SCREAMING LORD SUTCH – Rock & Horror (Ace)

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Quando penso al rock ‘n roll difficilmente penso a quello cui pensate voi.

Non penso agli axe heroes, alle air guitar, alle pareti di Marshall parate di fronte a decine di migliaia di ragazzini sbavosi, alle bandane, alle orge consumate in alberghi con la SPA in azione ventiquattr’ore al giorno e i portinai compiacenti.

Quando penso al rock ‘n roll io penso ad un mondo popolato da personaggi buffi, insolenti, sopra le righe. Penso al passo d’anatra di Chuck Berry, alle porcate di Iggy Pop, alle bende dei Mummies, al bacino di Elvis, al ghigno di Lux Interior, alle chiappe di Poison Ivy, ai feticci voodoo di Jay Hawkins, al ciuffo di Esquerita, ai giubbotti di pelle dei Ramones, alle pareti ricurve del Cavern, ai frutti alla moda di Ghigo, a Jerry Lee Lewis che picchia coi piedi, ai King Kurt coperti di schiuma da barba, alle urla isteriche sotto il palco dei Beatles quel 13 Ottobre del 1963 che cambiò il mondo del pop per sempre.

E penso a David Edward Sutch, lo Screaming Lord Terzo Conte di Harrow.

Il più folle, pittoresco, suggestivo, marcio figlio del rock ‘n roll inglese degli anni Sessanta.

NOBILE MANCATO, POLITICO MANCATO, MUSICISTA MANCATO.

Ma capace di far suonare Jeff Beck, Jimmy Page, Noel Redding, John Bonham e Nicky Hopkins gomito a gomito dentro quello che, poco prima della sua morte, venne definito il peggior album della storia del rock: Heavy Friends.

L’ultima beffa prima di lasciarci per sempre impiccandosi sulle scale che conducevano al letto dove sua madre era morta l’anno prima.

Lo trovarono appeso come un manichino in disuso con una corda colorata attorno al collo, due cristalli di lacrime ai lati degli occhi e un ghigno compiaciuto, come di dolore placato. Era il 16 Giugno del 1999.

Pare che nello stesso momento Jeff Medkeff, nell’osservatorio di Junk Bond in Arizona, avvistasse un nuovo asteroide.

Lo chiamarono 38203 Sanner: Screaming Lord Sutch fu un ASTEROIDE MANCATO.

Ma prima ragazzi, quello che c’era stato prima, era stato il più fantastico, pittoresco spettacolo di horror-rock in giro per la terra.

Finito per caso nei Savages col ruolo di manager, finì per diventarne il cantante incoraggiato dal batterista Carlo Little e facendo palestra sui classici di Berry, Presley e Little Richard.

I primi concerti sono assieme a Vince Taylor, Keith Kelly, i Playboys.

Ma un paio di anni dopo saranno i Who ad aprire per loro. E non viceversa.

Poi decidono di puntare tutto sul personaggio di Screaming Lord Sutch.

Cilindro, mantello, una tonnellata di cerone e un coltello che brandisce senza timore tra i musicisti incarnando alla perfezione il personaggio macabro di Jack lo Squartatore raccontato nella canzone scritta da Charles Stacey, Walter Haggins e Joe Simmons e incisa coi Savages nel Marzo del 1963.

La produzione è affidata a Joe Meek, uno dei geni degli studi dell’epoca.

È sua l’idea di “campionare” il giro di fiati di Dragnet di Ray Anthony all’inizio e alla fine del pezzo.

I Savages ci mettono il “colore”.

Che in questo caso è rosso sangue.

Sul palco Lord Sutch costringe il tastierista a travestirsi da Mary Kelly, con tanto di calze e giarrettiera. Il ruolo di Jack the Ripper spetta a lui, ovviamente.

Ecco, Rock & Horror racconta un po’ di queste storie.

Raccapriccio e commedia horror in 12 episodi.

Come caricarsi la famiglia Addams sulla propria utilitaria e fare un giro dalle parti del cimitero.

La più bella raccolta dei Cramps, prima dei Cramps.

