di chitarre acide e nervose, che aveva teso un’imboscata al rock spingendone la carovana fino al luogo prescelto per l’agguato, lasciandolo sbranare dai canini strappati dalle bocche di Velvet Underground e Television se ne andava via con un paio di ballate al pianoforte come Whatever You Please e l’opprimente Someplace Better Than This, con un orribile boogie figlio degli Status Quo come Weathered and Torn, una I Have Faith che sembra caduta dal secondo album dei Commotions di Lloyd Cole senza che nessuno se ne accorgesse, una parodia della musica da saloon come My Old Haunts e una versione tutta testosterone di See That My Grave Is Kept Clean e la sommessa e amara When the Curtain Falls che prova a ritirare su il manichino di Neil Young senza riuscire a sorreggerlo.

Il sogno è finito.

Ci si alza e si va tutti a casa. Ognuno nella propria. Con l’augurio sotteso che sia lontana da quella degli altri.

Il vino è finito e le rose appassite.

E i fantasmi non riescono più nemmeno a farci paura.

 

Come appendice alla vicenda Dream Syndicate la Normal pubblica il postumo 3 ½ raccogliendo dieci out-takes degli ultimi due album della band californiana, ovvero quelli dell’epoca post-Precoda.

Ovverosia, per perifrasi, non i migliori.

Certamente i meno coraggiosi.

I Dream Syndicate si sono comodamente afflosciati dentro un suono da barrelhouse band che il piano boogie di Chris Cavacas dei Green on Red presente in alcune tracce rende ancora più fedele alla tradizione da club americana portandolo a comporre roba mediocre tipo Killing Time o la lunga e tediosa Lucky.

Del resto anche quando il gruppo prova a tirare fuori il suo lato più rock ecco venire fuori degli insulsi rock scoloriti con la trielina come Weathered and Thorn, Blood Money o Running From the Memory.

Anche la splendida When You Smile, qui fotografata dal vivo, viene ridotta a una pallida pantomima di quelle che in Italia riescono a stupire solo il pubblico di Vasco Rossi.

Dal ciarpame si salva solo la bella The Best Years of My Life, ancora sporca dei vecchi sogni di frontiera del Sindacato.

Qualcuno aveva perso i nastri.

E qualcuno li ha ritrovati.

Qualcun altro ce li ha venduti, senza per questo renderci più ricchi.

 

Non ci son più, i giorni del vino e delle rose:
Fuori da un sogno nebbioso
La nostra strada emerge per un attimo, poi si richiude
dentro un sogno.    

La reunion dei Dream Syndicate tarda ad arrivare ma, come per molte altre band della nostra giovinezza, arriva. Anche non è quel sogno che volevamo fosse.

Dapprima per le solite comparsate nostalgiche, poi nel 2017  per un nuovo lavoro in studio.

Poco importa, per un pubblico sempre più malato di nostalgia, se in camera d’assemblea non si vedranno Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni prima. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet With My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione “asciutta” di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Don’t say you Wynn, don’t say you lose.

                                             

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

The-Dream-Syndacate

Annunci

One thought on “THE DREAM SYNDICATE – Velluto elettrico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...