ECHO AND THE BUNNYMEN – Crocodiles (Korova)

Crocodiles si apre come un disco degli Hawkwind. Tipo Time We Left the World Today.

È un’intro di pochi secondi, poi Going Up ci schiude al vero mondo dei Bunnymen: il pianto di Ian McCulloch si adagia su una psichedelia soffocante, esistenzialista ed estetizzante. Basso scuro e chitarre che guardano al nevrotico mulinare newyorkese di Velvet Underground, Modern Lovers, Voidoids e Television, con una esuberanza tenuta a bada da Dave Balfe (uno dei due “camaleonti” citati in copertina, NdLYS) il quale, divenuto da un po’ di tempo refrattario al suono delle chitarre, impedisce loro di diventarne la copia. 

Della vena doorsiana annunciata dall’organo dello stesso Balfe sul singolo di debutto Pictures On My Wall e che tuttavia penetrerà via via sempre più profondamente sotto la pelle del gruppo britannico, non c’è altra traccia sull’album.

Anche se a guardare in faccia gli Happy Death Men si rischia di vederci l’espressione dell’Unknown Soldier morrisoniano, soprattutto quando si accendono le trombe grottescamente trionfali sulla seconda parte del brano e un pianoforte scordato balugina nella giungla di distorsioni (ancora una volta) velvettiane della conclusione.

È questo il post-punk dei Bunnymen. Echo, il “leader”, è già andato via dopo il primo singolo, sostituito da Pete De Freitas che sa fare le stesse cose ma con i muscoli e i tendini piuttosto che con due metri di cavo elettrico e dei transistor. Dieci anni dopo sarebbe andato via anche lui. Senza sorridere. Ma già allora la musica di Echo And The Bunnymen non dispensava sorrisi. Nessuno sorride mai sotto quei ciuffi perennemente calati sul viso, dietro quegli occhi chiusi con cui Ian affronta il suo pubblico, dentro quei cappotti con cui la band di Liverpool si difende da un inverno che pare non voler andare più via.

Un inverno perenne che ha preso dimora nella musica del gruppo di Liverpool.

Un inverno che parte proprio da qui, da questo Crocodiles che non è ancora riscaldato dagli arrangiamenti sempre più ricchi che affolleranno i dischi successivi cercando di dissimulare la propria fragilità emotiva. Qui, tra l’andamento impettito di Rescue, le chitarre scompigliate di Crocodiles e il decadente espressionismo di Villiers Terrace si forgiano i primi stampi del gruppo chiave della new-wave psichedelica britannica.  

 

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

Echo_y_The_Bunnymen-Crocodiles_(2003)-Frontal

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