Addio, Duca di Harrow.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AMY WINEHOUSE – Back to Black (Island)

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Non capita spesso che un disco di classe scali le charts, facendo sbavare i magnaccia delle case discografiche e progettando un furto senza pari durante la diretta della 50ma edizione dei Grammy Awards.

Il tutto senza mettere in gioco la propria credibilità.

Back to Black è quindi, un cigno nero.

Amy Winehouse riesce a cantare di case di cura per alcolisti cronici sotto una pioggia di campanelline, prende a calci sulle palle i paparazzi e passa i weekend a vomitare assieme a Pete Doherty restando nonostante tutto la regina delle classifiche.

Dietro di lei, sul disco, ci sono i Dap-Kings: gente dalla classe inaudita che suona come la backing-band di Otis Redding: strumentazione vintage registrata come si usa in casa Daptone: tecnologia analogica e pochi microfoni. 

Sono loro a rifare il letto su cui si struscia la voce della giovanissima Winehouse su gran parte delle tracce di questo secondo album. Sono proprio loro e il produttore Mick Ronson a fare la differenza rispetto al disco di debutto di tre anni più vecchio, in parte stuprato da alcune scelte imposte dall’etichetta discografica.

Nel frattempo le influenze di Amy si sono allargate: non più solo Frank Sinatra e il blue jazz di Billie Holiday o Nina Simone ma anche il rocksteady giamaicano dei primi anni sessanta (la Winehouse dedicherà al genere un intero EP, un paio di anni dopo, NdLYS) e le all-female bands come Supremes o Shirelles dentro la sua trousse.

Accanto, qualche bottiglia di Gilbey‘s Gin e qualche pipa di crack.

Quello che ne esce fuori è un disco incredibile, un gioco dove seduzione e dolore si spartiscono la scacchiera, da quella furba rilettura di Ain‘t No Mountain High Enough che è Tears Dry On Their Own alle arie da mercato di Kingston di Just Friends, dalle lacrime di dolore di Love Is a Losing Game allo Spector-sound di Addicted, dalla You Know I‘m No Good gonfia di fiati alle sincopi pianistiche di Back to Black, dalle arie melodrammatiche di Me and Mr. Jones a quelle languide di He Can Only Hold Her. Nessun brano che non sia meno che indispensabile.

In epoca di dischi da grandi magazzini, ecco un best seller che non si concede alle svendite.

Meraviglia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Original Seeds # 1 / 2 (Rubber)

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Come per i Cramps, la musica dei Bad Seeds si è a lungo sfamata di avanzi, di scarti e rottami blues e rock ‘n roll, di ossa di country music e folk noir.

Tutta la prima parte della vicenda artistica di Nick Cave (diciamo fino alle Murder Ballads del 1996, NdLYS) è imbevuta in questo catrame, in questa furia necrofila che sugge con una cannuccia da quarant’anni di musica nera come l’inchiostro. Non un semplice gioco di rifacimenti e riletture come quello ufficializzato con la pubblicazione di Kicking Against the Pricks” o con le covers disseminate sugli altri dischi dei Bad Seeds ma un intricato domino di citazioni e di sottili, per quanto scuri, rimandi. Nick Cave gioca in un’enorme casa degli specchi dove gli spettri deformati di vecchi folksingers, di rugosi bluesmen, di truci teddy boys e di efebici blue-eyed singers lo costringono a un confronto doloroso ed esorcizzante con la propria anima. Sono i demoni di quel dolore di cui tutta la musica di mr. Cave è impregnata a danzare in cerchio come sul valzer di Weeping Annaleah.

Original Seeds ci fa intingere i piedi in quel bitume e ci offre un pomeriggio a casa di Nick Cave. Odore di tabacco ovunque, bicchieri in cui qualche cubetto di ghiaccio mezzo sciolto e imbrunito dal whisky resta a scintillare come il fuoco fatuo di un dolore difficile da sopportare. Da un vecchio giradischi gracchiante escono fuori i fotogrammi in bianco e nero di questa messinscena dello spleen Cave-iano.

Vecchi blues logorati dal tempo, piccole apocalissi folk, il suono metallico di Stooges e Gang of Four, il rassicurante abbraccio della voce di Scott Walker, qualche rock ‘n roll sgangherato, il confortante saluto gospel di Oh Happy Day, il rurale canto di dolore di Odetta e mister Leadbelly.

C’é quest’aria di morte tutt’attorno, pesante come un sudario.

Fuori dalla finestra nuvole basse, troppo cariche di pioggia per poter solo pensare di volare. La nebbia ha già invaso le strade e sono sicuro che qualcuno da qualche parte, sta preparando un cappio cui affidare il proprio collo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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T. REX – Electric Warrior (Fly)

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Marc Bolan che domina la sua Les Paul davanti a una colonna VamPower.

È una delle immagini finite nell’iconografia più classica del rock, quella che regala al pubblico famelico l’immagine del Guerriero Elettrico e consegna alla storia il boogie sincopato filtrato da quella preziosa scatoletta delle meraviglie chiamata Dallas Rangemaster.

La folla adorante non compare. Completamente risucchiata dal nero e schiavizzata dalle onde magnetiche che si propagano dalla figura del nuovo Dio del glam e dal suo amplificatore. Inghiottita dalla Bolanmania.

Dopo gli anni dell’underground, erano arrivate Ride a White Swan, Hot Love e Get It On. E i T. Rex si erano presi tutto. Classifiche, soldi, donne, successo.

Sarebbe durato poco. Ma in quel 1971 sembrava davvero dovesse durare per sempre.

Marc è sfrontato e vanitoso. Bello come Barrett. Dolce come Donovan. Androgino come Bowie. Piace a tutti. Uomini e donne.

È venuto dal mod, ha indossato i panni dell’hippie e ora è tornato per essere il Re del glam-rock. Il rock fatto di nulla. Il blues degli alieni.  

Si copre di piume e di pailettes. E arriva in Jeepster. Anche se sarà una Mini a portarselo via per sempre.

Perché lui è venuto per mettere in scena un rock show. Il posto dove tutto può accadere. E dove tutto accade.

Electric Warrior è hard rock di ovatta.

Una distesa di pelo pubico su cui la lingua di Marc Bolan scivola lasciando una striscia di bava.

Nonostante lo sfoggio di amplificazione e la posa muscolosa esibite in copertina la musica dei T. Rex avanza sordinata e adulatrice.

Non violenta.

Irretisce.

Non prevarica.

Lusinga.

Porge i calici, colmi di mimosa.

Bolan accenna un sorriso, impassibile.

Impermeabile ai sentimenti, refrattario al dolore.

Perché la vita, come ammonisce Marc quasi in chiusura del disco, è una grande balla.

Un disco che viaggia sull’onda di un’emozione trattenuta e soffocata.

Fino ad esplodere nella rabbia liberatrice di Rip Off, capolavoro del disco oscurato dai coni d’ombra delle eclissi stellari di Get It On e Jeepster

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

 

SIOUXSIE AND THE BANSHEES – JuJu (Polydor)

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Dalle barre della culla arriva una voce che chiama, ti fa ruotare, non hai scelta quindi il tetro arpeggio di John McGeogh si spezza e si trasforma in una marziale cavalcata delle valchirie da vigilia di Ognissanti: la discesa negli inferi è cominciata e Siouxsie è la nostra Beatrice, stavolta destinata a cambiare verso più infelice rotta e accompagnarci attraverso uno dei più maestosi capolavori di musica gotica mai realizzati in epoca moderna. JuJu è un autentico vero disco da casa infestata.

È il 1981 e i Banshees sono in stato di grazia, dopo un disco di assestamento qual era stato Kaleidoscope.

John McGeogh conferisce ai toni del disco una drammaticità mai più eguagliata.

Perfetta la calibratura estetica da metallo liquido ottenuta impastando una leggera dose di distorsione con l’amato pedale flanger e micidiale l’alternanza di arpeggi, accordi pieni e di glissati discendenti ed ascendenti che lo renderanno il pioniere della chitarra goth e il più influente chitarrista del movimento post-punk.

Tutti, da Johnny Marr a Jonny Greenwood dei Radiohead passando per The Edge cercheranno di emularne lo stile. Artisticamente, è un ritorno alla musica asciutta ed ossianica di Join Hands, incentrata oltre che sulla creatività di McGeogh e le ormai indomabili doti vocali della Sioux adesso capace di vocalizzi di ogni tipo e fattura, anche sulle intricate abilità percussive di Budgie, l’ex-Slits che li aveva raggiunti sul precedente disco: un alchimia capace di generare vertici di visionarietà come l’incredibile danza delle streghe di Voodoo Dolly o l’andamento spiroidale di Into the Light, l’agghiacciante sinfonia di Halloween o le implosioni dei neon che si fulminano in sequenza su Head Cut. Un intero, abominevole Inferno spalancato per la vostra curiosità. Non me ne vogliano Marylin Manson e le puttanelle di Gothic Girls ma è qui che si fa la storia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE VELVET UNDERGROUND – White Light/White Heat (Verve)

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Titolo bianco-anzi-bianchissimo e copertina nera-anzi-nerissima per il secondo disco dei Velvet Underground.

È l’insegna della clinica newyorkese dove il rock ‘n roll degli anni Sessanta viene ricoverato nel 1968 per uscirne cadavere.

Non prima di venire seviziato, torturato e amputato a dovere.

The Velvet Underground and Nico era stato un suicidio commerciale.

White Light/White Heat ha tutta l’aria di essere un suicidio e basta.

Perché è un disco altrettanto violento ed oltraggioso ma stavolta è orfano di qualsiasi patrocinio “di classe”: Andy Warhol e Nico hanno accompagnato la barella fino al corridoio della sala operatoria, poi hanno abbandonato l’ospedale lasciando l’equipe dei dott. Cale e Reed libera di tormentare quel corpo agonizzante.

White Light/White Heat è un abominio di crudeltà. Liriche e musicali.

Speed, chirurgia transgenica, decapitazioni, drag queens, pompini, omicidi, sborrate, sangue.

Non manca niente della “poetica” Reediana dentro questo disco che è un abuso alle orecchie vergini degli adolescenti dei Sixties. Una roba da voltastomaco che costringerà Cary Kellgren a chiudersi in bagno a vomitare al terzo minuto e mezzo di Sister Ray, lasciando la band nell’anarchia per altri quattordici minuti, con le manopole girate al massimo, l’organo stuprato dalla distorsione e nessun’ombra di basso. Nessuna regola. Perché non si registrerà nessun’altra take per quel pezzo. Ognuno faccia ciò che vuole. Ognuno per sé e per nessun altro.

Perché loro sono i Velvet Underground, non i Tre Moschettieri.

È un disco che richiede fegato e volumi altissimi malgrado nessun moccioso figlio di puttana potrà mai ascoltarlo se non con i potenziometri al minimo quando a casa girano mamma e papà. Perché qui non c’è I Want to Hold Your Hands ma un branco di marinai che abusano di otto trans e ne fanno a pezzi qualcuna.

E neppure quando l’impianto hi-fi di casa è spento sanno bene dove nasconderla quella cazzo di copertina nera come il veleno, in mezzo a quella discoteca casalinga piena dei colori abbaglianti dell’estate dell’amore e dell’iridescente beat anglosassone.

John Cale ha lasciato a casa la viola e sul nuovo album si diverte a massacrare tastiere e basso o a cantare impassibile alcune delle liriche più bizzarre di Reed come The Gift macabramente ispirata a The Lottery di Shirley Jackson o l’operazione chirurgica di Lady Godiva‘s Operation.

Tutto (ad eccezione della brevissima Here She Comes Now che taglia idealmente in due il disco) è hard qui dentro: linguaggio e musica sono le cose più devastanti e oltraggiose che l’America possa tollerare all’epoca. Provate a sentire l’assolo di chitarra che squarcia la carne di I Heard Her Call My Name, il basso tridimensionale e free di Cale sulla coda della title-track, la tastiera mastodontica che sommerge come un immenso schizzo di sperma il corpo sfatto di Sister Ray, il disgustoso impasto di chitarre che cola su uno dei due canali stereo di The Gift mentre John Cale racconta con la flemma di un imbonitore televisivo la storia carica di humour nero di un improbabile “regalo” giunto alla fidanzata di un tal Waldo Jeffreis: cos’altro c’è di così morbosamente eccessivo e pesante in quel 1968 che doveva essere l’alba del nuovo mondo e che invece è l’anticamera dell’abisso?

Buona immersione.

L’ossigeno nelle bombole è quasi terminato.

Ho paura che stavolta dobbiate fare senza.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Transformer (RCA)

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Immergersi in un disco di Lou Reed è come infilarsi sotto le coperte con metà degli abitanti di New York. Papponi, travestiti, taxi drivers, mignotte, barboni, pushers e sputafuoco. E ognuno ti racconta la propria storia, mentre ti svuotano il frigo e ti macchiano le lenzuola di sugo.

È il 1971 e mentre Doug Yule spalma merda sul nome dei Velvet pubblicando l’ignobile Squeeze, Reed si sposta a Londra.

Infila la sua New York nelle valigie e la porta via con se.

Nel bagaglio a mano ha qualche canzone che aveva scritto per i Velvet.

Sono i suoi primi trenta anni di vita che sorvolano l’oceano con lui.

E’ anche per questo che il suo primo album si chiude con Ocean, un pezzo scritto un paio di anni prima e che adesso è arrivato finalmente a riva.

In studio con lui ci sono gli Yes, per un disco che porta il suo nome e il suo cognome: una carta d’identità.

Di più, un attestato di vita.

Considerati gli eccessi con i VU, ha quasi il sapore di un miracolo.

Transformer arriva l’anno dopo, celebrando le nuove cattive amicizie di Lou: Ziggy Stardust e Mick the Spider from Mars. Con loro c’è pure Herbie Flowers, il bassista di Space Oddity e del tour di Diamond Dogs.

Sono loro a mettere mano su uno dei dischi che, anche per questo, diventa una delle icone del glam rock. Il rock che ama il make-up, le pailettes, i capelli cotonati e celebra l’androginia come il confine tra l’uomo comune e l’artista. La coda lunga della cometa Velvet non è ancora del tutto passata ed è da certi abbozzi di quel periodo che vengono fuori Satellite of Love, Andy‘s Chest e Vicious. La prima si muove sul ritmo morbido di un pianoforte prima di prendere quota sollevata dai palloncini di un coro bubblegum ed esplodere in un tipico crescendo di lustrini come quelli che piacevano a Marc Bolan.

Le altre due sono ancora una volta ispirate dall’amico/maestro Andy Warhol.

La prima racconta del suo scampato omicidio per mano di Valerie Solanas, l’altra dei suoi appetiti omosessuali.

Ma i fantasmi di Drella e degli stravaganti personaggi che gli giravano intorno abitano tutto il disco. Walk On the Wild Side ne offre una carrellata. Ritmo sincopato, spazzole e un piccolo tappeto di velluto fatto di violini e sassofono. Sembra di passeggiare per i corridoi della Factory guardando i suoi abitanti come dentro teche di vetro. Un abito ruffiano che, malgrado le censure, riuscirà a portare la fellatio ai piani alti delle classifiche.

Le reginette del pop la useranno (la fellatio) per garantirsi lo stesso successo, da lì in avanti. Costrette a fare come Candy, ma sotto i tavoli delle case discografiche.

Per il mondo sarebbe diventato il tormentone di Lou Reed. 

Per lui, il suo tormento.

Costretto a dimenticare i nomi dei protagonisti pur di farla scomparire dal proprio repertorio.

Gli altri capolavori del disco sono sempre sulla prima facciata dell’album: lo scattante rock ‘n roll di Hangin’ Round affonda i denti nel boogie elettrico di T. Rex e Flamin’ Groovies mentre Perfect Day è una ballata decadente. Una canzone su una giornata perfetta al parco, col sole che ti taglia in due e la sangria a rendere tutto più allegro. In compagnia della tua ragazza. Dovrebbe suonare come una canzoncina degli Herman‘s Hermits, con i campanellini e lo schiocco delle frecce sotto ogni ritornello. Invece affoga in uno struggente giro di pianoforte (lo stesso che Nick Cave sfrutterà per There Is a Kingdom venticinque anni dopo, NdLYS) e una bava di violini.

Forse perché la ragazza di cui parla Lou è ancora quella di qualche anno prima e si chiama eroina.

Il resto del disco non ha grossi picchi, nonostante il vestito di capolavoro assoluto che la critica mondiale gli ha cucito addosso, anno dopo anno.

Eccede nel cattivo gusto sin dalla tuba di Make Up fino al delirio broadwayano di Goodnight Ladies passando per la marcetta da cartoon di New York Telephone Conversation. Ma Transformer rimane il disco che consegna Lou Reed alla storia.

Lou che è sopravvissuto a se stesso ma non solo.

Passato indenne attraverso le sedute di elettroshock pagate dal padre.

Passato indenne dalle feste sulla 47ma strada di Manhattan.

Passato indenne dalle siringhe di felicità artificiale.

Passato indenne dal feedback di Metal Machine Music.

Passato indenne tra i cadaveri dei suoi più cari amici e dei suoi nemici migliori.

Pregando Dio che lo facesse diventare un buon chitarrista ritmico, e poco più.

Lou che ci lascia, prendendosi gioco di noi, il 27 Ottobre di un anno più amaro di tanti altri.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CURE – Boys Don‘t Cry (Fiction)

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Boys Don‘t Cry segnò l’inizio della mia lunga infatuazione per i Cure.

Non Three Imaginary Boys ma proprio Boys Don’t Cry che ne fu la versione riveduta e corretta che in parte guarì la delusione di Robert Smith per una scaletta, quella del disco di debutto, che non lo soddisfaceva in pieno già a poche settimane dall’uscita sul mercato.

E io non mi sentì di dargli torto, ne’ allora ne’ dopo: Boys Don’t Cry, architettato per ficcarci dentro i tre singoli (Killing an Arab, 6 Febbraio ‘79, Boys Don‘t Cry, 12 Giugno ’79 e Jumping Someone Else‘s Train, 20 Novembre 1979) e sdoganare la band in America è una spanna sopra l’album originale.

Dentro c’è già il “carattere” della band seppure manchino i “tratti distintivi” (diciamo pure i cliché) di quello che sarà il suono dei Cure negli anni immediatamente successivi e poi, tra bilanciamenti e aggiustamenti vari, svolte repentine e improvvisi flashback, lungo una carriera ormai più che trentennale.

Ci sono già dentro le idee che frullano nella mente di Robert Smith e che i Cure recupereranno e approfondiranno col tempo: Three Imaginary Boys ha questa chitarra “molle”, annegata nel delay, che caratterizzerà il suono chitarristico di Smith per la famosa “trilogia” dark, la prepotente marcia di World War (successivamente esclusa, assieme ad Object, dalla versione CD, NdLYS) è invece, in tutto e per tutto, il prototipo hard su cui i Cure scriveranno la Shake Dog Shake che segnerà il loro ritorno al rock dopo le divagazioni dance di The Walk e Japanese Whispers. Il romanticismo funereo e onirico tipico di molta scrittura di Robert alita invece su Another Day, perla melodrammatica del disco. Ma l’appeal dell’album, così come la musica dei primi Cure, si poggia su altre coordinate: c’è innanzi tutto un minimalismo quasi osceno, figlio non tanto del punk che li ha appena attraversati ma del glam rock di Bowie e di Marc Bolan, riveduto in chiave decadente e surrealista e che genera piccoli mostri come 10:15 Saturday Night, Grinding Halt o Object. Ci sono i richiami alla letteratura colta di Camus che fanno di Killing an Arab uno dei singoli più scomodi della storia della musica contemporanea (i Cure saranno costretti a tenerla fuori dai concerti dopo l’11 Settembre 2001 salvo poi ripresentarla sotto il titolo di Kissing an Arab, NdLYS).

C’è il gusto noir non ancora raffinato che qui produce il jazz-horror con tanto di atroce urlo finale di Subway Song, ci sono i tratti vagamente medio-orientali che si muovono in tracce come Accuracy, Fire In Cairo e, soprattutto Killing an Arab (e che daranno il via, soprattutto in ambito wave italiana, a una serie infinita di richiami alle musiche di origine araba) e c’è la chitarra di Robert Smith, essenziale ma totalmente innovativa, a tratteggiare un suono imitatissimo ma inimitato e che negli anni diventerà ancora più ricercato e personale. Ma soprattutto, quello che c’è qui e che non ci sarà in nessun altro album dei Cure è un suono adolescenziale, ancora poco scalfito dal dolore (spesso simulato ed estetizzato fino al parossismo ma altre volte vissuto in tutta la sua atroce disperazione) eppure imbevuto di un esistenzialismo pateticamente votato all’autocommiserazione.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SONIC YOUTH – Bad Moon Rising (Homestead)

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Nei primi anni Ottanta i Sonic Youth raccolgono tutte le paure della società americana e le bruciano nel rumore. Bad Moon Rising è il disco che disperde nel cielo newyorkese quelle esalazioni. Nessuna canzone da cantare, nessun riff da emulare. Un lungo muro del pianto per chitarre trattate e dissonanze epidermiche.

L’angoscia chiusa in una trappola di ragnatele voraci. È il pusher dei Velvet Underground che è finalmente sceso dal suo ammezzato della 125ma strada della Lexington Avenue Line e ci porge la sua busta di odio. Dopo diciotto anni.

È la profezia del no-future teorizzata dagli Stooges e dai Sex Pistols che è venuta per avverarsi. Perché tutto sia compiuto.

Non c’è apologia del male. C’è solo il suo stridore metallico, incessante, prolungato. Sono binari d’acciaio e sirene di ferry boat che annunciano la sua venuta. Un sottomarino arrugginito che accoglie puttane, sadici, serial killer, fanatici religiosi, criminali e dementi e li porta giù sotto le acque putride della Grande Mela, annientandoli assieme ai fantocci della libertà esposti al pubblico. Sono campane che suonano all’unisono con gli sbuffi di vapore dell’ultimo treno che ha ancora la presunzione folle di solcare le terre emerse. Sono dannati che mordono altri dannati, come una visione Dantesca di famelica demenza.

Una voragine di paura e peccato.

Proprio sotto Sodoma, proprio sotto Gomorra.

È il Mar Morto, fanciulli.

Portate via le vostre belle facce da qui.       

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro     

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LOS PEYOTES – Garaje O Muerte (Dirty Water)

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Il meglio Los Peyotes lo mettono in copertina.

Ogni cover, una polaroid troglodita.

Poi, come con le donne, il contenuto non sempre equivale a quello che il contenitore lascia immaginare.

Non che il gruppo argentino si risparmi, tutt’altro.

Ci mette dentro passione, energia, attitudine e dedizione.

Ma sembra più la parodia di un gruppo garage che una band vera.

Sembrano i Beasties, quelli della 151ma puntata dei Flintstones.

È questo l’effetto delle loro urla isteriche e dell’organetto che scorre su ogni traccia come un tapis roulant. Anche perché a cotanta energia non corrisponde una scrittura (o una ri-scrittura, come nel caso delle covers di No Friend of Mine o 96 Tears) che ti possa far scattare dalla sedia e farti venir voglia di risentire un pezzo che sia uno. Forse con l’unica eccezione di Maquilla Tu Mente.

Poi va da se che se te lo mettono ad una festa, salti come una scimmia, ma un conto è trovarti dentro la giungla, un altro riuscire a ricreartela a casa.

  

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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